Arianna Pessina

Arianna Pessina, artista visiva cresciuta nella provincia milanese, sposta la sua ricerca oltre il limite del foglio bianco, trovando nel carboncino non un semplice mezzo, ma una materia generativa. Arianna non traccia segni, ma scava nel buio profondo della superficie per sottrazione, lasciando che le immagini emergano come frammenti di memoria instabili, in perenne equilibrio tra presenza e scomparsa.

Arianna Pessina.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Mi chiamo Arianna Pessina, sono nata nel 1998 e sono cresciuta in un piccolo paese fuori Milano. Ho studiato Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, sia al triennio che al biennio.

Faccio parte di Studio Sberlae, uno studio condiviso nato insieme ad altre artiste a Milano, che stiamo cercando di attivare anche come luogo di relazione e progettazione culturale.

-Di cosa ti occupi?

Sono un’artista visiva e lavoro principalmente con il carboncino, che per me non è soltanto un materiale ma una materia generativa. Le immagini non vengono costruite o disegnate: emergono da una superficie completamente nera attraverso un processo di sottrazione, come se attendessero di affiorare.

In questo processo la luce diventa fondamentale: una presenza che orienta, modifica e rende possibile l’apparizione delle immagini. Il nero diventa così un campo latente, un luogo in cui memoria, luce e immagine convivono. La mia pratica attraversa carta, legno, libri d’artista e dispositivi installativi.

Mi interessa costruire situazioni in cui la visione rallenta e l’immagine rimane in equilibrio tra presenza e scomparsa, come un ricordo che riaffiora per un istante e subito cambia forma.

Arianna Pessina, “Andromeda”, carboncino e pigmento su legno di pioppo,
21 x 29 cm, 2026.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?

Ho sempre avuto molto interesse e curiosità per la musica, anche grazie a mio padre che me l’ha fatta scoprire. Sono cresciuta tra Radiohead, Nick Cave, Dalla, De André, Pino Daniele, Chet Baker, Nina Simone, Bob Dylan. Insomma, ascolto un po’ di tutto.

Negli ultimi anni sto scoprendo il giovane cantautorato italiano, con artisti come Nu Genea, Dente, Delicatoni, e devo dire che mi sta piacendo molto. In studio alterno spesso musica e silenzio: entrambi sono importanti in momenti diversi del processo di lavoro.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Non mi considero una grande esperta di cinema, anche se è un ambito che vorrei approfondire. Ad ora mi piace molto il cinema di Lars von Trier e soprattutto quello di Andrej Tarkovskij. “Stalker” rimane il film che più mi accompagna: ogni volta che lo riguardo mi apre a riflessioni nuove, soprattutto sul rapporto tra fede, desiderio e dimensione spirituale. Anche “Mr Nobody” di Jaco Van Dormael è un film che mi è piaciuto molto e che consiglio.

-Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?

Per quanto riguarda i libri, mi sento molto vicina alla scrittura di Clarice Lispector. Testi come “Acqua viva” e “Un soffio di vita” sono stati importanti riferimenti per me negli ultimi anni.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?

Non credo di avere una forma espressiva che preferisco, vario molto durante la mia ricerca. Utilizzo diversi medium a seconda delle varie fasi e di cosa devo fare. Spazio molto, però sono legata in particolare al disegno a carboncino.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Faccio fatica a individuare un unico artista di riferimento. Spesso mi influenzano più le singole opere o alcune ricerche specifiche piuttosto che interi percorsi artistici. Sicuramente seguo con grande interesse il lavoro di Pierre Huyghe e, più in generale, le pratiche che lavorano sul buio, sulla percezione e sulle condizioni della visione.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Forse l’imbrunire o la notte, quando i pensieri sono più lontani dalla logica e dalla rigidità della mattina…scorrono diversamente.

Arianna Pessina, “Trattenendo il giorno”, carboncino su legno di pioppo,
42 x 60 cm, 2025.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Individuare un inizio credo sia abbastanza difficile. Fin da quando ero piccola, sono sempre stata un’osservatrice. I miei genitori mi hanno sempre abituata a guardare immagini, opere, figure, con attenzione e credo che questo abbia avuto un ruolo importante (e per questo li ringrazio molto). Poi sicuramente anche aver avuto la possibilità di seguire un percorso specifico di studio è stato estremamente importante (e li ringrazio pure per questo).

Con il tempo il desiderio di osservare si è trasformato nella necessità di esprimere qualcosa. Alla base del mio lavoro c’è ancora questa esigenza: provare a restituire il mio modo di vedere la realtà.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Durante i primi anni dell’Accademia ho attraversato una fase piuttosto confusa…è stato difficile avvicinarmi a me stessa. Con il passare del tempo però sto scoprendo sempre qualcosa in più e riesco ad indirizzarmi meglio, ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

All’inizio ho passato tanto tempo davanti al foglio bianco non sapendo cosa fare, avendo paura di un segno troppo definitivo. A un certo punto ho iniziato a coprire completamente la superficie di nero e a lavorare per sottrazione.

Da quel momento lì il disegno è diventato qualcosa di più scultoreo: non si trattava più solo di aggiungere un segno, ma di scavare dentro la materia. Non dovevo più mettere un segno sul foglio ma il buio era diventata la materia da indagare. Cancellando si creava uno spazio diverso. 

Il carboncino mi ha permesso di pensare l’immagine come qualcosa di instabile, modificabile, mai definitivamente fissata.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Forse l’attenzione. Più che un’emozione precisa, è uno stato mentale in cui il tempo cambia ritmo e io divento molto ricettiva rispetto a ciò che accade nel lavoro.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Non mi era assolutamente chiara e non lo è tuttora. Non credo di avere una meta ma sento che ho sempre un costante bisogno di continuare a fare, un passo alla volta.

Arianna Pessina, “Residuo I”, carboncino su legno di pioppo, 15 x 20 cm, 2025.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Dipende dai tipi di lavoro che devo fare. Tendenzialmente ho una vaga idea di come possa venire, idea che poi ovviamente non corrisponde mai a quello che è il lavoro finito. Penso sia meglio così però, altrimenti sarebbe noioso.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

I titoli sono fondamentali perché danno al lavoro un’ulteriore identità. Il titolo è un elemento potente a mio parere. Tendenzialmente affiorano mentre lavoro; a volte arrivano prima e finiscono per guidare il lavoro, individuando una direzione o un concetto su cui concentrarmi.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

È una soglia molto difficile da individuare. Alcune volte sbaglio, molto spesso vado oltre o mi fermo troppo prima. Secondo me con il tempo si sviluppa una sensibilità che aiuta a capire quando il lavoro ha raggiunto un proprio equilibrio e non richiede ulteriori interventi.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Sì a volte capita e nel caso mi metto a fare altro. Accantono certe idee per poi magari riaprirle quando sono più predisposta.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Spesso parto da particolari condizioni di luce che attirano la mia attenzione o che rimangono impresse nella memoria. Lavoro da una superficie completamente nera e, attraverso un processo di sottrazione, cerco di far emergere immagini che non sono mai del tutto definite. Più che da un’idea precisa, il lavoro nasce da un’intuizione o da una sensazione che prende forma lentamente durante il processo.

Arianna Pessina, “Dove il giorno cade”, carboncino su carta cotone,
90 x 140 cm, 2025.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Essendo una persona piuttosto riservata all’inizio ho impiegato un po’ di tempo ad aprirmi e a confrontarmi con gli altri. Con il passare degli anni, però, l’Accademia è diventata un luogo importante di scambio e crescita. Ho incontrato alcuni professori e studenti che mi hanno dato molto e che continuo a stimare profondamente.

Credo che questo percorso mi abbia lasciato degli strumenti per guardare con maggiore consapevolezza il mio lavoro e quello degli altri.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Non credo ci sia un lavoro che sia stato apprezzato più di altri: ogni persona entra in relazione con opere diverse per motivi differenti. Allo stesso modo non ho un lavoro preferito.

Piuttosto, sento di star procedendo verso una direzione che mi interessa sempre di più e che oggi percepisco come più vicina alla mia ricerca.

Arianna Pessina, “Latenza II”, carboncino su legno di pioppo, 30 x 42 cm, 2025.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Purtroppo è così; non amo molto i social e l’anestesia che ne deriva, ma ormai, anche se mi dispiace, riconosco che rappresentano uno strumento importante per condividere il proprio lavoro e creare connessioni. Continuo a viverli con una certa resistenza ma penso facciano parte del contesto in cui lavoriamo.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Essendo nata e cresciuta in provincia, frequento Milano da quando ho iniziato a studiare a Brera. Da bambina, quando ci venivo in gita con la scuola, mi sembrava quasi un altro mondo. Oggi il mio rapporto con la città è cambiato: c’è una sorta di amore e odio, ma è anche un luogo che offre molte possibilità e occasioni di incontro. Ho iniziato a viverla più intensamente soprattutto da quando ho uno studio qui.

Non credo che Milano abbia influenzato direttamente il mio lavoro, ma sicuramente mi ha permesso di costruire relazioni importanti e di ampliare la mia rete di conoscenze. Credo che i luoghi lascino sempre una traccia nel modo in cui lavoriamo; ecco forse ora avrei bisogno di altri luoghi. Nonostante tutto, a volte la guardo con estrema nostalgia: la domenica mattina con il sole è anche piacevole.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Tra i miei obiettivi c’è sicuramente quello di partecipare a una residenza, per confrontarmi con contesti nuovi e avere un tempo più immersivo da dedicare al lavoro.

Parallelamente sto sviluppando una mostra insieme ai ragazzi del collettivo Arà, in un luogo che per me ha un significato molto particolare e con cui stiamo cercando di costruire un progetto a cui tengo molto.

Arianna Pessina, “Trattenendo il giorno”, carboncino su legno di pioppo, 42 x 60 cm, 2025.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Ci sono diversi progetti che non ho ancora avuto modo di realizzare, soprattutto lavori che richiedono più tempo, spazio o condizioni specifiche…ma spero un giorno di riuscirci!

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Artisti oggi? Essere artisti è difficile, vuol dire convivere con una costante tensione tra necessità di sostenersi economicamente e quella di preservare uno spazio autentico per la ricerca. Mi considero fortunata ad avere qualcosa che sento necessario portare avanti.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Ci sono tante persone che ritengo valide e sceglierne soltanto tre è difficile. Vorrei citare innanzitutto le artiste con cui condivido Studio Sberlae: Giulia Papetti, Margherita Morelato ed Emma De Devitiis, perché ho la possibilità di rapportarmi quotidianamente con il loro lavoro e di seguirne da vicino l’evoluzione.

Ci tengo però molto a menzionare il lavoro di Giorgio Lorefice, con cui ho avuto modo di confrontarmi in diverse occasioni e per cui ho molta stima.


Ringraziamo Arianna Pessina per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram e sul suo sito. 

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