Beatrice Ragazzi è un’artista visiva che lavora con la videoarte, l’illustrazione e la pittura. Il suo percorso creativo nasce dall’interiorità: emozioni, paure e fobie sono stati i primi soggetti a emergere, in un processo di auto-esplorazione e rappresentazione. Con il tempo, il suo sguardo si è aperto anche alle fragilità degli altri, accogliendole e trasformandole in immagini. Al centro della sua ricerca c’è il ritratto, che predilige rispetto al paesaggio: ciò che la interessa sono i mondi emotivi, le espressioni del dolore, le sfumature dell’animo umano.

PRESENTAZIONE
Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Beatrice Ragazzi, ho 25 anni e vivo a Lecco. Sono una persona curiosa, sensibile, e sempre in cerca di nuovi modi per raccontare ciò che sento.
– Di cosa ti occupi?
Mi sono laureata in Nuove Tecnologie dell’Arte all’Accademia di Brera, dove attualmente frequento il Biennio in Terapeutica Artistica. Lavoro con l’illustrazione e il video, o forse sarebbe meglio dire che ci provo.

INTERESSI
– Ti piace la musica? Hai un cantante o gruppo preferito?
La musica è compagna delle mie giornate, mi muovo tra indie rock, alternative e folk, dagli anni ’80 ai 2000. Gli Strokes, i The Smiths, Bon Iver: ognuno di loro mi accompagna in momenti diversi, come amici silenziosi. Mi piace pensare di avere una colonna sonora della mia vita.
– Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Yi Yi – e uno… e due… di Edward Yang. Un film poetico, che racconta con delicatezza e profondità la vita quotidiana, senza mai forzarla.

– Qual è la forma d’arte che preferisci? C’è un artista contemporaneo che ti ispira?
Mi affascinano molto la videoarte, l’illustrazione e la pittura. Gudrun Krebitz e Pipilotti Rist mi hanno aperto mondi. Egon Schiele è da sempre un faro per me. Mi sento vicina anche all’universo emotivo di Louise Bourgeois e trovo gioia nell’ironia e nella dolcezza di Quentin Blake e Beatrice Blue.
– C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina presto, quando la città dorme ancora, e la sera, quando tutto rallenta. Da pendolare, vedere Lecco che si sveglia ha qualcosa di magico. È un attimo intimo tra me e il mondo

LAVORO
– Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
È sempre stata una necessità, più che una scelta consapevole. Ricordo i primi disegni al liceo: imperfetti, istintivi, ma liberatori. Quando creo, è come se tutto si fermasse per un attimo. È un bisogno fisico, mentale, emotivo. Suona un po’ cliché ma è cosi.
– Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Tutto è nato dalla mia interiorità: emozioni, paure, fobie. Ho iniziato a rappresentare me stessa, poi ho iniziato ad ascoltare anche le fragilità degli altri. Il ritratto mi interessa molto più del paesaggio: mi attraggono i mondi emotivi, forse è per questo che ho scelto la Terapeutica Artistica.
– Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Compulsione. Una spinta che non riesco a ignorare.

– Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre?
Non avevo un’idea chiara. Era più un’urgenza: rappresentare il dolore per alleggerirlo, metterlo fuori, renderlo visibile. Dopo stavo meglio. Era come se trovassi un mio asse nel mondo.
– Prima di cominciare hai già chiaro cosa realizzerai, oppure lo scopri lavorando?
A volte ho un’idea iniziale, ma spesso non mi soddisfa. Ho un rapporto complesso con le mie opere: le regalo, le butto… ma prima le fotografo. Un modo per non perderle del tutto.
– Che ruolo hanno i titoli per te? Quando nascono?
Non sono fondamentali. Spesso uso il nome della persona ritratta o un’emozione. Credo che il significato vero lo scopra chi guarda. Se riesco a far sorgere una domanda, anche piccola, allora ho centrato il mio obiettivo.

– Quand’è che senti che il lavoro è finito?
O quando non riesco più ad aggiungere nulla o quando non riesco più a fermarmi. A volte lascio che l’opera viva da sola, mi impongo un passo indietro.
– Ti capita di doverti fermare per mancanza di materiali?
In realtà no. Sono molto impaziente. Se non ho un materiale, trovo un’alternativa. O cambio strada.
– Quale lavoro secondo te funziona di più?
Quelli pre-Accademia: meno pensati, più istintivi. Più veri, forse.

– Come nasce un tuo lavoro? Da cosa parti?
Dalle piccole cose. Per l’esame di quinta superiore ho usato i miei capelli caduti sul pavimento: mi davano fastidio. Quel fastidio è diventato gesto, e poi opera.
– Come descriveresti il tuo percorso all’Accademia?
La triennale è coincisa con il Covid, quindi è stata vissuta a metà. Ma alcuni docenti mi hanno aiutata a pormi le domande giuste. A volte mi hanno spinta verso l’abisso, altre mi hanno dato strumenti per risalire. È stato comunque un viaggio utile.
– Qual è stato il lavoro più apprezzato? E quello che ami di più?
Un libro illustrato che ho creato per un esame, “Bereo Haiku” (dal mio soprannome). Lo condividevo sui social giorno per giorno. Anche se quella pagina ora non esiste più, è stato apprezzato.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
– Che rapporto hai con i social? Quanto contano per te? Ti piace la musica? Hai un cantante o gruppo preferito?
Sono una finestra importante, e oggi quasi indispensabile. Ma non sono molto brava a promuovermi. Cerco di essere sincera, e di lasciare che il lavoro parli da solo.
– Che influenza ha Milano su di te?
Milano mi ha insegnato tanto, ma più ancora mi ispirano i tragitti per arrivarci. Il treno, i volti, i paesaggi che cambiano. Sono una pendolare affezionata… anche se il treno non è sempre puntuale!
– Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Ho iniziato a lavorare su commissione con illustrazioni ritrattistiche e mi fa sentire bene. Il 6 giugno parteciperò al mio primo market di illustrazione. Sono molto contenta.

– Ci sono progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?
Per ora no. Ma so che arriveranno.
– Cosa significa per te essere artista oggi?
Significa accogliere e trasformare il caos del presente in qualcosa che sappia parlare agli altri. Essere artista oggi è porre domande, anche piccole, che aprano spiragli nel fruitore dell’opera.
– Tre giovani artisti che ammiri all’Accademia di Brera?
Tutto il mio corso di Terapeutica Artistica. Ognuno, con la sua storia e la sua età, ha qualcosa di autentico da offrire al mondo.
Ringraziamo Beatrice Ragazzi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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