Christian Prosperi è un giovane autore di Rescaldina, un paese in provincia di Milano. Il colore è il cuore pulsante delle sue opere. La sua ricerca pittorica è istintiva ed è frutto delle emozioni che vive quotidianamente. La sua pittura non nasce per essere compresa, ma perché in lui urge l’esigenza di esprimersi attraverso la sua arte.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Ciao! Sono Christian Prosperi e ho 23 anni. Vengo da Rescaldina, un paese in provincia di Milano.
-Di cosa ti occupi?
Attualmente sono studente all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Mi sono laureato da poco in Comunicazione e Didattica dell’Arte e, al momento, ho scelto di proseguire il mio percorso di studi in Accademia con il biennio di Terapeutica Artistica.
In parallelo allo studio, lavoro nel campo della ristorazione e mi dedico alla produzione artistica personale. Pur credendo nella mia ricerca, non mi definisco artista…lascio, se mai, che lo facciano gli altri.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Amo la musica, e la ascolto quotidianamente. I miei artisti preferiti, in ambito internazionale, sono Postmalone, Machine Gun Kelly, Travis Scott…apprezzo molto anche la musica americana degli anni ’80 e ’90. Nel panorama Italiano, invece, ascolto La Sad: lo trovo un gruppo parecchio interessante.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Un bel film che consiglierei è Le ali della libertà: lo definirei ben fatto, oltre che interessantissimo. Altri titoli che mi sento di menzionare sono Il curioso caso di Benjamin Button, Cars e, ancora, Il pianeta del Tesoro.

-Qual è la forma d’arte che preferisci (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..)? C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Senza esitazione, rispondo che la forma d’arte che preferisco ammirare è la pittura. Mi piace visitare, però, anche mostre di fotografia, le trovo affascinanti.
Tra gli artisti cui mi ispiro maggiormente citerei i grandi della storia dell’arte, a partire da Rothko, Pollock e De Kooning.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Sì, la notte è il mio momento preferito della giornata. Di notte siamo tutti più veri…emergono, di noi, cose che, di giorno, nascondiamo. Nella mia visione, la luce del sole mostra qualcosa di non pienamente autentico e reale

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho mosso i miei primi passi nel mondo dell’arte che avevo già 17/18 anni. Tutto è iniziato con il mio percorso scolastico al liceo artistico. Ho iniziato a produrre in quel momento e, poi, non ho più smesso. L’emozione di aver trovato una maniera di esprimere la mia creatività mi ha riempito di gioia, sin dal primo istante: le mie opere nascono dal piacere di realizzarle. Nulla di simile mi era mai accaduto prima e ho bisogno che continui ad essere così.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Ormai sono trascorsi alcuni anni dall’inizio del mio percorso artistico, che è mutato, evolvendosi nel tempo. Sono partito dai grandi artisti incontrati con gli studi accademici e, con l’esempio che mi hanno trasmesso, mi sono ispirato, ho trovato la mia strada. Oggi, i miei lavori nascono anche semplicemente dal lasciarmi trasportare da ciò che vivo quotidianamente.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Tranquillità e frustrazione, contemporaneamente. Quando compongo un quadro, provo un sentimento di frustrazione perchè, spesso, sento che è come se l’opera non riuscisse ad emergere come vorrebbe se solo avesse voce in capitolo nella sua produzione. È difficile da spiegare a parole, ma è quello che percepisco dentro di me. Il presupposto a questo sentimento è la convinzione per cui non sono io a decidere che il quadro nasca, bensì esso stesso.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
È mia intenzione creare qualcosa di nuovo, ma con costanti riferimenti al passato. Secondo me, sono proprio i grandi artisti che ci insegnano a produrre qualcosa di inedito, imparando a trasformare ciò che già esiste e prendendo spunto da ciò che è fuori dal mondo. Questa metamorfosi si completa quando si è in grado di dare vita a quel non so che che ne scaturisce, arrivando a fornire nuova ispirazione per altri artisti e, in generale, per le persone che si soffermeranno sul quadro che ho realizzato io.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Nella tipologia di ricerca che sto sperimentando ultimamente, non ho idea di come sarà il quadro se non alla fine del lavoro, ed è proprio questo ciò che mi interessa e mi stimola. I momenti della giornata in cui dipingo sono sempre diversi: come cambia l’attimo, muta anche il quadro che ne deriva, di conseguenza è facile che quell’opera inizi in un modo e finisca in un modo inaspettato. Questo, per me, è l’aspetto più affascinante. Non ho mai un’idea fissa in testa, perchè tutto è un flusso, in continuo cambiamento. L’emozione più profonda nasce da qui. Come dicevo, la fine di ogni mio quadro deve raggiungermi in maniera inedita e inaspettata ed io devo saperla riconoscere, motivo per cui emerge quel sentimento di frustrazione. Comunque sia, l’elemento essenziale, nelle mie opere, è il colore: punto molto sulle tinte che utilizzo, perchè mi danno molta ispirazione.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Raramente attribuisco titoli ai miei lavori. Quando li inserisco, in ogni caso, sono abbastanza semplici, magari descrittivi di ciò che è stato rappresento. In alternativa, si tratta di titoli ripresi da grandi artisti o di una storia particolare, un vissuto che mi colpisce, ma anche solo un sentimento preciso…
-Quale sarebbe il loro significato?
Dare un titolo è, a mio avviso, come scegliere il nome di quel quadro. È una cosa che trovo speciale, nonostante, nella maggior parte dei casi, non mi sembri necessaria. Preferisco, infatti, che siano le mie opere a parlare. Per me, è molto più importante che siano le persone che vedono il mio quadro a dargli un senso, vedendoci quello che vogliono vederci, senza essere influenzati dal nome specifico che posso aver dato io.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Questo è un punto molto importante per me e per la mia poetica. La fine del lavoro è il momento più cruciale, in assoluto. Mi sembra quasi un’apparizione: arriva in modo inaspettato, e la vedo nel quadro, quasi come se mi stesse chiamando.
Nel mio ultimo quadro, ad esempio, quando ho aggiunto i tocchi di bianco ho capito che era finito. Era lui, pienamente, solo a quel punto. Avevo conquistato il risultato che volevamo ottenere io ed il quadro stesso.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Sì, certo. Se non ho il colore che mi serve, aspetto. Il giorno dopo, o appena possible, vado a comprare il colore mancante, per poi tornare al quadro. A quel punto, però, cambio completamente visione e modo di operare. Di conseguenza, quindi, anche il lavoro muta.
In sostanza, penso sia un segnale quando uno specifico materiale mi manca, quasi come una necessità di cambiamento suggerita dal momento…una cosa inconscia che sta a me captare.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Senza titolo numero 3, 2024. Credo che il suo successo si debba al fatto che quell’opera unisca più stili, esaltati da colori molto vividi e brillanti. Le tonalità accese seguono un flusso: il rosso va verso il giallo. Le persone sono spinte a guardarlo, quasi come succede con la luce quando ti attira.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Parto sempre da una sensazione o da un’emozione. L’arte, secondo me, funziona così: si tratta di raccontare una sensazione, un’emozione, una traccia, una testimonianza di quel preciso momento.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Il percorso all’interno dell’Accademia è stato molto difficile. Si è rivelato un momento di crescita, di sacrifici, di dolori, ma anche di gioie ed opportunità. Quanto di più caro mi ha lasciato questo percorso è sicuramente una visione più ampia del mondo e dell’arte. Questi anni mi hanno permesso anche di approfondire la mia conoscenza artistica, raggiungendo un’ampia apertura mentale. Mi è rimasta anche la necessità e il desiderio di una continua ricerca, all’insegna di una curiosità incessante.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Il lavoro che è stato più apprezzato è sicuramente L’uomo e la donna (parole non dette), 2022. Quest’opera è stata addirittura venduta. I quadri che preferisco io, però, sono Blue Mind, 2025 e Forme in lotta, 2025.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Tempo fa non pubblicavo i miei lavori sui social, forse perchè non vedevo le opportunità che questo medium offre. Ancora oggi non dispongo di una pagina social dedicata alla mia arte ma, pubblicando qualcosa sul mio profilo personale, ho capito che posso trasmettere arte a tantissime persone, senza escludere chi di arte normalmente non si occupa. Direi, quindi, che i social siano diventati fondamentali per garantire libera espressione a tutti, anche a coloro che non hanno modo di esporre la propria arte, facendo in modo che la condivisione possa avverarsi in qualunque momento. D’altro canto, va ammesso che offrire la possibilità di far giudicare le mie opere anche a chi non si intende molto di arte, può rivelarsi controproducente.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano è una città che non mi piace: è troppo frenetica…non mi appartiene e non la sento mia. In generale, comunque, l’ambiente in cui vivo attualmente, che è una realtà molto più piccola di Milano centro, influisce in minima parte su ciò che continuo a produrre.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Sicuramente intendo portare avanti il progetto DolceFarArte, un collettivo artistico costituito da me e da alcuni miei amici. Il nostro attuale obiettivo è quello di ampliarci, conoscendo nuovi artisti da coinvolgere, per continuare a fare arte insieme. È bellissimo poter fare quello che amo, circondato da persone che hanno i miei stessi interessi e le mie stesse passioni.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Il Progetto DolceFarArte è nato da poco quindi direi che, volendo sognare in grande, c’è ancora tutto da fare: l’intenzione principale da realizzare è l’ampliamento di questo progetto con la finalità di ottenere, un giorno, una spazio espositivo nostro, dove poter esporre liberamente.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Essere artisti è un modo diverso di stare al mondo e di esprimersi. L’artista vede il mondo in modo diverso. Si tratta anche di un modo per amare se stessi e di capirsi maggiormente…è un guardarsi dentro. In un certo senso ha a che fare con un modo per comprendere davvero a fondo determinati valori. In più, per me l’arte può essere una fortissima testimonianza.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Matteo Rossano, un grandissimo designer; Damoon Keshavarz, un artista provocatore, visto che le sue opere ti fanno pensare intensamente; Alessandra Ferrari, fondatrice del collettivo artistico DolceFarArte.
Ringraziamo Christian Prosperi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.
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