Gabriela Du Bois è una giovane autrice peruviana, che vive e lavora a Milano. La sua ricerca si sviluppa tra materia e memoria, in cui i non-luoghi si intrecciano alla scultura e alla performance, in un dialogo profondo con il concetto di appartenenza.

PRESENTAZIONE
Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Gabriela Du Bois, ho 25 anni, sono nata a Lima in Perù e attualmente vivo a Milano.
Di cosa ti occupi?
Sono una studentessa di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, nell’ultimo anno della magistrale.

INTERESSI
Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Mi piace moltissimo la musica, da autodidatta da bambina ho imparato a suonare il piano e la chitarra, quando ho tempo e strumenti a disposizione mi piace suonare , cantare e improvvisare, soprattutto quando sono da sola.
Una delle cose che mi affascina di più è la musica dal vivo, adoro andare alle jam session e immergermi nell’improvvisazione collettiva. I miei gusti spaziano dal rock al jazz, fino alla musica sperimentale. Al momento in realtà sono abbastanza presa dalla musica gitana e folk francese, un pezzo che mi piace molto è Zobi la mouche di Les Néegresses Vertes.
Ah, quando sento la musica ballo, sempre.
Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Grand Budapest Hotel o French Dispatch di Wes Anderson.
Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Amo tutte le forme d’arte, ma negli ultimi anni mi sento particolarmente attratta dalla scultura e dalla performance. Molti artisti contemporanei sono per me fonte di ispirazione in particolare Ana Mendieta, Dominique White, Binta Diaw.
C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina prestissimo, la città si sveglia piano, c’è un po’ di fresco e io mi sento felice.

LAVORO
Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Fin da piccola disegnavo moltissimo e creavo oggetti con ciò che trovavo in casa, sentivo che il modo per me più autentico ed efficace per esprimermi fosse attraverso il disegno, la creazione e la musica.
Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
In realtà da bambina volevo fare l’architetto, creare edifici dalle forme strane, sinuose ed ecosostenibili, dopo aver studiato alle superiori Costruzione, Ambiente e territorio con indirizzo in bioedilizia ed aver lavorato per due anni in uno studio di Architettura e ingegneria come renderista, ho capito che volevo creare cose mie, avevo l’esigenza di studiare arte. Così mi sono iscritta al triennio di grafica e stampa d’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera e successivamente al Biennio in Scultura.
Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Un misto di felicità profonda e alienazione. Creare per me è una necessità, un processo in cui mi sento libera, ma che allo stesso tempo può essere intenso e doloroso.
Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Sentivo il bisogno di raccontare qualcosa di estremamente personale, un modo per colmare un senso di mancanza e trasformarlo in un atto creativo.

Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Parto spesso da un’idea chiara, ma il processo è sempre aperto a cambiamenti e adattamenti. Le variabili in corso d’opera diventano parte della narrazione stessa del lavoro.
Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
I titoli mi servono per dare una chiave di lettura, per far emergere ciò che l’opera comunica. A volte mi vengono in mente all’inizio, altre solo quando il lavoro è completato.
Quale sarebbe il loro significato?
Mi servono per dare luce a ciò che per me dicono.
Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Quasi mai. C’è sempre qualcosa che potrei perfezionare, rielaborare o sviluppare ulteriormente.

Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Assolutamente sì, mi piace scovare i pezzi mancanti, amo utilizzare anche materiali di recupero, oggetti trovati per caso, elementi naturali. Spesso lascio che siano i materiali stessi a suggerirmi direzioni inaspettate.
Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Penso quello che arriva sincero, quando riesce a creare un’immediata connessione con chi lo guarda, che incuriosisce, che suscita domande.
Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Il mio lavoro nasce da un’esigenza profonda di raccontare qualcosa. In particolare, le mie ricerche vertono sul concetto di non-luogo della dislocazione, l’esperienza di chi, a causa di un trascorso migratorio, non si sente completamente parte di un luogo. Mi interessa anche la dimensione del rituale, della catarsi attraverso l’arte e della memoria collettiva.

Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Il percorso che ho fatto all’accademia di belle arti è stata una tappa fondamentale del mio percorso. Mi ha fornito gli strumenti tecnici e teorici, mi ha fatto entrare in contatto con docenti e artisti che hanno arricchito la mia visione. Il mio Erasmus e l’esperienza di Trainership all’estero sono stati altrettanto preziosi, perché mi hanno permesso di esplorare approcci diversi all’arte.
Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Il mio lavoro più apprezzato finora forse è Hijos del Mar, una video-performance esposta anche alla Biennale di Venezia nella mostra collettiva Artefici del nostro tempo a Forte Marghera. Il mio preferito, invece, è Sonido Primordial, una scultura sonora.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
I social sono senza dubbio uno strumento utile per condividere e dare visibilità ai propri lavori. Al momento li utilizzo poco per la mia produzione artistica, ma vorrei iniziare a farlo in modo più costante.
Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Amo Milano, anche se ho il costante desiderio di scappare in altri luoghi, Milano è ricca di stimoli che a volte influiscono anche sui miei lavori.
Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Prima di tutto, laurearmi. Poi voglio continuare a sviluppare i miei progetti, viaggiare, esplorare nuovi luoghi, fare nuove esperienze e partecipare a residenze artistiche all’estero. Ho molte idee per nuovi lavori e spero di poterle realizzare presto.

Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Ho diversi lavori iniziati che voglio portare a termine e altri ancora solo immaginati, ma che spero di concretizzare.
Cosa significa per te essere artisti oggi?
Essere un artista per me significa essere un ponte tra il mondo interiore e la realtà esterna, un filtro sensibile attraverso cui osservare e reinterpretare la vita e la società. Significa ricercare, interrogarsi, creare connessioni.
Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Sue Kim, Valentina Bobbo, Parnia Tajmirriahi.
Ringraziamo Gabriela Du Bois per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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