Da un piccolo paesino di campagna in provincia di Lodi proviene Chiara Maffezzoni, giovane autrice appassionata di nuoto. L’acqua, con le sue tonalità di blu, è un elemento dal quale non può prescindere, nella vita e nella creatività artistica. La piscina è il suo habitat naturale: sott’acqua, per lei, tutto prende vita.

PRESENTAZIONE
–Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Ciao! Mi chiamo Chiara Maffezzoni, ho 22 anni e vengo da un piccolo paesino di campagna in provincia di Lodi.
Di cosa ti occupi?
Attualmente frequento il terzo anno all’Accademia di Brera nel dipartimento Decorazione.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
“Africa”, “Smalltown Boy”, “Don’t You Want Me”, “She Drives Me Crazy”, “Sweet Dreams” e “Love My Way” sono solo alcuni dei pezzi che amo della musica anni ’80. Gli Oasis sono la mia band preferita.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
“L’attimo fuggente” di Peter Weir.
–Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/a cui assistere: fotografia pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Non ho una forma d’arte preferita, solitamente assisto a mostre di artisti che conosco, che ho studiato oppure che mi interessano particolarmente.
Recentemente, ad esempio, sono stata alla mostra di Jean Tinguely in Hangar Bicocca: non ha niente a che vedere con ciò che indago personalmente nella mia ricerca artistica, ma è un’artista che ho studiato ed è sempre interessante osservare da vicino con i propri occhi opere che hai conosciuto esclusivamente in foto/video. Spesso alcuni meccanismi di assemblaggio che non comprendi a primo impatto si fanno più chiari quando li hai davanti, sotto il tuo naso.
L’unico luogo che visito con regolarità anche senza sapere quale artista espone, l’Acquario Civico di Milano, dove periodicamente espongono artisti che svolgono lavori esclusivamente sul tema dell’acqua. Ho osservato da vicino, qualche mese fa, la mostra di Roberto Ghezzi, un’artista che crea naturografie proprio tramite l’utilizzo di questo elemento. Oltre a questo approccio lavorativo, ha utilizzato la tecnica antica della Cianotipia nel suo progetto “The Greenland project” per registrare lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia. Grazie a questo artista ho scoperto l’utilizzo di questa meravigliosa tecnica che ho poi adoperato in miei svariati lavori.
Non c’è un’artista contemporaneo che ritengo assoluto, ma direi che considero assolute alcune opere: “The Pool” di Erlich, “Water Floor” di Heike Weber, “Whirpool in water” di TeamLab, le fotografie sulla piscina di Maria Svarbova e la serie dedicata alla piscina e ai tuffi di David Hockney.
-C’è un momento della giornata che i piace particolarmente?
La sera dopo cena quando mi metto a letto e bevo la camomilla.

LAVORO
–Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho da sempre pensato di avere la cosiddetta “vena artistica”, non per pecca presunzione, ma perché penso che mi sia stata tramandata dal mio papà che è un pittore autodidatta. Qualsiasi bambola o barbie mi mettessero di fianco durante la mia infanzia, la rifiutavo categoricamente per colorare coi pastelli o pennarelli su dei fogli di carta.
Prima dell’Accademia di Brera, ho studiato arti figurative al Liceo Artistico Callisto Piazza a Lodi: è stata un’ulteriore conferma di quella che sarebbe poi stata la mia strada per il momento. Ci tengo a dire che sono grata di poter inseguire la mia passione, cosa che mio papà all’epoca non poté fare, conveniva iniziare a lavorare piuttosto che “buttare tempo” a studiare; da una parte, inseguo questo sogno anche per lui.
La mia personale ricerca artistica si basa sull’acqua.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Le mie radici si innestano nella piscina. Nuoto per passione, nuoto per evadere dai miei pensieri, nuoto per sopravvivenza, nuoto per restare a galla, nuoto perché è un po’ come respirare, nuoto perché quando si è lì sotto automaticamente ci si lascia andare in uno stato di “flow”, di beatitudine. Il mio legame con l’acqua è presente da quando sono stata messa al mondo, mamma decise di concepirmi in acqua. Oggi, immergermi dentro quest’acqua è essenziale, quasi come se fosse un vero e proprio rituale. Si potrebbe dire che la piscina è la mia seconda casa dall’età di cinque anni, da quando ci siamo conosciute. Nonostante io cerchi a volte di distaccarmi da questo legame nella mia ricerca artistica, risulta impossibile… l’acqua, il blu e la piscina troveranno sempre un modo per affiorare perché questo è ciò che sono.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Più che un’emozione ricerco uno stato mentale, lo stesso che riesco ad ottener quando nuoto sott’acqua: un senso di pace, avvolgimento, equilibrio, tranquillità serenità, letizia. Alcune volte riesco a non provare niente, facendomi trasportare da flusso dell’acqua. Altre volte ancora provo brio ed eccitazione, dipende dalla piega che prende il progetto e da quanta concentrazione io debba avere.
–Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Prima di creare è importante allo stesso modo, se non maggiormente, ricercare. L’ispirazione può arrivare anche da una lettura di un libro, ma la prima cosa utile e di assoluta importanza è quella di cercare tutti gli artisti che hanno già toccato lo stesso tema che voglio sviluppare. Soprattutto, è rilevante comprendere come lo ha eseguito, perché se da una parte, come si suol dire, “è già stato fatto tutto”, dall’altra ognuno interpreta il tema a seconda della propria sensibilità. Sussegue uno studio di cosa voglio creare, come realizzarlo, come presentarlo e perché, quali materiali utilizzare e così via. Spesso cerco di immaginare il progetto già ultimato, ma non è detto che riesca sempre ad ottenere quel risultato specifico, e non è nemmeno detto che non possa apportare ulteriori modifiche. A volte, quindi, cambia in corso d’opera.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
I titoli ricoprono per me un ruolo conclusivo ed hanno il potere di rendere tutto processo coinciso, come un riassunto. Solitamente li assegno alla fine dopo aver terminato il progetto. Tuttavia, è capitato di partire da una frase che volevo inserire nel lavoro e di farla diventare il titolo stesso fin dall’inizio, è il caso del lavoro “Il cielo a portata di mano”, ancora non propriamente terminato in quanto vorrei svilupparlo verso un senso fotografico, dove svariate mani tengono il cielo. Si potrebbe pensare che non centri molto questo progetto con la mia ricerca artistica ma non è così, nel cielo ritrovo sempre la mia acqua ed il blu.
-Quale sarebbe il loro significato?
Hanno la funzione di antipasto, come quando ti prepari a degustare il piatto principale. Fungono da invito ad assaporare il progetto.
–Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Quando sono riuscita a realizzare ciò che avevo nella mia mente e quando mi soddisfa.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Capita raramente, sono un’organizzatrice seriale. Quasi tutti i miei progetti hanno a che fare con la carta, un pennello e dei colori (acquerelli, ecoline, pastelli, acrilici), sono materiali che ho sempre a portata di mano, se mi mancasse qualcosa credo che potrebbe essere la carta di cotone, ma ripeto, capita difficilmente. Prima di mettermi al lavoro devo avere tutto a disposizione, altrimenti non vale la pena iniziare se poi mi devo fermare.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
“Blue Mind”, realizzato in un momento un po’ buio: il classico blocco d’artista che fa sparire la voglia di mettersi in gioco e il desiderio di creare progetti nuovi. Credo sia il progetto più completo realizzato finora per la ricerca antistante realizzazione effettiva. L’installazione fulminea è avvenuta all’interno dello spogliatoio femminile della piscina dove mi alleno: è stata la prima volta che mi rapportavo con uno spazio pubblico nell’installare le mie opere, penso funzioni bene per il connubio tra l’ambiente e quello che ho creato. Ammetto che è stato un po’ improvvisato come montaggio, non ho chiesto di poterlo installare, l’ho fatto e basta. Forse è vero che a volte bisogna mettere da parte la razionalità e lasciarsi andare in preda al gioco e alle idee venute per caso.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Dipende. Gran parte dei miei lavori nascono da sensazioni ed emozioni che provo a contatto con l’acqua. “Blue Mind”, ad esempio, è nato un po’ per caso un po’ per necessità, una sera presi tra le dita un pennello e iniziai a dipingere senza un vero motivo apparente con un’ecoline blu di Prussia su della carta di cotone. “Riflessi d’acqua” nasce da ciò che sento immersa nell’acqua: tranquillità e stabilità, mi fanno sentire un tutt’uno con questo liquido; nasce perché quando nuoto faccio caso ai riflessi si generano sul fondo della piscina. “Il cielo a portata di mano”, è un’epifania.
–Hai fatto un percorso all’Accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Ribadisco la mia gratitudine nei confronti di poter inseguire una delle mie passioni più grandi. Brera, lo vivo come un’ambiente libero e sereno che mi permette di esprimere ciò che ho da dire i qualsiasi modo ritengo sia giusto. Conosci colleghi disposti quasi sempre a un paio d chiacchiere e questo non è scontato. Ciò mi ha aiutata ad uscire un po’ dal mio guscio timido ed introverso, anche se ci sto ancora lavorando.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Sinceramente non saprei quale sia il mio lavoro più apprezzato.
Quello che preferisco io è “Autoritratto”, mi rispecchia maggiormente. Ho cercato di raffigurare su carta ciò che vede la mia mente sott’acqua mentre nuoto, per riflessi e i reticoli che si formano grazie alla luce che penetra sul fondale, sono sempre fonte di incredibile ispirazione, pura magia.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Credo che i social siano diventa quasi necessari per sviluppare una rete di conoscenze in modo veloce, purtroppo o per fortuna. Purtroppo perché personalmente sono fan di un mondo vissuto senza il telefono, o quanto meno per un u lizzo non esagerato, giusto l’essenziale. Per fortuna perché permette di diffondere la propria arte anche a livello internazionale e molto più rapidamente rispetto o al passato.
Io stessa ho una pagina d’arte su Instagram, social che bene o male possiedono tutti, o quasi, oggi. Tratto questo profilo come una sorta di vetrina di quello che produco artisticamente, proprio come fosse un portfolio. Cerco di scattare delle foto con una luce o male per risaltare i miei lavori, di presentarli in modo chiaro e accattivante. Cerco inoltre di creare video laddove il progetto vada visto sfogliando le pagine o dove ritengo sia il modo migliore per visionarlo, è il caso del mio libro d’artista “Autoritratto” e del lavoro “H20 artificiale”.
-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Essendo una pendolare, distante circa un’ora da Milano, non me la vivo molto serenamente… sia per i mezzi, sia per l’ambiente caotico e l’aria piena di smog. Abito in campagna e per me è essenziale fare passeggiate, camminare nell’erba, respirare aria non inquinata, sentire i cinguettii degli uccellini, sentire soltanto puro silenzio, tutto ciò non sarebbe possibile in una città del genere. Appena posso scappare dalla freneticità lo faccio alla svelta, anche se mi rendo conto a volte che per creare conta nel nostro ambiente, frequentare Milano è essenziale. Per avere stimoli ho bisogno di essere immersa nella natura e a contatto con l’acqua, in qualunque forma essa si trovi.
–Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Come obbiettivi personali o ottenere il brevetto da bagnina, intraprendere un corso di surf in Portogallo, vivere per qualche mese in montagna lavorando come barista ad alta quota… ah e ovviamente laurearmi! Artisticamente parlando, vorrei riempire interamente una stanza, grande o piccola che sia, di cianotipie e creare un progetto sulla bioluminescenza marina: è un fenomeno che mi affascina da sempre per la sua rarità e misteriosità.

–Cosa significa per te essere artista oggi?
È difficile dare una precisa definizione. Penso che essere artista oggi non sia semplice. Bisogna stare al passo con ciò che succede intorno a noi, senza mai smettere di essere aggiornati su tutto, con un’attenzione particolare agli artisti emergenti odierni e a ciò che producono. Penso si debba essere sul pezzo semplicemente perché viviamo in una società veloce, dove ogni giorno ci sono nuove scoperte e risvolti in qualsiasi campo.
Non è certamente facile stare dietro a questa velocità, sfornare progetti su progetti rischiando poi di perdersi e di farlo tanto per fare… credo si debba andare controcorrente in un certo senso, prendersi i propri tempi e i propri spazi per essere abbastanza stimolati e creare quello che davvero ci interessa. A me non garba questa foga, preferisco vivere e progettare con calma, la stessa che ritrovo nella mia campagna quando passeggio.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Stefano Recanati, collega e amico, ci siamo conosciuti frequentando il corso di Anatomia Artistica a Brera. Lo stimo molto a livello professionale perché ha già trovato il suo, quello in cui va forte: lui le chiama “Forme”, pezzi unici, artigianali e moderni al tempo stesso. Gli ho chiesto se me ne realizzi una ma conoscendolo chissà quando me la farà… aspe a e spera!
Giorgia Le Pera, amica e collega, non conosco persona che sia più appassionata ai fiori. Utilizza la delicatezza per lavorare ogni singolo petalo di un fiore, li modella con l’argilla; ammiro la sua manualità e sensibilità nel trattare questo materiale.
Marco Merati, conosciuto anche lui ad un corso in comune al mio primo anno accademico. Un po’ pop un po’ manzoniano mi piace definirlo. Ha esposto in diverse mostre tra cui “ART IS YOUNG” all’ADI Design Museum, a Milano. La sua frase iconica è “sto inguaiato!”
Ringraziamo Chiara Maffezzoni per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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