Desiderio e narrazione
Alla base delle opere di Margherita Loba Amadio troviamo il desiderio.
Il desiderio di affrontare un tema, di creare una situazione di creazione collaborativa e di mettere insieme una narrazione. Come anche un esigenza di esplorare e superare i suoi condizionamenti.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
-Sono Margherita, nata nel 1992 a Milano da una famiglia vasta e mista.
-Di cosa ti occupi?
-Sono mamma, fotografa e post producer. Ma anche tante altre cose.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
-Adoro la musica, per ogni genere ho un paio di artisti preferiti, sono incapace di ascoltare lo stesso gruppo o genere per più di qualche brano. Adoro anche il silenzio, o la musica della natura.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
-“Swiss Army Man”, un film che separa nettamente due tipi di spettatori: chi decide di guardarlo tutto, e chi si rifiuta di continuare dopo i primi 5 minuti. Ambientato in un habitat che ho vissuto e amato molto, consiglio di guardarlo fino alla fine.
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
-Ogni mezzo d’arte ha le sue eccellenze, come la musica, sono pessima con “la cosa preferita”, ne ho tante e spero di trovarne sempre altre.
Sono appassionata di architettura per esempio, ma non farò nomi e non perché voglio farvi un dispetto, ma perché le strutture che preferisco sono quelle auto-costruite, quindi senza firma.
Trovo molta ispirazione non soltanto dalle arti visuali, ma anche da racconti, storie di vita, sogni.
I miei artisti contemporanei preferiti sono i bambini.
Tra gli adulti invece, quelle poche persone capaci di godere l’arte per il processo e non per il successo.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
-La mattina presto, momento di grande energia in cui godersi il silenzio e i propri pensieri aspettando che si sveglino anche gli altri.
E’ anche il momento con la luce più bella e l’aria più pulita.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Esigenza personalissima di esplorare e superare i miei condizionamenti. Ero consapevole di avere un intuito saggio su cui contare, ma allo stesso tempo sapevo che era sommerso da innumerevoli narrative tossiche e desideri altrui. Ho arrangiato un percorso di liberazione.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
-Complicità. Lavorare in squadra e godere a collaborare e combinare i contributi di ognuno mi dà un’enorme soddisfazione.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
-Avevo bisogno di rappresentare potenza.
Mi sentivo fragile nonostante sapessi di poter essere forte, ho voluto coltivare e allenare delle parti costrette del mio cuore.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
-In termini di processo creativo devo pensare tantissimo prima di scattare, avere idee, simboli e significati precisi, ma una volta scolpiti nella mente poi sul set lascio spazio a cambiamento e improvvisazione.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
-A volte prima, a volte dopo, a volte cambiano, a volte non li voglio.
-Quale sarebbe il loro significato?
-Spesso scelgo una sintesi simbolica un filo criptica, mi piace usare iniziali, codici, associazioni di concetti.
-Quand’è che senti che un lavoro è finito?
-Quando non mi serve più.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
-Cerco di non cominciare finché ho tutto quel che mi serve.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
-Dipende da chi guarda e con che sguardo, nessuna fotografia ha valore in sé e per sé ma contestualizzata negli occhi di chi la consulta.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti / in ambito artistico; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
-Tutt’altro, ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare prestissimo come assistente alla post produzione e più avanti come assistente fotografa, quindi ho imparato in un ambito non accademico a contatto diretto con professionisti in contesti disparati. Per conto mio studiavo il passato e il presente della fotografia e dell’arte visuale in generale, combinandolo con i miei studi universitari di sociologia e comunicazione.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
-Ho sentimenti molto contrastanti a riguardo. Da una parte è uno strumento formidabile per connettersi con persone interessanti, trovare collaborazioni e ispirazioni, dall’altro fa spavento il monopolio relazionale che ha acquistato e i contenuti a cui siamo sottoposti non solo continuano ad aumentare ma diventano sempre più uniformi.
Spesso provo una sensazione di saturazione e distaccamento, mi sembra tutto fittizio e poco interessante; poi però quando trovo bei contenuti mi sembra di avere gli strumenti per trarne qualcosa di prezioso.
Come in tutte le cose ci vuole ritmo, e sapersi allontanare fa parte delle prerogative per averci una relazione sana.
p.s. Fuck censorship.
-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
-Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza enorme, Milano si vanta di tanti buoni propositi che non sono effettivamente rispettati.
Una città pesantemente inquinata, di tanta facciata e poca sostanza, con un divario sociale importante e tanto, tanto consumismo.
Nonostante ciò è una città con un potenziale enorme, in cui ancora credo che si possa creare e proporre, sperimentare e inventare nuovi modi di lavorare e di vivere.
Credo nella cultura underground, nell’autogestione, nello scavalcamento di istituzioni, gallerie e sì, anche accademie, per fare arte. Arte per tutti.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
-Un prossimo progetto personale è una serie fotografica con una mia amica che ripercorra ed elabori una sua lunga e complessa esperienza.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Per me non si può essere artisti se non smantellando competizione e riconoscimento, interessandosi al prossimo e alle sue risorse.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri di Milano?
-Una carissima amica fotografa, Giulia Bersani; un amico muralista eccezionale Luca Zamoc (in realtà di Modena, ma ora a Milano); la mia make up artist più affezionata Vanessa Icareg.
Ringraziamo Margherita per aver risposto alle nostre domande, continuate a seguirla sul suo profilo Instagram!
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