Aurora Cela

Orvieto figurativa, Milano sperimentale. Al centro, le donne

L’opera di Aurora Cela condensa naturalismo e sperimentazione, due anime a cui corrispondono rispettivamente Orvieto, città di nascita, e Milano, città di adozione. Nel corso del lockdown, l’artista rivolge lo sguardo a sé, dipingendo una serie di autoritratti iperrealisti, ed è proprio dall’isolamento che prende avvio lo studio sulla spazialità e il contatto umano. Oggi, intreccia volti femminili con fili da ricamo, non solo come gesto decorativo ma come riflessione sulla tradizione tessile femminile.

Aurora Cela

PRESENTAZIONE

– Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Mi chiamo Aurora Cela, ho 23 anni (ancora per poco). Sono nata e cresciuta a Orvieto; mio padre è artista – tra le altre cose si occupa di pittura e scultura – ed è proprio da lui che ho ereditato questa passione, fin da piccola. Mi sono laureata in pittura, a Brera, nel 2023. Ho esposto a Perugia e a Orvieto, ma soprattutto a Milano. Sto proseguendo gli studi, sempre in Accademia, con il biennio di Ricerca e progetto per il museo e i beni culturali, principalmente per ampliare il mio orizzonte professionale: negli ultimissimi anni, infatti, i miei interessi si sono volti anche al mondo della curatela e del museo.

– Di cosa ti occupi?

Come ti ho spiegato, fin da piccola coltivo una grande passione per la pittura, ma, durante il mio percorso di studi, il mio stile e il linguaggio si sono evoluti, tant’è che ora mi sto avvicinando a un mondo più contemporaneo e un po’ diverso, sperimentale, che contempla il ricamo, la parola e la scrittura.

Aurora Cela, “Senza titolo”, 2023.

INTERESSI

– Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Sì, mi piace la musica (Beach House, NO).

– Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Insterstellar, Christopher Nolan, 2014.

– Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc…) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Dal punto di vista della fruizione, prediligo la performance, per il suo carattere insito di forma d’arte partecipativa. Apprezzo la body art per il ruolo che ha avuto nello sdoganare la corporeità, e trovo interessante e significativo che sia oggetto di attenzioni ancora oggi. Per indicare alcuni artisti per me di riferimento, ti dico Yves Klein, Alighiero Boetti, Mario e Marisa Merz, Maria Lai.

– C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

La sera, perché posso leggere. Nessuno disturba, tutti dormono.

Aurora Cela, “Lea“, 2023.

LAVORO

– Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Nasce quando ero bambina: creare era il mio modo autentico di esprimermi. Mio padre, artista, si è accorto subito della vena artistica e creativa in me. I miei disegni erano già connotati dalla rappresentazione della realtà, o meglio, erano orientati verso una rappresentazione realistica del mondo. Ti racconto un episodio in particolare: mio zio ha riconosciuto che alcuni miei disegni avevano raggiunto un risultato particolarmente convincente (dovevano trattarsi di piatti e bicchieri e ricordo, curiosamente, qualcosa che aveva a che fare con i Simpson), mi ha chiesto di rifarli da capo ed è rimasto stupito.

– Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?

La mia ricerca artistica si è sviluppata e ha preso forma al liceo artistico: mi sono immersa nel mondo figurativo. Apprezzavo i Preraffaeliti, poi ho subito la fascinazione di Klimt. Sono partita dall’impiego della foglia d’oro e mi sono approcciata all’arte in modo più naturalistico. Il focus sulla figura umana, e in particolare sulle mani, ha preso la forma di un vero e proprio studio. Nel periodo del Covid, ho realizzato una serie di autoritratti: in un periodo di tempo di straniamento dalla società, l’unica persona con cui potermi relazionare ero me stessa.

Circa in concomitanza con il secondo anno di pittura a Brera, ho condotto e affinato gli studi su mani, e ho ricominciato ad esplorare il contatto fisico e interpersonale. Al terzo anno, ho spostato l’attenzione sul concetto di spazialità, sperimentando con il ricamo. In particolare, è esito di queste operazioni la creazione di nuovo linguaggio, incomprensibile, legato concettualmente al diario segreto e al diario d’artista. Un’evoluzione rispetto al diario infantile.

Aurora Cela, “Heart of glass“, 2020.

– Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Ce ne sono più di una: tranquillità, malinconia, probabilmente relax e soddisfazione, quando giungo agli esiti desiderati.

– Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Nel corso degli anni, la finalità della mia ricerca artistica – con parole più semplici, ciò che sento il bisogno di dire – ha subito trasformazioni. Ho sempre perseguito ciò che risuonasse in me stessa: per esempio, inizialmente, mi attraeva l’approccio iperrealistico, perché potevano piacermi i dettagli dei vestiti e degli occhi in quanto portatori di un significato. Poi è arrivata la necessità di sperimentare e, dunque, di creare nuovi metodi e strade; ciò si è concretizzato soprattutto in Accademia.

Aurora Cela, “Primavera“, 2020.

– Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Questo dipende dal quadro in sé e dalla tecnica. A volte immagino, parto da un’idea, ma non ho la certezza del risultato, perché noto che nello svolgimento il lavoro può essere distante dall’intuizione primigenia. Posso aggiungere colore o foglia d’oro, anche per far rispondere il lavoro a un ideale di bellezza, per arricchirlo. Con tecniche come il ricamo, il gessetto o gli acquerelli è più difficile avere una visione chiara del risultato, mentre con il colore ad olio è già più prevedibile.

– Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Anche in questo caso, dipende da alcune variabili. Se parliamo di ritratti con ricamo, ne ho realizzato qualcuno dove il ricamo stesso non è comprensibile ma rappresenta il titolo dell’opera, in questo caso è fondamentale. Dunque, in alcune opere è essenziale perché permette di decifrare il significato del ricamo, ma in altre, come gli studi su mani, no. Mi spiego meglio: il ricamo è illeggibile, ma intellegibile solo se si conosce il titolo dell’opera, perché il ricamo, di per sé, è incomprensibile, è un alfabeto che conosco solo io.

Aurora Cela, “Senza titolo”, 2022.

– Quando senti che un lavoro è finito?

Questo è un tasto dolente. Non lo percepisco mai. Mi devo obbligare a lasciarlo andare quando non ci sono spazi bianchi, almeno per raggiungere la compiutezza visiva dell’opera. Questo è il parametro che seguo per poter finalmente ritenere terminato un lavoro.

– Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?

No, no. Se un’opera la inizio, è certo che io la finisca; magari mi interrompo perché sono a corto di un bianco, ma sono cose che succedono.

Aurora Cela, “Dafne“, 2023.

– Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Credo dipenda da chi ho davanti. Noto che il figurativo piace sempre, ma, per esempio, al fruitore milanese, che ha uno sguardo abituato al contemporaneo e all’innovazione, funziona meglio il ricamo, per la sua incomprensibilità, l’acquerello, e le opere astratte. In Umbria ci sono occhi che apprezzano il figurativo, anche se, anche lì, le novità trovano il loro spazio.

– Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Sì, dunque, alla base c’è una sensazione, un qualcosa che voglio dire e dunque la necessità di comunicare. Spesso, l’impellenza è di voler entrare in contatto con le persone e, così, attraverso il mio lavoro, è una naturale conseguenza comunicare il mio stato d’animo, e mi sento meglio rispetto a ciò che sento di dover esprimere, sono convinta di aver fatto qualcosa di buono, di aver creato qualcosa di convincente e significativo. L’idea nasce dalla sensazione, ciò che osservo intorno viene inglobato in me, si fonde con ciò che provo. Si tratta di “rubare” dalla realtà che mi circonda per poi interpretarla a modo mio.

Aurora Cela, “Hands II“, 2021.

– Hai fatto un percorso all’Accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

L’Accademia mi ha dato l’opportunità di sperimentare, ma non sempre la mia sensibilità è stata accolta o indirizzata: a un certo punto ho dovuto arrangiarmi da sola. Il mio professore era aperto al figurativo, quindi, mi ha accolto e supportato e, vedendo che le mie abilità venivano apprezzate, ho sperimentato. Forse, se non fosse stato così, avrei mollato. Fortunatamente, non ho subito comparazioni con altri studenti e non ho sofferto di complessi di inferiorità. Un consiglio agli ambiti accademici: smettete di imporre le proprie visioni.

La mia tesi verteva sul ritratto con un focus sul panorama socio-culturale tra fine Ottocento e inizio Novecento. Ho proposto tre ritratti con ricamo, unendo il mondo figurativo con quello del ricamo, in un mix tra le due tecniche. Non mi interessa riproporre arte già vista e rivista; la storia dell’arte si muove per cicli, in primis io devo apprezzare ciò che creo e fare in modo che almeno qualcuno ci si possa rispecchiare.

– Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Il ciclo maggiormente apprezzato è quello dei ritratti a matita con ricamo, attrae visivamente parlando, cattura l’attenzione e lascia trasparire tecnica e diversità stilistica. Ma il lavoro per cui sono più soddisfatta è dei primi anni: ho ritratto, con colori ad olio, mia cugina come rappresentazione della dea Eris con mela. Spicca la stesura pop del colore. Non esito a definirlo un esperimento, e ne vado molto fiera per l’impegno e il tempo che ha richiesto, ma soprattutto per il carattere estremamente dettagliato, come le pailettes sugli abiti.

Aurora Cela, Eris, 2020

INTERAZIONE COL MONDO ESTERNO

– I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Nella società di oggi, parlo soprattutto da artista, senza i social non esisti (e non resisti); infatti, la dimensione social è ormai necessaria. Tuttavia, è vero che, molto spesso, ho potuto constatare che il mondo dei social prende il sopravvento sul lavoro stesso. Per fare un esempio, alcuni artisti che conosco finiscono per concentrarsi più sul Reel ben fatto che sul grado di compiutezza e qualità dell’opera. Oppure, vi sono casi di artisti non privilegiati dall’algoritmo per i loro contenuti di guerra (ovviamente in ottica di sensibilizzazione) o nudità, vi è infatti discrepanza su ciò che nell’arte – e nel messaggio – c’è, ma che non può essere divulgato sui social. In un certo senso i social discriminano l’arte, il che è poco convincente, perché l’arte è la dimensione per far vivere in libertà, è uno spazio di libertà. Tutto ciò distrae dal messaggio trasmesso dall’opera d’arte.

– Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Milano è estremamente frenetica, forse troppo. Uno stile di vita così spedito non è adatto a un artista; ci sono talmente tanti stimoli per cui si arriva al punto in cui, paradossalmente, si è distratti; la pubblicità è talmente tappezzante che diventa aggressiva, per non parlare della fiumana di gente. Rientrati a casa, si vuole solo spegnere il cervello. La mia impressione è che dalla realtà milanese si riesca a captare e reinterpretare poco, gli stimoli non si trasformano in qualcosa di personale e autentico, perché di stimoli ce ne sono troppi. Le persone sensibili non sono adatte a questa città, secondo me. Milano offre sì opportunità lavorative che difficilmente si trovano altrove e permette di crescere, ma per fare arte bisogna prendersi tempo per stare isolati e concentrarsi, e, per me, ciò significa stare mesi a casa, a Orvieto.

Aurora Cela, “Senza titolo”, 2022.

– Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e progetti?

Nel futuro immediato, il mio obiettivo è laurearmi e intraprendere un percorso professionale attinente agli studi accademici, dignitoso e che mi offra prospettive di crescita. Artisticamente, ora sto meditando allo sviluppo di un’idea diversa e più particolare, che sfrutti a pieno le potenzialità del ricamo e dei colori ad olio, ma escludendo la figura umana, quindi restituendo centralità a sfondo e sfumature pastello.

– Quali sono i progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?

Sono tantissimi, parecchi. A Milano gli spazi sono quelli che sono, per progetti di grande portata mi servirebbe uno studio adatto, non saprei dove tenerli.

Aurora Cela, Senza titolo, 2023

– Cosa significa per te essere artisti oggi?

Nulla di poetico ma essere in grado di fronteggiare il mondo del mercato. Oggi è facile sentirsi demotivati, svantaggiati in partenza, avere la sensazione di non avere più nulla da dire; basti pensare all’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale e del digitale. I social network offrono sì visibilità, ma tolgono tempo, energie e ispirazione, al punto che diventa difficile rimanere fedeli a se stessi.

– Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri di Milano?

Ne ho solo due: Maria Chiara Pernici, Sofia Samar.


Ringraziamo Aurora per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul su profilo Instagram.

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