Hossein QB

Hossein Qayyoomi Bidhendi è un giovane autore iraniano che attualmente vive a lavora a Milano. La sua ricerca artistica si concentra sulle religioni e si basa sull’idea che l’umanità abbia per secoli venerato gli dèi sbagliati, condannandosi così a subire calamità e disastri naturali. Attualmente produce principalmente sculture, ma vorrebbe sperimentare nell’ambito performativo.

Hossein Qayyoomi Bidhendi.

PRESENTAZIONE

–Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Allora, vengo da Teheran, in Iran, sono un profeta normale ed ho 35 anni. 

-Di cosa ti occupi?

Faccio lo scultore e lavoro in una fonderia artistica.

Hossein QB, “A Comet”, 27 x 24 cm, tecnica mista, 2025.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Vorrei conoscere la persona che ha risposto no a questa domanda ahah. Mi piace la musica tradizionale persiana ed oltre a questo, in genere – mi ha fatto notare la mia ragazza – mi piacciono dei signori vecchi e stanchi, tipo Leonard Cohen e Nick Cave.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

“Il colore del melograno” di Sergej Iosifovič Paradžanov.

-Qual è la forma d’arte che preferisci (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..)? C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

In questo momento direi la letteratura (conta?). Purtroppo no.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

No, non ho preferenze.

Hossein QB, “A Moth”, 16 x 16 cm, tecnica mista, 2024.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Mmm, per troppi traslochi e viaggi, io e mia sorella eravamo dei bambini soli: questa cosa ci ha portati a creare e costruire cose sia per riempire tutto il vuoto del nostro tempo da soli, sia per dare regali agli amici e parenti lontani. Forse questi due aspett, il conquistare la noia e la solitudine ed il tentativo di comunicazione, sono le due cose che tutt’ora mi portano a fare arte. Poi dire “arte” è sempre complicato per me: non ho mai capito da dove in poi le cose sono diventate opere d’arte, o se lo sono state mai.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivato?

Parlerei della mia ricerca attuale, che è nata quando ho letto questa frase attribuita a Baudelaire: «Non passo mai di fronte a un feticcio di legno, un Buddha dorato, un idolo messicano, senza dirmi: forse questo è il vero dio».
E mi sono chiesto: “E se avessimo sempre adorato gli dèi sbagliati? I veri dei saranno furiosi. E questo spiega le calamità e i disastri che sono caduti su di noi negli ultimi millenni.” Allora ho cominciato a ricercare gli dèi veri e trascurati. E poi andando un po’ avanti mi sono detto “ora che abbiamo gli dèi, perché non fare il lavoro per bene e ricercare tutta la religione?” (come se la religione stesse andando alla grande…). E così sono finito a diventare un profeta.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori? 

Dipende un po’ dall’episodio di Barbero che sto ascoltando in quel momento.

Hossein QB, “A Trampled Insect”, 19 x 9 cm, tecnica mista, 2023.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Credo che l’uomo sia un animale religioso – lo siamo quasi tutti – e ognuno ha i propri riti, luoghi sacri, preghiere ecc. E forse la religione pre-metafisica in fin dei conti è un approccio artistico per capire il mondo, dargli dei significati e regolare le interazioni dell’uomo con il prossimo. E come tutte le altre condizioni umane, bisognerebbe esserne consapevoli invece di combatterla. Sto indagando (forse più giocando) su questa condizione.
Vabbè, è un argomentone con cui vi annoierò un’altra volta.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Solitamente ci metto mesi ad immaginarlo poi quando comincio tutto va com’è vuole lui, e quest’autonomia del processo è la cosa più divertente per me.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? 

Solitamente li assegno durante il processo.

-Quale sarebbe il loro significato?

Il significato viene deciso nell’incontro tra l’opera e lo spettatore. Dopo che finisce il lavoro finisce anche il mio controllo.

Hossein QB, “L’albero della Coscienza”, 60 x 30 cm, tecnica mista, 2024.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Oddio, mai! Finisce quando pensi che da un certo punto in poi non ne vale più la pena ahah.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?

Ahahaha, anche qui vorrei conoscere la persona che ha risposto no a questa domanda.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Forse “Il libro di Giona“.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Quasi sempre da un’idea: nasce da un dialogo (o nella mia mente o fuori).

Hossein QB, “Profetogonia”, 90 x 45 cm, tecnica mista, 2024.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti: come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Sì, è stato bellissimo perché “i pessimisti non vengono mai delusi”.
No, sul serio: all’inizio per alcune cose pratiche sono rimasto negativamente sorpreso (un grande traguardo per Brera, visto che vengo dal terzo mondo), poi ho scoperto il vero pregio di Brera, che sono le persone, sia come professori, sia come amici che incontri lì. Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni dei professori migliori della mia vita (avevo studiato per 8 anni prima di venire a Brera), che soprattutto mi hanno liberato nel mio approccio all’arte e mi hanno aiutato a trovare il mio posto, invece di cercare a spingermi dentro il posto degli altri.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Forse “The Moth”, ma quello che io preferisco è “Profetogonia”.

Hossein QB, “Teogonia”, 75 x 45 x 30 cm, bronzo, alluminio, cemento, 2024.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti: tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Forse è quasi un sacrilegio dirlo: a me piacciono i social, sono molto contento che siano stati inventati. Sono degli strumenti e in quanto tali se ne può fare un cattivo uso (come sta accadendo ora).

Poi capisco che tante persone non riescano a far pace con i metodi nuovi di comunicazione, come altri nella storia (ricordiamoci che la gente si lamentava dell’invenzione e la diffusione della scrittura: per Socrate il testo scritto è un testo orfano, però grazie a questi orfani sappiamo chi è Socrate).
A me danno la possibilità di raggiungere delle persone fuori della mia bolla a cui non avrei accesso altrimenti, sia come pubblico sia come artista.

-Sei stato a Milano: come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Ecco, il mio rapporto con Milano è un po’ “odi et amo”. È la città che ho scelto io (e non sono solamente finito qua per le circostanze) e nella quale sono diventato un artista di professione, ma nello stesso tempo ha un modello di sviluppo (negli ultimi anni) che mira a spingere sempre più fuori persone come me. E poi è una città dello spettacolo, tutto è un po’ una messa in scena e la gente, ogni volta che esce, si veste con il cosplay giusto in base allo spettacolo in atto.

Questa spettacolarità di per sé forse è un aspetto comune nelle città europee (occidentali), ma credo che qua ci sia una certa consapevolezza di questa finzione che a me piace. Poi questo spettacolo è costante e faticoso e talvolta dannoso, ma grazie a questo spettacolo posso giocare a fare l’artista, una cosa che in fin dei conti in realtà non sono.

Hossein QB, “Il libro di Giona”, 25 x 7 cm, argilla polimerica, 2024.

-Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e progetti?

Ora ho un paio di dèi da finire. Poi “A Big Bang Theory”, un’idea alternativa su com’è iniziato il mondo. Se va tutto bene, scriverò anche un libro dei miracoli.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Sono due progetti di performance: per uno non ho ancora avuto il coraggio, e per uno devo ancora trovare un collaboratore giusto.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Significa essere una persona come gli altri, andare verso un mondo in cui l’artista non è una persona speciale, ma ogni persona è un artista speciale, e un mondo in cui l’attività creativa umana non è ghettizzata in un campo ristretto con i suoi professionisti e burocrati specializzati.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Simona Pavoni, Giuditta Branconi, Gloria Capoani.


Ringraziamo Hossein Qayyoomi Bidhendi per aver risposto alle nostre domande; potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.

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