Sue Kim

Sue Kim è una giovane autrice sud-coreana, che attualmente lavora tra Milano e Parigi. La sua creatività si fonda sui concetti di nulla, vuoto, differenza e materia. L’arte installazione e la danza contemporanea sono sue gradi fonti d’ispirazione, insieme alle scienze naturali e alla matematica. In passato ha sperimentato nel settore della moda, ma oggi predilige prospettive filosofiche.

Sue Kim.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Sono Su Kim e lavoro tra Parigi e Milano. Sono nata a Seul, in Corea del Sud, e ho 31 anni.

-Di cosa ti occupi?

Mi occupo principalmente di installazioni e sculture.

Sue Kim, “Matrix”, ferro con specchio e pietra, 200×200×200 cm, 2024.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Ascolto quasi tutti i generi musicali, dalla classica all’elettronica, tranne il rap. In questo momento mi vengono in mente Blackskirt, Polo & Pan, Berlioz, Emmet Cohen.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

La grande bellezza di Paolo Sorrentino, già da prima di venire in Italia.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Mi piacciono l’arte installazione e la danza contemporanea. Ho un grande interesse per le scienze naturali e la matematica, quindi trovo il lavoro di Tomás Saraceno e, tra i danzatori, Boris Charmatz particolarmente affascinante.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Al mattino in terrazza con caffè alla luce del sole.


Sue Kim, “Fuga”, carta a specchio, dimensioni variabili, 2024.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Da quando ero piccola mi piaceva disegnare e realizzare, quindi pensavo che sarebbe stato naturale diventare una persona che crea. Da bambina volevo fare la stilista di moda, perché mi affascinava l’idea di persone che lavoravano dietro le quinte per creare qualcosa che poi brillava, indipendentemente da loro stesse, ma per la propria creazione.

Ma quando ho iniziato a studiare moda, mi sono accorta che il ritmo veloce e la natura commerciale di quel mondo non si adattavano a me. Così, cercando valori che cambiano più lentamente, mi sono immersa nella filosofia e l’ho studiata con entusiasmo. Nella filosofia, si leggeva e scriveva sempre, quindi mi sono ritrovata a sentire la mancanza della creazione estetica. Alla fine, sono arrivata alle belle arti, che uniscono la creazione e le scienze umane. Potrebbe sembrare che abbia seguito percorsi scollegati, ma per me erano passaggi necessari e ovvi, e alla fine credo di stare vivendo secondo i desideri che avevo da bambina.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Sin dall’adolescenza ho avuto un forte interesse per le questioni socio-politiche, influenzata dai miei genitori, che erano attivisti per il movimento di democratizzazione, e dalla mia stessa curiosità nel comprendere la specificità della società coreana. Ho trovato un senso di libertà nella filosofia contemporanea francese e nel pensiero taoista, e da lì sono nati concetti come il nulla, il vuoto, la differenza e la materia, che hanno influenzato il mio lavoro artistico. Anche le opere che sembrano più astratte affondano le radici nel mio interesse per il mondo concreto.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Quando trovo un’ispirazione, spesso mi viene un’intuizione da teorie, fenomeni o eventi quotidiani, e sono felice. Ma una volta iniziato il lavoro, la mia attenzione si concentra più sull’aspetto fisico e manuale del processo.

Sue Kim, “Campo con sfere”, vari oggetti con griglia metallica e luce, 50×70×200 cm, 2024.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Secondo me, tutti gli studi, inclusa l’arte, non si pongono come obiettivo rispondere a qualcosa, ma fare domande. La curiosità è la forza trainante più importante per me. Seguendo le mie domande, trovo ciò che devo fare.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro?
Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Se l’architettura umana è top-down seguendo un progetto, e quella delle termiti è bottom-up, il mio lavoro sta evolvendo verso la seconda. Inizio con una forma e un’atmosfera approssimative, ma gran parte della forma si definisce durante il processo. Il divertimento nell’arte sta nell’usare sia la testa che il corpo. Durante il processo fisico, molte variabili come tempo, energia, materiali e limitazioni ambientali partecipano a creare l’opera.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Nella mia arte, che è un linguaggio visivo, il titolo è l’unico elemento che utilizza il linguaggio scritto, quindi a volte diventa un segnale di riferimento per la comunicazione con il pubblico, e altre volte funziona semplicemente come il nome dell’opera. Preferisco titoli che suscitano domande come “Perché è stato fatto così?” o “Perché questo titolo?”, piuttosto che spiegare. Il momento in cui emerge il titolo dipende dal lavoro stesso.

Sue Kim, “Rhythm of Matter”, rete metallica con pietra, ferro e luce, 150×80×80 cm, 2024.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

In realtà, penso che non ci sia mai un vero e proprio completamento. Di solito è una sorta di compromesso tra l’ambiente dato e i miei desideri.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Certo, ho molti lavori in sospeso. Specialmente nel media dell’installazione ci sono molte limitazioni ambientali.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

La opera “Buco: rapporto di √2” ha ricevuto una risposta inaspettatamente positiva. È un lavoro che esplora il concetto di buco attraverso la filosofia e la matematica, e sebbene sembri semplice, è stato complicato nella progettazione, nei calcoli, nella scelta dei materiali e nell’installazione. Essendo concettuale e minimalista, pensavo che non riscuotesse particolare apprezzamento, ma sono grata che tante persone l’abbiano trovata interessante senza troppe spiegazioni.

Sue Kim, “Rhythm of Matter”, rete metallica con pietra, ferro e luce, 150×80×80 cm, 2024.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Volevo modificare questa mia indole e ora.
In passato, a causa della mia formazione filosofica, lavoravo sempre partendo dall’idea per arrivare a una forma con un obiettivo preciso. Volevo modificare questa mia indole, ma non volevo tuttavia lavorare solo per gioco sensoriale senza un’idea. Oggi cerco sempre di partire equamente da entrambe le direzioni perché credo che l’equilibrio tra le due sia importante. Il punto di partenza del mio lavoro è variabile. A volte esso parte da una teoria o fenomeno specifico, altre volte solo dalla natura dei materiali, o da un’intuizione di un momento quotidiano.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Il tempo trascorso a Brera è stata un’esperienza che mi ha permesso di acquisire una vera e propria identità come artista. Nell’accademia francese, l’atelier era ben attrezzato e avevo creato molte opere di alta qualità, ma come studente non avevo opportunità di esporre all’esterno. A Brera, invece, nonostante la mancanza di attrezzatura e spazi di lavoro interni, i professori coinvolgono attivamente gli studenti in attività ed esposizioni all’esterno dell’accademia. Questo ha soddisfatto il mio desiderio di esporre il mio lavoro e mi ha permesso di acquisire un senso di responsabilità come persona che fa arte.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Opere come “Buco: rapporto di √2”, “Fuga”, “Matrix”, che hanno caratteristiche geometriche spiccate, sono state molto apprezzate. Il mio lavoro preferito è un’opera iniziale chiamata “Pagoda”. In quel periodo avevo una grande rabbia derivata dai problemi sociali della società coreana che ho canalizzato in energia creativa per l’opera. Essendo ancora una studentessa la realizzazione ha comportato delle sfide tecniche non indifferenti che mi hanno messo a dura prova. Sono riuscita ad ottenere quello che volevo perseverando e non accontentandomi. Mi è stato detto che ero troppo esigente, ma alla fine sono rimasta soddisfatta del risultato e della sua ricezione.

Sue Kim, “Pagoda”, vari oggetti con proiezione live, 250×80×80, 2021 cm, 2022.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Riconosco l’importanza dei social media nella società odierna. Anche io prendo principalmente informazioni su mostre e concorsi dai social media. Hanno un ruolo nell’informare il pubblico del mio lavoro e nelle attività esterne, ma penso che l’influenza sui processi di creazione sia quasi nulla.

-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Milano è stata la prima città italiana in cui ho vissuto, quindi non è tanto la città di Milano, quanto l’Italia come paese che è stato un punto di svolta per me. Il primo feedback che ho ricevuto riguardo al mio lavoro in Italia è stato che era ‘freddo’. In quel periodo, cercavo di fare lavori astratti, precisi e minimalisti, legati alla filosofia e alla matematica, e pensavo che non fosse necessario avere dei colori perché volevo vedere solo l’essenza, come se fosse un’ecografia.

Tuttavia, per via del carattere degli italiani, specialmente il mio ragazzo, o forse grazie al clima più solare di quello di Parigi, mi sono trovata a diventare spensierata e a stabilire legami più forti con le persone, il che ha iniziato ad influenzare il mio lavoro senza che me ne rendessi conto. Sono stata attratta sempre di più da materiali naturali fuori controllo e ho iniziato a incorporare i colori della natura. Quello che prima era uno spazio pieno di mie idee, ora è diventato uno spazio in cui entrano altre cose.

Sue KIm, “Buco: rapporto di √2”, taglio laser e pittura su legno, 30×500×10 cm, 2021.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Non faccio piani a lungo termine. Quest’anno voglio concentrarmi sulle mostre che sono già pianificate e dedicare abbastanza tempo al lavoro, colmando le lacune che ho percepito l’anno scorso.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Sono tanti. Variazioni della serie ‘Matrix’, collaborazioni interdisciplinari in ambito scientifico, lavori sulla città natale dei miei genitori situata vicino alla linea di divisione della Corea… Ci sono molti progetti che sono rimasti in sospeso a causa delle circostanze.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Non ho religione, ma vivere come artista è quasi un atto religioso. Si tratta di fare un lavoro senza alcuna ricompensa, solo per il suo stesso atto.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Gabriela Du Bois, Maria Chiara Re, Hossein QB.


Ringraziamo Sue Kim per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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