Sofia Savoldi

Sofia Savoldi è un’artista che sente la necessità di creare costanti promemoria di vita attraverso i suoi lavori. Le sue opere nascono da un appunto su un taccuino che si trasforma poi in sperimentazioni autentiche, mentre in altri casi alle spalle c’è un’attenta ricerca, in altri solo emozioni che fluiscono.

Sofia Savoldi

PRESENTAZIONE


-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Mi chiamo Sofia Savoldi, ho ventun’ anni e abito a Sant’Angelo Lodigiano, un paese in provincia di Lodi.

–Di cosa ti occupi?

Ho frequentato il Liceo Artistico e attualmente sono iscritta al terzo anno di Decorazione di I livello presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Molto presto avrò anche l’occasione di iniziare un nuovo percorso diventando insegnante di un corso di disegno nella mia città.

Sofia Savoldi, “CAFFÈ SPAZIALI”, 2023.

INTERESSI


-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Credo che nella mia quotidianità la musica sia fondamentale. Ho suonato la batteria per anni e ogni tanto mi capita di suonarla ancora a casa. Quando lo racconto, le persone rimangono sempre stupite, diciamo che l’apparenza nasconde un po’ il mio animo rock. Ascolto molti generi diversi che appartengono sia al passato che alla contemporaneità. Per esempio posso passare benissimo dalla musica classica alla musica indie. Sicuramente sono molto legata a Jim Morrison e ai The Doors che per me erano diventati una vera e proprio ossessione quando avevo dodici anni.


-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

“La grande bellezza” di Sorrentino.


-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Apprezzo diverse forme d’arte e sono molto interessata anche ad un tipo di approccio artistico che mira all’unione di più linguaggi, aperti alle possibilità combinatorie visive e concettuali che si concretizzano nel concept e nella realizzazione dell’opera finale. Ad esempio, mi piace molto l’arte installativa e visito spesso mostre che riuniscono fotografia, pittura e scultura. Per quanto riguarda l’arte contemporanea e i suoi protagonisti, credo che Anish Kapoor, Albert-László Barabási e Ólafur Elíasson siano solo pochissimi nomi facenti parte della cerchia di artisti che
ammiro fortemente, tanto da diventare in parte una grande fonte d’ispirazione per me e per la mia personale ricerca artistica.


–C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Per me la mattina, come si suol dire, “ha l’oro in bocca”. Mi rende produttiva e mi dà molta soddisfazione. Però amo anche il tardo pomeriggio, il tramonto e amo viverlo soprattutto quando sono in strada per tornare a casa. È il momento in cui dialogo di più con me stessa.

Sofia Savoldi “CERERE” 2024.

LAVORO


–Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

L’esigenza di interfacciarmi con l’arte è ancorata alla mia necessità di creare costanti promemoria di vita attraverso ciò che realizzo. Sento il bisogno di reagire davanti alla vita, di analizzarla, di celebrarla. Essendo una persona con interessi poliedrici, cerco di legare alcune di quelle sfaccettature che mi contraddistinguono in ciò che voglio comunicare, restituire. Le mie opere indagano lo spazio, il tempo, la vita stessa attraverso installazioni, video e fotografie. Andare oltre è ciò che mi importa. Ricerco soluzioni, risposte e nuovi interrogativi in cui riservo spazio per l’oggettività, l’invisibile, la fantasia, il bramare l’impossibile. Questo è quello a cui sono legata, in una dinamica di costante evoluzione identitaria e processuale.


-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Nasce tutto, come dicevo, da un’esigenza. Il mio è un modo di rispondere a ciò che vivo, a quello che mi affascina, a quello che non capisco e che forse non mi è dato comprendere fino in fondo. A volte le tematiche che approfondisco sono originate da curiosità personali o dal percorso accademico che sto svolgendo e talvolta coincidono inevitabilmente.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

In realtà durante questa fase sono dominata da plurime emozioni. In generale direi: gioia, sorpresa, brama.

Sofia Savoldi, “Alienandomi”, 2024.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Sono dell’idea che al giorno d’oggi nell’arte sia molto difficile presentare una novità a tutto tondo. Ciò che vediamo e dichiariamo nuovo è sempre legato a qualcosa di vecchio che è stato indagato o introdotto da altri. Lo diceva Lavoisier: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
L’originalità risiede nel reinventare e nel farlo a proprio modo all’interno del contesto contemporaneo a cui si appartiene. Per quanto riguarda la mia esperienza, io ho sempre l’obiettivo di andare oltre, di fare sempre di più, di superare i miei limiti, di crescere, di conoscermi. Quindi, in una dinamica come questa, probabilmente non si ha mai una visione nitida di dove si vuole andare. Io lo capisco giorno per giorno, lavorando e imparando. Ovviamente se mi prefisso degli obiettivi è perché li voglio raggiungere.


-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Dipende. È una cosa che non sempre si può controllare. A volte i miei lavori nascono da un’attenta ricerca, da una progettazione. Di conseguenza tendo a realizzare l’idea iniziale che però, in un modo o nell’altro, subisce sempre delle trasformazioni, si apre a possibilità, letture diverse, visioni e illuminazioni. Certamente l’imprevisto è dietro l’angolo e diventando un punto di forza può ribaltare quasi completamente il tuo progetto originario. Tuttavia credo sia importante mantenere l’essenza di quello che vuoi raccontare fin dall’inizio.
Penso che a volte non sia sempre possibile sapere come sarà il risultato finale. Questo dipende anche dalla natura del lavoro. Mi è capitato di addentrarmi in un lavoro con degli aspetti abbastanza ignoti e indubbiamente è stato importante avere coraggio per raggiungere il mio obiettivo. Quando capita però è anche bello lasciarsi trasportare dalle emozioni e da quello che senti di fare perché lì si trova ancora più autenticità.

Sofia Savoldi, “VIBRAZIONI CROMATICHE”, 2023.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Per me i titoli sono importanti. Sono in grado di contestualizzare e di dare maggiori indicazioni riguardo al mio lavoro. In alcune occasioni mi è capitato di assegnare alcuni titoli ancora prima di realizzare ciò che avevo in mente. Questo dipendeva dal fatto che l’intero progetto era nato in me attraverso un’improvvisa illuminazione e quindi a parole sapevo già come designarlo. Capita rare volte il colpo di genio. Nella maggior parte dei casi, dopo un’attenta riflessione e una completa comprensione del lavoro, affido il titolo che secondo me meglio descrive il lavoro nella sua essenza ed interezza.

-Quale sarebbe il loro significato?

Per ogni lavoro il titolo è ad hoc. Ognuno racconta e indica il progetto a cui è accostato. Quindi credo che il titolo abbia un valore, un peso, una rilevanza. Anche “senza titolo” è un titolo, una scelta.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Per me il lavoro finisce in due circostanze: quando ho realizzato in modo definitivo la mia idea o quando, nel caso in cui non ci sia un progetto definito alla base, percepisci, sai, capisci che puoi o devi fermarti. In questo secondo caso non puoi spiegare cosa accade, è una sensazione. Ci possono essere lavori che non finiscono mai, che offrono costanti mutamenti, variazioni, punti di vista differenti.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Può capitare. Se non ho subito a disposizione il materiale che mi serve, mi fermo e aspetto di poter proseguire. Questo se il lavoro che sto facendo dev’essere realizzato in modo specifico, preciso e al meglio logicamente. In generale nella fase di realizzazione cerco di organizzarmi per partire con tutto ciò che mi serve. Rimango comunque convinta dell’idea che l’imprevisto, anche nella dimensione dei materiali, possa diventare un’opportunità per far nascere qualcos’altro. Vi lascio una citazione abbastanza buffa, ma che reputo brillante : “Non tutte la ciambelle escono
con il buco, così sono nati i krapfen”.

Sofia Savoldi, “Steromphala umbilicalis”, 2025.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Guardando lucidamente i miei lavori, anche se rimango sempre un po’ coinvolta, so che tutti hanno la medesima importanza. Ci sono lavori che appartengono al mio cuore più di altri e che certamente funzionano di più. Complessivamente i lavori sottoposti ad un ulteriore confronto con gli altri e con persone più qualificate di me, come ad esempio i professori, sono in grado di lasciarmi maggiori feedback e mi fanno capire se risultano particolarmente efficienti ed efficaci. Questa è anche la gioia per cui un’artista produce, almeno in parte. Oltre che produrre per se
stesso, l’artista sente il bisogno di comunicare con gli altri. Ecco il confronto. Come mi ha insegnato un mio grande professore, il quale rimane anche un artista che ammiro fortemente, noi abbiamo il compito di restituire qualcosa, di sorprendere, di far riflettere chi fruisce della nostra arte. Qui riusciamo a capire al cento per cento quanto funziona il nostro lavoro.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

I miei lavori possono nascere da qualsiasi cosa. Nascono da un tema che mi viene affidato da terzi, dal bisogno di esprimere qualcosa che ho dentro, dal voler realizzare delle idee che sono nate tempo prima, da un riferimento qualunque che ho incontrato magari recentemente. Spesso ho bisogno di un taccuino dove appuntare queste idee quasi come se mi ritrovassi immersa in un flusso di coscienza. Questa è la parte più difficile, ma quella che mi fa sognare di più. Successivamente prosegue una ricerca che, nella dinamica della progettazione, secondo me è
fondamentale per costruire le fondamenta solide del lavoro che realizzerò.


-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari?

È stato ed è ancora un viaggio che rifarei. Sento di aver imparato tanto, di aver svolto un percorso molto bello, nonostante le sue tortuosità e di aver incontrato persone che mi hanno lasciato qualcosa di importante. In questi tre anni mi sono conosciuta un po’ di più, ho appreso metodi, tecniche, linguaggi, stili, nozioni che caratterizzano e formano la mia personalità artistica. Ho avuto modo di porre l’attenzione su ciò che avevo e ho ancora da dire e che, senza questo percorso, non avrebbe avuto forma. Durante questo lungo periodo ho capito che noi artisti scommettiamo tutto su di noi, su chi siamo, su dove veniamo e su cosa abbiamo da raccontare. Sta a noi decidere i mezzi con cui trasmettere tutto questo. Pertanto mi sento di dire che l’accademia è stata per me anche un viaggio interiore pieno di conoscenze, un viaggio non ancora giunto al suo termine.


-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Sono molto legata a tutti i lavori che produco, ma quello che mi ha dato maggiori soddisfazioni e che ha ricevuto molti feedback positivi è l’installazione “Flying Bl∞d”. La realizzazione di questo progetto ha richiesto mesi di lavoro, pur non sapendo se sarei riuscita ad ottenere i risultati sperati. L’essere stata all’altezza di tutto questo mi ha reso felicissima e mi ha fatto credere in me, nelle mie idee. Poi, anche qui, torna il discorso del confronto con gli altri. Anche questo ha conferito un maggiore alone di credibilità e di stabilità al mio lavoro.

Sofia Savoldi, “FLYING BL∞D”, 2024.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Reputo importantissimo al giorno d’oggi utilizzare i social per promuovere i propri lavori. Io stessa li utilizzo. È importante farsi conoscere e dare alla propria ricerca artistica una visibilità. Diventa anche un’occasione per conoscere quello che fanno gli altri e prendere spunti, stringere amicizie, contatti, scambi. Con i social tutti hanno l’opportunità di pubblicare quello che vogliono e a volte li trovo, parlano in termini artistici, anche un po’ dispersivi, un pozzo che pullula anche di copie su copie che seguono le mode del momento. Promuovo l’uso dei social in modo consapevole.
Anche qui bisogna saper cercare e usare filtri per scovare l’utile e il vero.


-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Fin da piccola ho sempre amato Milano, ma non la vivo costantemente, non ci abito. La sera, dopo lezione, torno a casa, in un contesto comunque provinciale. La differenza si sente, ma non sempre è negativa. Credo che Milano sia una città dalle mille opportunità e forse per questo anche un po’ fin troppo caotica. Respirare il clima milanese e quello artistico dell’accademia, che è quello che vivo quotidianamente, credo che mi faccia bene, mi stimoli.

Sofia Savoldi, “Analisi comportamentale del sangue alieno (gruppo 0 Rh negativo)”, 2024.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Ho sempre tanti progetti in mente, troveranno il tempo che meritano. Sono una persona che cerca di organizzarsi al meglio, ma voglio anche vivere il presente senza la costante ansia del futuro. Per ora il primo step a cui mi dedicherò sarà la conclusione del mio primo percorso in accademia e la tesi. Nel frattempo mi piacerebbe capire e riflettere su come voglio continuare questo percorso. Sono sempre pronta ad accogliere le novità e quello che desidero.


–Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Quelli che non mi sono ancora venuti in mente e quelli che tengo ancora custoditi nel mio immaginario, desiderosa di vederli presto realizzati. Punto a voler vedere concreto ciò che la mia mente produce, nonostante a volte sia pressoché impossibile. E poi, ogni cosa ha sempre bisogno di essere conosciuta fino in fondo, non si finisce mai di scoprire.

Sofia Savoldi, “Essere vivente”, 2024.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Dire di essere artisti oggi può voler dire tutto e niente. Io credo che ci sia differenza tra il “fare” l’artista ed esserlo. Oggi essere artisti comporta conoscenza di ciò che ci circonda, apertura verso le novità, stare al passo con i tempi, riuscire ad arrivare prima degli altri e dove gli altri non arrivano in un mondo velocissimo e che presta scarsa attenzione, ma senza mai rinunciare alla propria autenticità, alla fatica, allo studio, alla passione e alla dedizione.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Ammiro diversi compagni di corso, amici e giovani artisti che ho incontrato in questi anni a Brera e per questo è difficile fare nomi e restringere il campo! Preferisco nominarne più di tre. Chiara Maffezzoni, Ilaria Trocchia, Furo Diallo, Mariagrazia Carpignano, Sebastian Yngaruca, Diego Zanelli, Alessia Imperio. Questi sono solo alcuni nomi e corrispondono alle mie migliori amiche artiste, a chi ha condiviso o condivide con me continui scambi, stimoli, paure che questo percorso comporta, a chi reputo immerso nell’intento di essere e rimanere vero nell’Arte.


Ringraziamo Sofia Savoldi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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