Arte e mondo
Matteo Occhipinti è un giovane artista milanese che tramite le sue opere cerca di rendere la comprensione artistica alla portata di tutti. Secondo lui, l’obiettivo dell’artista e proprio quello di capire il mondo e ciò che ci circonda, condividendo poi le proprie riflessioni con tutti. Grazie ad una start-up culturale, inoltre, promuove giovani artisti promettenti.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Matteo di cognome faccio Occhipinti, sono nato il 13 Maggio 1994 a Milano. Sono un Toro esemplare, almeno così dice chi all’oroscopo ci crede. Sono un meneghino di nascita ma con lontane radici tra Roma e la Sicilia.
-Di cosa ti occupi?
Non sapendo esattamente trovare una denominazione corretta, ogni volta cambio la risposta a questa domanda a seconda di come mi sveglio. Oggi mi sento un “Imprenditore Creativo”. Ho fondato una Start-Up Culturale e da 3 anni mi trovo ad amministrarla e accudirla… Le cose stanno andando bene per fortuna e il futuro è luminoso all’orizzonte. Questa strada segue la mia forte passione per l’Arte, infatti quando non amministro la società sono un Pittore autodidatta con una discreta carriera alle spalle, un Fotografo, un creatore di contenuti, un grafico e, in ultimo, un produttore di prodotti audiovisivi tra cui Cortometraggi.

INTERESSI
–Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
La adoro, ma purtroppo è una delle poche Arti in cui non mi sono mai cimentato! La uso spesso per straniarmi dal mondo, essendo poi appassionato di Cinema e creatore di contenuti video è anche un ottimo modo per trovare la colonna sonora della vita. Come dicono i miei amici ascolto principalmente “cantautori morti”… Insomma mi piacciono i grandi classici, sia italiani che internazionali. I grandi hanno scritto cose che sono vere oggi più che mai, testi che son poesia, hanno sperimentato con strumenti esotici e bizzarri, hanno sperimentato con i ritmi e i tempi. Trovo che oggi alcuni artisti facciano ancora canzoni davvero belle ma non trovo la consistenza tipica dei grandi maestri. Tipica degli artisti.
Se dovessi dirvi dei nomi vi citerei Bob Dylan (discografia infinita e ammaliante) – Fleetttiood Mac – Queen. Per gli italiani il mio cuore va tutto a Rino Gaetano – Guccini – De André – Alberto Fortis.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Ho una lista lunga pagine per questa risposta. Mi concedo però due titoli: il mio film preferito “Magnolia” di P.T. Anderson e Searching for Sugar Man un documentario da brividi. Naturalmente dando per scontato le basi… Non puoi non aver visto 8 1⁄2 di Fellini, per esempio.
The Big Lebottiski – Cohen / Children of Men – Alfonso Cuarón / The Royal Tenenmbaums – tties Anderson / Birdman – Alejandro Inarritu / Mister Lonely – Harmony Korine / Sttiiss Army Man – Daniels
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Domanda difficile se non impossibile. Ogni forma d’arte ha la sua applicazione, il suo momento e la sua dignità. È come un coltellino svizzero, ti trovi ad utilizzare uno strumento alla volta e quello è il migliore per il suo scopo ma non toglie nulla agli altri strumenti che hai a disposizione. Magari tra 5 minuti altri saranno essenziali per la tua sopravvivenza ma ancora non lo puoi sapere. Se posso espormi però ho sempre ritenuto il Cinema una forma d’arte completa con cui l’artista può giocare maggiormente: narrativa nel testo, fotografia e pittura nelle immagini, musica nel suono e recitazione nella direzione degli attori.
L’artista che più mi piace e al quale più mi ispiro in questo momento è Banksy, lo trovo semplice, diretto e pungente. Interprete nel periodo storico e delle problematiche della società, usa un’immagine propria del 2020 senza essere stupidamente attaccato ad un passato ormai passato: comunica la contemporaneità con uno stile contemporaneo, semplice e veloce… In una società che non ha tempo e che “scrolla” tutto ciò che ha per le mani l’artista deve trovare il modo di farsi strada.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La notte. Sono un gufo! Dopo cena dalle 22 alle 2 del mattino produco arte, concepisco idee… Creo.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho sempre fatto fatica al liceo, finché, all’alba dei 18 anni la Professoressa di recupero di Latino che mi seguiva d’estate ha notato un bizzarro approccio al Dizionario (totalmente causale si potrebbe dire) e mi ha consigliato di indagare una possibile dislessia. Così, all’inizio della Quinta Liceo, mi è stata diagnosticato un Disturbo dell’Apprendimento. Non stavo molto bene mentalmente in quel periodo e i Dottori che mi hanno seguito mi hanno consigliato di trovare una valvola di sfogo nell’arte. Così ho fatto, ho iniziato a dipingere da solo, cercando metodi che potessero sopperire alla mia mancanza di istruzione accademica. E niente… Ho trovato così la mia strada nell’arte! Sono felicissimo del percorso che ho fatto, solo avrei voluto che i miei professori si fossero accorti prima delle mie doti nascoste, che non mi avessero trattato da “fannullone” per quattro anni.
Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivato?
Beh dipende per quale arte si parla! Diciamo che ho dovuto improvvisarmi artista all’età di 18 anni, non avevo una gran mano nel disegno libero quindi ho da subito iniziato con stancil, son poi passato a stampe su carta, incollate alla tela e ripassate in acrilico. Usavo le immagini stampate come “canovaccio” per poterle reinterpretare senza paura di sbagliare le forme e le proporzioni. Presto quella è diventata la mia tecnica, e così ho creato le mie prime opere. Penso che qualsiasi tecnica, se fatta con esperienza e con un senso, abbia la dignità di esistere.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Flusso. Non è forse considerata un’emozione main stream, ma chi fa arte mi potrà capire. Quando crei entri in un flusso parallelo di coscienza, una sorta di meditazione, un sogno ad occhi aperti. Il tempo diventa soggettivo più che mai, le ore passano in minuti i minuti in ore. Quando smetti sei stanco, soddisfatto e appagato.
Infine, se tutto è andato come doveva, appoggi il pennello, ti allontani di qualche metro e guardi il più grande miracolo dell’essere un essere umano: trasformare l’astrazione del pensiero in realtà. Quel momento porta con se una stranissima emozione, forse soddisfazione o appagamento ma nemmeno… Meraviglia nel vedere un’idea eterea manifestarsi nel mondo tangibile della realtà. È una droga.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Ho iniziato semplicemente per dare sfogo alla creatività repressa. Ho iniziato per i colori, per le forme e per gestire lo stress. Solo negli anni ho iniziato a condire le opere con il significato. Ora lo faccio solo per raccontare storie, per esprimere punti di vista, per far riflettere e soprattutto per meravigliare. Voglio straniare i miei spettatori, metterli in una posizione scomoda dove non possono fare altro che pensare, pensare e pensare ancora riflettendo sulle mie opere. Non ho mai avuto un’idea di cosa bisognasse fare… Lo faccio e basta! Alcune volte funziona e altre no, l’unica cosa che ho imparato negli anni è distinguere un’idea buona da una cattiva. Me ne vengono in mente di tutti e due i tipi senza che io possa controllarlo, ebbene è così, non ho minimamente il controllo delle idee creative che partorisco, sono loro che hanno il controllo di me.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
L’idea. Questo è TUTTO per le mie opere. Ho un concetto, un pensiero, un punto di vista e poi lo metto giù. L’arte che faccio è sempre al servizio dell’idea che ho. Ho fatto la pipì su delle monete di bronzo senza sapere cosa fosse successo ma l’idea che avevo supportava quel gesto. Ho scritto un cortometraggio fantascientifico imbarcandomi in un progetto mastodontico, ma l’idea che avevo era abbastanza matura e semplice per essere messa su schermo.
Posso inoltre dire due cose: la limitazione creative è un bene (avere dei limiti stretti e scomodi spremono le meningi facendo uscire il meglio), le idee ed opere migliori di tutte sono estremamente semplici da spiegare… Se hai un’idea in mente ma al bar con gli amici impieghi più di 30 secondi a spiegarla vuol dire che ancora non la padroneggi, che ancora la devi sviscerare nel suo nocciolo più essenziale. Le verità sono semplici.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
FONDAMENTALI, spesso ma non sempre. A volte inutili… Devi capire in che situazione sei. Il mondo purtroppo (o per fortuna) non è né bianco né nero ma di un’infinità di grigi differenti, ogni tanto il titolo serve, ogni tanto è essenziale, ogni tanto è superfluo. Il titolo delle mie opere sono l’interpretazione del concetto. Spesso servono a capire, spesso spiegano o aiutano nella spiegazione. I titoli sono importanti, è la copertina del tuo libro… Se padroneggi l’idea, l’opera, la sai spiegare in una battuta, allora saprai dare anche un titolo.
-Quale sarebbe il loro significato?
Il titolo è un misto tra il punto di vista dell’autore e una questione di marketing. Uso i titoli per spiegare cosa penso dell’Opera ma anche titoli che siano abbastanza accattivanti per rimanere in mente, per fare il classico effetto “wow”.
-Quand’è che senti che un lavoro è finito?
Domanda da un milione di euro! Ogni tanto te lo dice lui stesso che è finito, quando viene un “pezzo d’autore” ovvero quando lo guardi e ti dici “Ok, ho fatto una figata tale che nemmeno io sapevo di poter raggiungere questi livelli.” Altre volte il tempo semplicemente scade e devi consegnare il lavoro o lo devi esporre. Infine accade che arrivi al momento in cui non sei sicuro sia finito ma riconosci che andare avanti non porterà nulla di nuovo. Ah… Ogni tanto può anche essere che, a seguito delle ultime versioni, ovvero quelle dove passi talmente tanto tempo che non ha più senso continuare, le opere vengano accantonate per mesi o anche anni, finché l’idea non torna, più semplice di prima e puoi tornare sul lavoro, stravolgendolo spesso.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Capita eccome! Cerco sempre di iniziare preparato ma comunque il concepimento delle opere impiega mesi nel mio caso. Dal primo pensiero, all’idea finale, al reperimento dei materiali fino alla realizzazione completa siamo tra i 9 e i 12 mesi di tempo. È un parto.
–Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
In pittura il dittico “Dirty Money”… Farò fatica a superarlo. Erano entrambe opere che a dirle non hanno mai suscitato stupore, anzi principalmente mi è stato consigliato di NON farlo. Un quadro con la cacca di mucca e un quadro con le mie urine, a dirlo in pochi hanno acconsentito all’idea. Il risultato però ha smentito anche il più dubbioso dei miei amici. Quelle sono delle Opere d’Arte a tutto tondo. In fotografia “Just Another Yellow Leopard” ero al momento giusto, nel posto giusto: la base della fotografia.
-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Leggo tanto, ma davvero tanto. Leggo solo saggistica, raramente narrativa. Sono appassionato di fisica, storia, geografia e alle scienze in generale. Nei libri trovo fatti, idee e concetti affascinanti, che prendo come ispirazione per le mie opere. Una conoscenza sempre più ampia mi permette di cambiare spesso il mio punto di vista, odio stare fisso su posizioni da bianco europeo benestante e reputarle “la verità”, trovo essenziale spaziare e cambiare il punto dell’osservatore. Molti purtroppo non si accorgono nemmeno ma guardano il mondo attraverso una lente che distorce la realtà. È tutto una questione di punti di vista, le prospettive cambiano, i mostri diventano ombre, le ombre diventano luci. Ho una mente che funziona per immagini e, unito a una passione per la saggistica scientifica, mi da una fonte infinita di idee, concetti, assiomi assurdi e difficili da capire.

–Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti / in ambito artistico; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Solo dopo la Quinta Liceo mi son potuto avvicinare al percorso artistico e mi sono iscritto ad una scuola di Cinema. Era tanta pratica e poco teorica. Questo mi ha permesso di sperimentare, di avere gli strumenti necessari per FARE. Non sono un concettuale, odio stare fermo troppo prima di creare, di approfondire o di provare. Faccio, sbaglio, correggo e rifaccio. Ancora, ancora e ancora … Questo metodo di pensiero me lo ha dato l’Accademia del Cinema di chiaro stampo anglosassone. Qui in Europa siamo troppo concentrati sulla progettazione mentale fino al minimo dettaglio, ne siamo ossessionati tanto da inventare la categoria degli “intellettuali”, attribuendogli un’aurea magica. La cosa migliore è lanciarsi subito nel mondo fisico e vedere come questo reagisce, la tua idea e le tue opere le puoi cambiare, la fisica del mondo no.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Se si potesse considerare Looking for Art (la mia società) come un piccolo pezzo d’arte, deyll’arte dell’imprenditoria forse, penso che sarebbe di gran lunga quella più apprezzata. Altrimenti penso che sempre “Dirty Money” si porta a casa questo primato. La mia preferita? Dirty Money, almeno finché il Cortometraggio di Fantascienza che ho scritto non sarà finito tra poche settimane, a quel punto cambierò idea.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
È fondamentale, se un artista vuole farsi da imprenditore deve maneggiarli come acqua e pane. Deve essere sempre presente e saper interagire con il suo pubblico. Io seguo un approccio differente, ho a mia disposizione uno strumento che molti non hanno, ho la mia società che tratta artisti emergenti (tra cui me). Uso Looking for Art per sponsorizzare gli artisti e poi nei rapporti personali che si creano con dirigenti d’azienda e creatori di fiere dell’arte il mio lato artistico non fa fatica ad emergere.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano (dopo i miei genitori) è stato il principale motore della mia vita. Penso di aver fatto il percorso che ho fatto grazie a questa magnifica città, molte delle iniziative che ho svolto non avrei potuto farle altrove. L’ambiente plasma lo spirito e la mente in maniere che nemmeno possiamo immaginare, non avrei potuto aprire Looking for Art in nessun’altra città italiana. Sono grato, ammiro e amo la mia città.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Di sicuro non sogno in piccolo! Non posso concedermi troppo per non diffondere le idee che sto coltivando prima del tempo di maturazione giusto ma i miei obiettivi sono ambiziosi, i miei progetti sono sempre più grandi. Quello che è stato fatto finora è il passo più difficile: andare da 0 a 1… Ora abbiamo avviato la strada per puntare a 100. E poi oltre. Di sicuro tenete a mente Looking for Art, ho intenzione di spaccare il mondo con la mia società.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?
Tanti, tantissimi! Li ho tutti scritti, e ci crediate o no… spesso tornano. Mi è capitato di realizzarne alcuni anche 5 anni dopo averli concepiti, in questo momento ne ho almeno 3 in mente che vorrei proprio realizzare, forse 4! Man mano che si cresce crescono anche le idee e tutto ciò che non son riuscito a realizzare lo realizzerò presto.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Interpretare il mondo, specialmente le sue contraddizioni, e sapere esprimere in modo che le persone possano capirti. L’artista è collegato al pubblico, è la sua voce più autorevole, è quello che tutti vorrebbero dire ma pochi sanno come. Le opere devono parlare alle masse, non ai salotti di intellettuali. L’arte deve educare il pubblico, farlo pensare, non straniarlo e allontanarlo. Siamo andati nella direzione opposta.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri di Milano?
Tutti gli Artisti di Looking for Art! Li adoro tutti quanti, son fortissimi. Stiamo creando un gruppo culturale in fermento… Saremo il futuro artistico del paese! Non perdete questi momenti, la fase embrionale è la più delicata ma anche la più importante. Sentirete parlare di noi e, se lo volete, c’è posto per tutti.
Ringraziamo Matteo Occhipinti per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram, oppure consultate il suo sito personale.
Scopri altri artisti emergenti sulla nostra rivista Venticento Art Magazine