L’eterogenea ricerca della giovane artista Rosa Frazzica è da sempre nutrita dalla sua innata curiosità, che nel corso degli anni la ha portata ad esplorare e reinterpretare la natura che la circonda. Il suo medium principale è la scultura, tramite la quale realizza oggetti dal carattere quasi alchemico: la sua produzione è quindi espressione di un mondo che si colloca tra la ritualità e la sperimentazione.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Sono Rosa Frazzica, ho 26 anni e vivo da circa tre anni a Fino Mornasco, in provincia di Como. Prima mi trovavo a Fidenza, in provincia di Parma, dove ho trascorso gran parte della mia infanzia e adolescenza.
Ho radici multiple, e per questo mi è sempre difficile definire con precisione da dove vengo: se da un lato Fidenza rappresenta il mio luogo di crescita, dall’altro la Sicilia — terra d’origine di mio padre — è sempre stata una presenza costante, soprattutto durante le estati. Allo stesso tempo, sento un legame profondo con Lucca, la mia città natale.
Ho spesso pensato che la connessione viscerale che nutro per il paesaggio boschivo dell’Appennino tosco-emiliano mi abbia, in qualche modo, condotta fino a questa terra sospesa tra umidità e luce, segnata dalla presenza del Lago.
-Di cosa ti occupi?
Sono un’artista visiva e mi occupo principalmente di installazioni scultoree. Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ho conseguito la laurea triennale in pittura e la laurea magistrale in scultura.
Alla base della mia ricerca vi è una matrice quasi scientifica, alimentata da una forte curiosità e dallo studio del mondo vegetale e animale, dei loro meccanismi e delle logiche che li governano. Questa tensione conoscitiva si apre però progressivamente a una dimensione più oscura e intuitiva, sconfinando in un sapere di natura mistica e ancestrale, legato all’origine e al desiderio di una cura perpetua.
Le mie sculture si configurano così come architetture alchemiche o anatomie ibride: dispositivi simbolici attraverso cui indago processi di trasformazione e purificazione, sia spirituale che fisica. In esse convivono pratiche di detersione, tensioni generative e dinamiche di mutazione, dando forma a un immaginario in bilico tra rituale e sperimentazione, tra controllo e abbandono, tra funzione e deriva.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’è il tuo brano preferito?
La musica ha un ruolo importante per me, anche se il mio rapporto con essa è fatto di fasi: ci sono periodi in cui la ascolto intensamente e altri in cui sento il bisogno di immergermi nel silenzio, che considero altrettanto prezioso.
I miei gusti sono piuttosto ampi: spaziano dal rock degli anni ’70 al cantautorato, fino a sonorità più sperimentali. Tra gli artisti che sento più affini ci sono i The Doors, The Smiths, i Portishead e Björk. Ultimamente sono particolarmente legata a Ágætis byrjun dei Sigur Rós: lo sto ascoltando moltissimo, soprattutto in vinile, quasi fino a consumarlo.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Nell’ultimo periodo sto scoprendo il cinema di Andrej Tarkovskij, che ho iniziato a esplorare proprio per il valore simbolico che l’acqua assume all’interno dei suoi paesaggi emotivi. È un elemento che sento profondamente affine anche alla mia poetica.
In Nostalghia, ad esempio, c’è una scena ambientata nelle acque termali naturali in cui l’umidità, densa e avvolgente, finisce quasi per occultare i corpi e i volti. In quel contesto emerge una frase che mi ha colpito profondamente: “Lo sai perché loro stanno dentro l’acqua? Perché vogliono vivere eternamente…”.
È un’immagine e un pensiero che continuo a portare con me: come se l’acqua avesse la capacità di preservare un’essenza, di sospendere il tempo e di ricondurci a una dimensione originaria.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Mi emozionano i cambi di luce legati al crepuscolo e la sempre più nitida luna… da piccola stavo ore a fissarla immaginandomi terre fantastiche, cascate ghiacciate e creature alate….

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Non è semplice individuare un momento preciso: il lavoro creativo, l’interesse per i materiali e per la progettazione mi hanno sempre accompagnata. Da bambina il disegno e il modellare il pongo erano le attività che amavo di più. Durante l’adolescenza, però, mi sono progressivamente allontanata da queste pratiche, al punto che il mio obiettivo era diventare una commercialista.
Nonostante il forte incoraggiamento del mio professore di arte alle medie a iscrivermi al liceo artistico, scelsi ragioneria. Poi, qualcosa è cambiato. Al terzo anno ho ricominciato a dipingere e, da quel momento, ho capito con
chiarezza quale fosse veramente la mia strada.
C’è stato anche un incontro decisivo, che ha segnato profondamente il mio percorso. Conoscere il mio attuale compagno ha rappresentato un’apertura importante: mi ha spinta a sperimentare, ad approfondire teoricamente la mia ricerca e ad avvicinarmi sempre di più a un approccio scultoreo, che in fondo mi apparteneva fin dall’infanzia.
Negli anni ho iniziato a integrare tecniche e linguaggi diversi: dalla stampa 3D alla modellazione digitale,
accostate a materiali come silicone e marmorina, fino all’uso di elementi industriali — tubi in ferro e altri
componenti — che entrano nel lavoro come presenze strutturali e simboliche.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai? Raccontaci come nasce un tuo lavoro: parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Il mio processo creativo nasce sempre da una visione iniziale, che può riguardare accostamenti di materiali oppure una dinamica interessante tra due elementi. Come ho già anticipato, traggo grande ispirazione sia dal mondo naturale — in particolare da quello vegetale — sia da quello artificiale. Boccioli, germogli e foglie ancora “fuse” allo stelo, appena percepibili, mi affascinano tanto quanto elementi come filtri per l’acqua, indicatori di purezza utilizzati nell’analisi dell’acqua potabile o tubi.
Questa visione rappresenta il punto di partenza del mio lavoro. Da lì prende avvio una fase di studio più approfondita, che riguarda sia le forme sia i materiali. In base alla mia esperienza, il risultato finale rimane generalmente fedele all’idea iniziale; tuttavia, è inevitabile confrontarsi con le leggi della fisica, e trovo che proprio questa sfida sia una parte estremamente stimolante del processo creativo.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?
I titoli sono una chiave di lettura ma non li reputo fondamentali. Ragiono molto spesso sulla fonetica di alcune parole e termini…sul loro ritmo. Il titolo è l’ultimissima componente del lavoro a cui penso. A volte nascono in modo naturale, altre faccio veramente fatica.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Sì, mi capita spesso di mettere in stand-by un lavoro quando percepisco la mancanza di qualcosa o quando intuisco che un determinato elemento potrebbe essere sviluppato in modo diverso. In questi casi sento il bisogno di distaccarmene completamente, anche per lunghi periodi, così da poterlo osservare con uno sguardo più esterno e lucido.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Ho molti lavori e progetti non finiti; a volte ne abbandono alcuni, trascinata dalla spinta e dalla curiosità verso idee nuove. Per me, però, un lavoro non è mai davvero concluso. Piuttosto, lo percepisco come parte di un percorso più ampio: ogni progetto è collegato agli altri e può essere continuamente contaminato, modificato e ripensato.
Per questo motivo è difficile stabilire quando un lavoro sia davvero finito. Forse lo è nel momento in cui tutti gli elementi che lo compongono mi appaiono coerenti tra loro, anche se resta sempre aperto a infinite possibilità.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
L’accademia è stata per me un luogo di grande liberazione. Provenendo da una realtà completamente diversa — una scuola di ragioneria — ricordo che la prima sensazione è stata quella di sentirmi finalmente compresa e non più sola in questo percorso “folle”.
All’inizio ho impiegato un po’ di tempo a sentirmi all’altezza, sia dal punto di vista tecnico che teorico. Nei primi anni l’ho vissuta in modo più immaturo, anche perché non avevo ancora sviluppato una ricerca artistica ben definita. Posso dire di aver davvero vissuto appieno l’esperienza dell’accademia e di aver colto ciò che aveva da offrirmi soprattutto nell’ultimo anno di triennio e durante il biennio.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Credo sia l’installazione realizzata per la mostra “Subterranean Profluvium” presso StudioHomeAwarness. Era composta da quattro lavori collegati da un tubo idraulico che si sviluppava su due piani e che, a livello immaginativo, sembrava insinuarsi tra i pavimenti, attraversando i soffitti della galleria. In quel contesto è stato particolarmente apprezzato lo studio dello spazio e l’attenzione al site-specific, con cui mi piace molto relazionarmi.
Il lavoro a cui sono più legata, invece, è probabilmente “Recovered Voto”, perché custodisce un ricordo della mia infanzia.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Credo che i social siano strumenti molto importanti, perché permettono di condividere il proprio lavoro con un pubblico più ampio e, soprattutto, con persone già inserite nell’ambito artistico. Offrono anche l’opportunità di entrare in contatto con altri artisti, spesso affini per ricerca o sensibilità, e possono diventare un canale per nuove collaborazioni, inviti a progetti o semplicemente per rimanere aggiornati su opening, eventi, residenze e bandi.
Allo stesso tempo, mi rendo conto che richiedono una certa costanza e cura nella comunicazione, aspetti su cui sto ancora lavorando. Mi interessa trovare un equilibrio tra la condivisione e il rispetto dei tempi più lenti e riflessivi del mio processo creativo, senza che la necessità di pubblicare finisca per influenzarlo troppo.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano per me è una città un po’ ambigua. Non l’ho mai vissuta fino in fondo e, forse anche per questo, non ho mai sentito che potesse davvero appartenermi. Durante gli anni in accademia facevo la pendolare e ricordo quanto fosse importante, la sera, tornare nella mia campagna isolata: era lì che riuscivo a ritrovare un equilibrio, una dimensione più intima e autentica.
In questo senso, Milano non ha avuto un’influenza diretta sul mio lavoro. Mi sento molto più connessa a contesti in cui la presenza umana è ridotta al minimo, dove è più facile entrare in relazione con elementi naturali e dinamiche più silenziose, che rispecchiano maggiormente la mia ricerca.
Ultimamente la frequento soprattutto in modo occasionale, per opening, eventi o per andare a trovare amici. Rimane un punto di riferimento importante dal punto di vista artistico, ma più come luogo di passaggio e confronto che come spazio in cui riconoscermi davvero.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Al momento non ho in programma mostre o altri progetti espositivi, quindi sto dedicando molto tempo alla sperimentazione e alla realizzazione di nuovi lavori. È una fase che considero preziosa, perché mi permette di lavorare con maggiore libertà, senza vincoli immediati, approfondendo la ricerca sia dal punto di vista formale che materico. Sto cercando di concentrarmi sul processo, lasciando spazio a tentativi, errori e intuizioni, che spesso
aprono direzioni inaspettate.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Ho moltissimi disegni e concept di mostre che non sono mai stati realizzati né proposti. Li considero una sorta di archivio personale, un serbatoio di idee a cui poter tornare nel tempo…
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Essere artisti oggi è una condizione preziosa, ma profondamente instabile. Significa cercare di mantenere integra la propria postura e la tensione verso un processo intimo e creativo, nonostante il confronto costante con un mondo che spesso richiede tutt’altro.
Io stessa faccio fatica a tenere insieme tutto questo equilibrio. L’artista oggi si trova spesso nella necessità di affiancare alla propria pratica un lavoro “vero” — come viene comunemente definito — per riuscire a sostenersi e vivere nel presente. Questa condizione, se da un lato può creare frizioni e rallentamenti, dall’altro diventa anche uno spazio di resistenza, in cui continuare a difendere e alimentare la propria ricerca.
In questo senso, essere artisti oggi significa anche negoziare continuamente tra ciò che è necessario per
vivere e ciò che è essenziale per creare, cercando di non perdere, nel mezzo, la propria direzione.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Direi Gregorio Vignola e Federica Balconi.
Ringraziamo Rosa Frazzica per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.
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