Eleonora Monguzzi

Natura e silenzio

L’espressività di Eleonora, nasce a partire dalle materie prime che la Natura, matrice di qualsiasi impulso di vita, offre sotto le sue varie forme. Dalla carta prodotta con elementi naturali, all’evanescenza e all’impalpabilità dei suoi acquarelli, che raccontano emozioni legate ad impulsi come quelli della musica. La potenza della natura come fonte ispiratrice, il desiderio di entrare in contatto con essa ricercandone i materiali, trasformandoli in veri e propri oggetti archetipici che rievocano all’animismo e alle pratiche sciamaniche di antiche civiltà.

Symbíōsis, 2018
Symbíōsis, 2018

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Mi chiamo Eleonora Monguzzi, sono nata a Milano, alle ore 12:12 del 12/12/1992 e vivo a Carugate. Ho terminato il percorso accademico in Arti Visive nel 2018 e da lì ho continuato a portare avanti la mia ricerca artistica, parallelamente ad altre esperienze lavorative. Mi occupo di Arti visive, nello specifico: pittura, scultura, arte ambientale. Il mio lavoro è interamente incentrato sul paesaggio e sulla simbiosi uomo-natura.

Botanical Portrait
Botanical Portrait

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Molto. Il genere che preferisco è il rock nelle sue sfumature grunge, punk, pop, soprattutto anni Novanta e primi Duemila. Per quanto riguarda il lato artistico, due sono gli album che mi hanno più influenzata per sonorità durante la creazione e che, tuttora, mi aiutano nella concentrazione: “Pocket Symphony” degli Air e “Seventeen Seconds” dei The Cure. Immancabile, John Cage: il filo conduttore tra musica e arte. Recentemente ho avuto il piacere di collaborare alla creazione dell’artwork per un concept album  dal titolo “Rirì”, nato dalla penna di Andrea Angaroni e dalle note di Mattia Mascolo.

Riflessioni, 2020
Riflessioni, 2020

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

“2001: Odissea nello spazio”, seguito subito da “Interstellar”. Il capolavoro del muto “Nosferatu” di Murnau e la filmografia di Jodorowsky e di Lars von Trier. Simbolismo e scenografia.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Installazione e Land art. Ad oggi, la figura principale che mi ha influenzata, e che continua ad essere parte integrante del mio percorso, è l’artista e compositore americano John Cage. I suoi 4 minuti e 33 secondi hanno aperto i miei occhi sul vero significato del silenzio, il quale rivela e lascia emergere i suoni che lo abitano. E poi Christiane Löhr, con le sue piccole installazioni di semi, germogli, steli e crini di cavallo mi ha insegnato la pazienza. Piero Manzoni, Joseph Beuys, Tacita Dean, James Turrell, Jonathan Smith, Leonid Tishkov, Giuseppe Penone, Jimmie Durham.

Riflessioni dettaglio, 2020
Riflessioni dettaglio, 2020

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Il crepuscolo: quella fase che precede il buio, in cui il Sole lascia posto alla Luna, e viceversa. La luminosità diminuisce, o aumenta, gradualmente. Forse perché è proprio in quel momento che la mia mente inizia ad elaborare immagini, che si trasformano in idee, progetti e il fermento per la stimolazione mentale mi tiene sveglia.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? 

I miei progetti artistici nascono dall’osservazione della natura e delle sue forme, insieme all’esigenza di entrare in contatto con essa. Ciò che mi affascina della Natura è il binomio che la regola, secondo un concetto di infinito e di caducità, messo in moto dalla sua natura ciclica in continuo divenire. L’interesse per la ricerca artistica nasce da questo incontro con l’ambiente naturale, che trova basi ancora più profonde nella scoperta dell’estetica del ‘sublime’, nell’ambito della pittura romantica. In particolare, sono rimasta affascinata dalla potenza delle tempeste marine di Turner e dagli sterminati orizzonti di Friedrich. E qui ha inizio la mia ricerca sul silenzio come forma vivente della contemplazione. Solo il silenzio permette l’illusione di trovare un rifugio per ammirare la natura senza esserne sconvolti.

I luoghi del silenzio, 2020
I luoghi del silenzio, 2020

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

I titoli sono molto importanti. Credo che saper trovare un titolo è una capacità che in pochi hanno. Bisogna centrare il concetto dell’opera senza necessariamente metterlo a nudo o rendere il lavoro didascalico. Certe volte i titoli vengono prima che sia finito il lavoro, ancor prima della stesura del concetto; altre volte arrivano dopo, con fatica, a distanza di giorni o settimane. Non ho mai presentato un lavoro finito senza titolo, sarebbe come non chiamare il proprio figlio.

L'inesprimibile suono, 2016
L’inesprimibile suono, 2016

-Quand’è che senti che un lavoro è finito?

Soddisfazione visiva. Sento che si avvicina all’idea che avevo in mente oppure al bozzetto. Capita che a distanza di anni, invece, intervengo su un lavoro modificandolo completamente o in parte.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Sì, mi è capitato e può essere frustrante se il materiale che serve è necessario, al contrario, può essere motivo di apertura ad altre possibilità di utilizzo di materiali.

I luoghi del silenzio, 2020
I luoghi del silenzio, 2020

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Come dicevo, i miei progetti artistici nascono dall’osservazione della natura e delle sue forme. Sia per quanto riguarda la ricerca pittorica sia per le installazioni, il tema dominante è il paesaggio. Nel primo caso, mi lascio influenzare da immagini sia visive che scritte, esperienze personali o esperienze esterne alle mie, per poi rielaborare queste testimonianze. Nel secondo caso, attuo un processo di ricerca e conservazione prelevando elementi organici dalla realtà ambientale circostante e dall’ambiente domestico . I materiali di scarto che raccolgo e conservo, vengono successivamente decontestualizzati, assemblati e ‘rianimati’.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

L’Accademia è stata un’esperienza di crescita e maturazione di una consapevolezza artistica. Lezioni, scambi, ricerca e scoperta. Mostre, libri e persone  che ora fanno parte della mia vita. Nella sua confusione è riuscita a darmi un ordine mentale. Sul lato pratico, uno degli strumenti più importanti che mi ha lasciato l’Accademia è sicuramente l’utilizzo della carta preparata a mano. Realizzare la carta è un rituale silenzioso, profuma di attesa. L’impressione di paesaggio è diventata il pretesto per indagare il colore in relazione al carattere materico della carta, ottenuta da stratificazioni e sovrapposizioni, al fine di concepire un gesto che diventa segno, non dato dalla pittura bensì dalla grammatura del medium ,al tempo stesso supporto.

Costellazione nr.3, 2018
Costellazione nr.3, 2018

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Senza dubbio “Anirniq” (‘anima’, in lingua Inuktitut) è il pezzo che preferisco. Incentrata sull’estetica dell’Artico, e in particolare, sulla cultura della popolazione che abita quelle terre: gli Inuit. Un oggetto-archetipo composto da materiali organici e inorganici  di origine naturale, che rimanda all’animismo e alle pratiche sciamaniche di questa cultura. Ogni fenomeno della natura ha un nome, un’anima, è qualcosa di vivo. Infatti gli Inuit vivono costantemente nella paura di entità e spiriti invisibili, che solo la figura dello sciamano può scacciare o ammansire. Un aspetto che mi affascina è il valore che viene dato al legno. Nelle regioni artiche non esistono alberi a fusto alto (solo muschi e licheni) infatti, questo materiale può essere recuperato soltanto sulle rive del mare, trasportato dalla corrente, proveniente da chissà quali terre.

Anirniq, 2020
Anirniq, 2020

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Non è sbagliato pensare che siano indispensabili. Sono un portfolio accessibile a chiunque. Spesso non viene più consultato il sito web ma il profilo social. Nonostante ciò bisogna usarli con un certo criterio e professionalità, se l’intento è questo.

-Milano: come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Essendo una persona piuttosto flemmatica e abituata alla provincia, a Milano mi sono sentita catapultata in un luogo frenetico dove il tempo scorreva più velocemente. Bisogna stare al passo con Milano o ci si perde. Al contrario, di notte o nel mese di agosto assume una certa magia con i suoi vecchi palazzi che svettano imponenti nel silenzio. I luoghi in cui mi trovo hanno una forte influenza sulla mia produzione, soprattutto perché da essi reperisco il materiale necessario, prevalentemente di origine naturale. Sono luoghi dove il tempo scorre lentamente o addirittura si ferma. Percepisco un senso di appartenenza.

Anirniq dettaglio, 2020

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Islanda, come primo obiettivo; e l’Artico, più in generale. Sento la necessità di toccare con mano quei luoghi, viverli realmente, ascoltare il silenzio che emanano e non solo averne un’idea romantica sublime.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Tanti. Ho un taccuino pieno di progetti che ho lasciato a decantare per anni. A distanza di tempo penso sempre di poterli mettere in pratica, eliminando il superfluo. Alcuni progetti non li ho mai realizzati per la mancanza di spazio,dovrei occupare intere sale espositive, pareti, pavimenti. Ho solo dei prototipi.

Feticcio nr.5, 2017
Feticcio nr.5, 2017

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Credo che oggi sia difficile essere artisti, o meglio, non ‘essere artisti’ ma ‘essere parte’ del mondo dell’arte. Oggi l’artista è solo, deve cavarsela. Bisogna avere coraggio. Coraggio di osare, proporsi, rischiare; portare avanti la propria ricerca senza cadere nel tranello delle tendenze, senza lasciarsi influenzare da ciò che va per la maggiore…Essere artisti oggi significa militare nell’incertezza e vincerla allo stesso tempo.

Ringraziamo Eleonora per aver risposto alle nostre domande, continuate a seguirla dal suo profilo Instagram

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