Lea Donghi

Lea Donghi è una giovane artista italo-russa. La sua poetica nasce dall’osservazione dei movimenti del corpo: l’ispirazione prende piede dalle tante pose che può assumere. La notte è il suo momento creativo ideale, quando, al silenzio e al buio, tutto prende vita, a partire dalla sua arte.

Lea Donghi

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Ciao, mi chiamo Lea, ho 27 anni e sto frequentando il secondo anno in pittura all’Accademia di Brera. Ho origini italiane da parte di mio padre e russe da mia madre. Sono nata in Ticino, in Svizzera, dove vivo tuttora.

Lea Donghi, “Senza titolo”, 2024.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Assolutamente sì, qualsiasi cosa io stia facendo sto sempre ascoltando musica, che si tratti di cucinare, dipingere, viaggiare, e ogni tanto persino mentre dormo. Ho suonato il pianoforte per diversi anni e mi piace moltissimo anche cantare, perciò direi che è una forma d’arte molto presente nella mia quotidianità.

Per quanto riguarda un artista o un gruppo preferito, non saprei bene, vado molto a periodi e passo da cose piuttosto diverse le une dalle altre.

Se dovessi scegliere un gruppo a cui sono molto legata e a cui, in un modo o nell’altro, torno sempre direi i Pink Floyd.

–Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

“The Shining”: non so se dire davvero che tutti dovrebbero vederlo, ma mi piace moltissimo e lo riguardo molto spesso.

Lea Donghi, “Anjelica”, 2023.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Anche qui dipende moltissimo da diversi fattori. Ad esempio, mi piace molto l’opera ma devo essere nel giusto stato d’animo per apprezzarla appieno, o se vado ad una mostra di pittura faccio spesso fatica a godermela perché finisco per concentrarmi troppo sui dettagli tecnici, sul tipo di materiali usati o il modo in cui l ’artista ha preferito un supporto piuttosto che un altro.

In generale direi che preferisco i contesti meno formali, mi piace poter vedere l ’arte nella vita di tutti i giorni piuttosto che fissa in un museo.

C’è un artista svizzero che ammiro molto, si chiama Daniel Maillet, è un amico di famiglia e quindi lo conosco molto bene e ammiro moltissimo il suo lavoro e più di tutto penso mi abbia dato un senso di speranza e di sicurezza. La sua esperienza come artista mi fa sentire di non essere folle ad aver scelto di voler fare arte.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

La notte. Lavoro quasi sempre solo la notte, è il momento della giornata in cui sono più energica e concentrata, prima non riesco proprio ad essere produttiva. Mi piace tantissimo il buio e il silenzio, il poter stare da sola e non avere nessuno che mi cerca, posso mettere in pausa tutto e fare quello che preferisco. Quando lavoro di notte sembra che io stia vivendo cento vite.

Lea Donghi, “Senza titolo”, 2025.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Immagino un po’ per caso, non saprei dire esattamente quando l’arte è entrata a far parte della mia vita…un giorno mi sono ritrovata con una matita in mano e da lì non ho più smesso.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Calma, quando dipingo il mondo si ferma e mi dimentico di esistere per un po’.

Lea Donghi, “Senza titolo”, 2024.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

A dire il vero penso di non avere ancora nessun’idea di cosa io stia facendo e forse è giusto che sia così. Sto ancora sperimentando cosa funziona e cosa no, vedo il mio lavoro come un percorso sempre in continua mutazione. Quando ho iniziato a dipingere pensavo di dover fare qualcosa che nessuno avesse mai fatto prima, e questo pensiero mi ha bloccata per tantissimo tempo e, quando ho smesso di preoccuparmi di dover creare qualcosa di rivoluzionario, ho iniziato ad essere soddisfatta dei miei lavori. Nascono da me e forse questa è tutta la rivoluzione che serve.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

A grandi linee sì, parto con un’immagine in testa, ma i dettagli si sviluppano nel corso del lavoro e non so mai davvero come sarà il risultato finale finché non lo vedo.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Non saprei spiegarlo, ad un certo punto mi fermo e basta. Ogni tanto faccio più fatica e devo proprio dirmi “okay adesso basta”: succede di solito quando mi impunto su un dettaglio che non sta venendo come mi ero prefissata ed imparare a lasciare che le cose siano come vogliono essere non è facile.

Lea Donghi, “Ambra”, 2024.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?

Cerco sempre di avere sottomano tutto quello che potrebbe servimi e, se così non dovesse essere, mi arrangio cercando un’altra soluzione…mi darebbe troppo fastidio pensare di lasciare lì il lavoro e dover andare a cercare il pezzo mancante.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Penso che il mio lavoro parta dal corpo, dal modo in cui possiamo muoverci, piegarci e distenderci. Mi piacciono tantissimo i mille modi in cui i nostri corpi possono apparire e le posizioni che possiamo assumere.

Lea Donghi, “Veronica”, 2022

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Ad essere onesta faccio molta fatica con i social, non riesco a stare dietro al lavoro e l’impegno che ci si deve investire, e mi sembra troppo distante: attraverso lo schermo non si riesce a cogliere la materialità di un’opera.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Ad essere onesta sto vivendo Milano molto poco, non conosco quasi nessuno e non mi trattengo mai a lungo in città, anche se mi piace molto…la vedo un po’ come una sorta di amica che mi accompagna in questo viaggio, mi presta i suoi spazi e mi dà ispirazione, mi mette anche faccia a faccia con realtà scomode del mondo e ogni tanto può essere brutale, ma preferirei cento volte vivere nel mondo reale piuttosto che chiudere gli occhi e rifugiarmi in un luogo felice nella mia mente.

Lea Donghi, “Sleeping in the blue”, 2023.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Mi piacerebbe poter contribuire nel creare uno spazio sicuro per giovani artisti, in cui esprimersi e trovare il sostegno che spesso sentiamo di non avere.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Quasi tutti ad essere onesta, ma va bene così.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Solo che siamo umani e possiamo decidere di esprimerci come preferiamo.


Ringraziamo Lea Donghi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.

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