Alec Grognardi è un autore milanese di 24 anni, nato e cresciuto nei pressi della Stazione Centrale di Milano. La sua arte si ispira a quello che per anni ha visto passare dalla finestra della sua cameretta; treni su treni quasi tutti ritoccati da writer, dagli amatoriali ai più famosi. Così si ispira la sua arte “underground” sia per i contenuti che per lo stile estetico.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Ciao! Mi chiamo Alec ho 24 anni, vengo da milano, nato e cresciuto vicino a stazione centrale. Dalla finestra di camera mia si vedevano i treni con i pezzi coloratissimi dei writer. Lo stile dei graffiti e in generale tutta l’arte “underground” sono alla base dei miei lavori, sia come contenuti sia come stile estetico. Non so stare fermo, ho bisogno di tradurre tutto quello che mi succede attraverso la manualità dai disegni alla falegnameria.
-Di cosa ti occupi?
Da 5 anni circa mi occupo di serigrafia, negli ultimi 3 ho approfondito l’aspetto sociale della serigrafia, il suo potenziale “curativo”. Ho collaborato con Officine Tantemani, una realtà che lavora con persone disabili, migranti, ragazzi a rischio drop out e che usa (anche) la serigrafia per farlo. In questo momento sto iniziando un progetto nel carcere di Bollate proprio per approfondire ulteriormente.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Si mi piace molto la musica, per stampare in studio è fondamentale, ascolto quasi tutti i generi, nell’ultimo periodo sono in fissa con La Femme e Moha la squale, ma ascolto anche tanta musica italiana: Dalla, Gaber, De Gregori e tutta quella scuola.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Domanda difficilissima ti dirò un grande classico: Nuovo cinema paradiso.
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
La forma d’arte che preferisco in assoluto è la grafica d’arte, serigrafia, incisione, xilografia… amo perdermi nei dettagli delle stampe, osservare tutti i dettagli, linee, tratteggi ecc..
Non credo ci sia nulla di assoluto in campo artistico, ma secondo me Leonardo Da Vinci ci è andato vicino, scegliere un artista soltanto è difficile, sono cresciuto con Pazienza Altan e Lacovitti, ma se dovessi dirti un artista che in questo momento esatto mi sta appassionando Elias Taño.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina, ho i miei rituali e la prospettiva di un giorno in cui potenzialmente posso fare qualsiasi cosa mi esalta.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Come dicevo all’inizio da piccolo guardavo per ore i treni dipinti fermarsi e ripartire, mi chiedevo se li avrei mai rivisti e cercavo di cogliere più dettagli possibili nel tempo indefinito che avevo. I fumetti sono stati un’altra grande ispirazione, in più in casa dei miei nonni c’erano stampe su tutte le pareti e l’espressione artistica era incoraggiata e assecondata, è stato molto naturale per me continuare fino ad oggi.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Dopo il corso di serigrafia in università ho avuto la possibilità di fare da assistente al docente di allora Daniel Tumolillo, serigrafo eccelente ma anche autore e ricercatore della materia, ha scritto diversi libri sul tema e mi ha introdotto alla tecnica e alla storia che nasce in giappone mille anni fa ma si intreccia con le grandi rivoluzioni e i movimenti popolari del ‘900.
Quando ho fatto il corso stavo facendo un percorso di psicanalisi perchè ero appena uscito da un periodo complicato, durante le sedute mi capitava di rappresentare graficamente come mi sentivo e ho deciso di stampare quei disegni in serigrafia. Alla fine della sessione di stampa mi sono reso conto che, non solo avevo prodotto un oggetto tangibile di uno stato d’animo/sensazione intangibile, ma che ci avevo anche riflettuto arrivando a nuovi ragionamenti e idee. Il processo di stampa è ripetitivo quasi alienante ma sei comunque vigile rispetto agli errori grafici e al risultato, è uno stato particolare che assomiglia un po’ a quando in macchina stai guidando e ti metti a pensare e metti “il pilota automatico” ma sei comunque attento alla strada ecc..
Ho pensato subito che avrei dovuto approfondire questa cosa tantoché è stato il mio argomento per la tesi di laurea, ho intervistato realtà italiane che hanno unito serigrafia e sociale e da lì non ho mai smesso di documentarmi e sperimentare.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Sollievo

–Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Sentivo e sento necessario che l’arte non sia solo una bella cosa appesa in una galleria, è necessario il riscontro con le persone, l’interazione con l’opera, saper cambiare strada se quello che stai facendo non funziona, solo gli stupidi non cambiano idea. C’è bisogno di tornare a parlare con le persone, di creare legami, di costruire insieme, anche nell’arte.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Prima di arrivare alla realizzazione dei telai (le matrici) per la stampa è necessario un lunghissimo processo di perfezionamento e aggiusti, quando lavoro con le persone mi piace che non ci sia un’idea iniziale limitante, è sorprendente ciò a cui si può arrivare creando insieme passo dopo passo la stampa finale, ma una volta che il telaio è impressionato non si torna indietro.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? -Quale sarebbe il loro significato?
Odio dare titoli ai lavori, ma è un po’ come se lo battezzassi quindi ritengo che sia importante farlo. Li assegno sempre alla fine quando vedo il risultato finale, ma non sono particolarmente creativo.

–Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Quando vendo la prima stampa, no scherzo, la serigrafia su questo non è molto elastica, il lavoro è finito quando l’ultimo livello colore viene stampato.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Quasi mai, raccolgo e catalogo tutto quello che trovo che penso possa essermi utile per lavorare, un professore a me molto caro diceva sempre “La povertà aguzza l’ingegno” e cerco di seguire questa corrente di pensiero se non ho qualcosa penso a come sostituirla, crearla, ricavarla da altro.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Se un lavoro non funziona non lo porto a termine, come dicevo prima per me è necessario un continuo riscontro e scambio per ottenere un risultato soddisfacente. Che sia con me stesso o con gli altri è necessario sapersi mettere in discussione, ammettere di aver sbagliato e se serve cambiare percorso.
-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Prendo ispirazione da tutto, il mio ultimo lavoro (I gatti di Copenaghen) parte da un libro che mia nipote mi ha fatto leggere a sfinimento. Invece quando lavoro con le persone il punto di partenza sono loro, quello che sentono di voler esprimere e raccontare, io gli do solo un contenitore dove farlo per non impazzire.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato?
Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Ho fatto la triennale di grafica e ora stoper laurearmi alla magistrale di terapeutica artistica. In triennale mi sono formato come artista, ho imparato tutte le tecniche necessarie, cosa rende un lavoro “fatto bene”. In magistrale ho smontato tutto quanto, un bel risultato non ha valore se il processo che l’ha realizzato è privo di significato, per me è stato molto difficile all’inizio “trascurare” l’aspetto estetico finale, ma sono contento del mio percorso nell’arte non mi sentivo completamente realizzato, mi mancava la parte umana, con la serigrafia sociale ho trovato il mio equilibrio tra prestazioni e persone.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Il lavoro più apprezzato fin’ora è stato il ciclo “storie miranti” a cui io sono particolarmente affezionato, come artista invece la mia ultima stmpa(Gatti di Copenaghen) è quella che mi ha soddisfatto di più, ma ho ancora tantissima strada da fare.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
La vivo male, mi dimentico di pubblicare e non ci sto dietro. Per quello che faccio è importante ma non troppo, i progetti a cui collaboro si creano grazie all’incontro con le persone sul territorio, poi certo aiuta avere un profilo dove le realtà interessate a creare un progetto insieme possono vedere il mio lavoro anche perché non è molto diffusa come pratica quindi a volte c’è un po’ di incertezza.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Credo che sia stato fondamentale nascere a Milano. Mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con tantissime realtà diverse, la sera prima puoi andare alla Scala a vedere l’opera e quella dopo in un centro sociale a sentire un concerto punk. Per me è fondamentale avere nuovi stimoli e stare immerso in ambienti totalmente diversi, puoi imparare da entrambi e ricavarne la tua visione personale e il tuo stile.
A livello artistico sono continuamente influenzato da quello che vedo, che sia un mucchio di mobili per l’Amsa o una vetrina di Vittorio Emanuele.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Il progetto che sto iniziando ora è un racconto di carcerati marinai e tatuaggi, ovviamente in serigrafia.
Vorrei riuscire a creare una serigrafia nel carcere di Bollate che abbia una sua gemella fuori per permettere ai detenuti che escono di continuare il percorso e avere un reinserimento sociale graduale.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Tanti, troppi, ma sicuramente vorrei fare un’esperienza all’estero e portare in giro la serigrafia sociale.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Per me essere artisti riguarda il modo in cui si vive il/nel mondo, essere pronti a cogliere qualsiasi spunto e a creare nuove realtà che comunichino, sapersi prendere il proprio spazio in un ambiente saturo, pensare e agire con la propria testa.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato
l’Accademia di Brera?
Melitta Manca ig: melaguercia
Ludovica di Giancamillo ig: mata.lahurra
Matteo Frassa ig: teo.frassa
Ringraziamo Alec Grognardi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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