Lorenzo D’Alba

Per Lorenzo D’Alba l’arte è sempre stata una sicurezza, una serenità, una sensazione di benessere che nasce dall’atto della creazione, una sensibilità che si attua nell’atto della realizzazione delle sue opere. Ogni sua opera richiede una nuova spinta alla ricerca, per dare vita a un’esperienza, a un racconto per immagini da condividere con chi è disposto a guardare.

Lorenzo D'Alba.
Lorenzo D’Alba.

PRESENTAZIONE 

–Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? Di cosa ti occupi? 

Sono Lorenzo e ho 28 anni. Sono nato e cresciuto in un piccolo paese del sud della Puglia, in Salento. Poi dopo il liceo artistico ho deciso di trasferirmi a Milano e frequentare l’Accademia di Belle Arti. Pensavo che potesse essere solo un episodio della mia vita, invece sono passati quasi nove anni e vivo principalmente a Milano, dove oltre a condurre la mia ricerca artistica, lavoro come insegnante di Arte e Immagine in una scuola primaria.

INTERESSI 

–Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe? 

Su due piedi mi verrebbe da indicare due titoli che potrebbero raccontare il mio approccio alla vita di tutti i giorni: “Fantasia” e “Arte come mestiere” di Bruno Munari. Sono due libri che mi hanno permesso di orientare la mia immaginazione e metterla a disposizione di una capacità tecnico-pratica dando vita a qualunque tipo di creazione. Mi hanno permesso di prendere consapevolezza delle mie capacità e di utilizzarle al meglio.

Lorenzo D'Alba, "Echinus", tecnica mista, 2021.
Lorenzo D’Alba, “Echinus”, tecnica mista, 2021.

–C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura,  performance, ecc.? 

Nel mio percorso ho usato qualunque media reputassi più adatto a veicolare un messaggio. In tutta onestà ammetto di aver stabilito nella mia pratica che al vertice di ogni cosa ci sia il disegno. 

Mi permetto di fare una precisazione, chiarendo che parlo di disegno non solo nel senso più stretto che solitamente gli affidiamo (carta, matita o penna), ma come qualunque pratica che metta il creatore nelle condizioni di apprendere delle procedure e successivamente metterle a servizio di un’idea. Partendo da questa considerazione nel tempo mi sono reso conto di aver praticato disegno quando ho usato la scrittura, la lettura, le tecniche di pittura e quelle di scultura e modellato, ma anche pratiche comunemente considerate “minori” come l’uncinetto, la cartapesta o le tecniche di stampa analogica.

Credo che su questa concezione si giochi un aspetto tanto fondamentale quanto delicato dell’arte, ovvero il divario tra l’identità dell’artista e l’entità delle sue opere. Mi spaventa l’idea di definirmi un artista perché sono un professionista in quella specifica pratica, ritengo che invece il fine dell’artista sia quello di riconoscere la forma espressiva che meglio riesce a catalizzare e diffondere un’idea.

Lorenzo D'Alba, "Caùra", Gesso, cera, fuliggine, 2025.
Lorenzo D’Alba, “Caùra”, gesso, cera, fuliggine, 2023.

–C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione? 

Di assoluto credo ci sia ben poco, la cosa più bella di essere un artista credo sia proprio il fatto di essere umani. Non vedo il motivo di definire un’identità artistica e il suo operato un modello per me. Credo invece in una capacità molto più umana e realistica, che è la capacità di guardare. Ovvero mettere a disposizione la propria sensibilità a favore del racconto di qualcuno, un po’ come si fa anche quando si legge un buon romanzo o una poesia. 

La nostra natura poi è mutabile, per cui cercheremo sempre racconti diversi, e lo faremo accogliendo dentro di noi le visioni che in quel determinato momento della vita sembrano dare una risonanza a quelle che già albergano dentro di noi.

Quindi personalmente non prediligo nessun artista piuttosto che un altro, indago attraverso la storia dell’arte cercando artisti che parlino un linguaggio affine a ciò a cui io sto cercando di dare forma in quel momento della vita. 

Lorenzo D'Alba, "Caùra", Gesso, cera, fuliggine, 2023.
Lorenzo D’Alba, “Caùra”, gesso, cera, fuliggine, 2023.

LAVORO 

–Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? 

Ho cominciato il mio percorso perché da bambino il disegno era l’unica cosa che mi desse serenità fare. Facevo bene diverse cose e male tante altre, ma il disegno è l’unica che mi ha sempre dato un certo sollievo. Non ne ero consapevole, ma sono andato avanti nel mio percorso fidandomi di una sensazione, del benessere che provavo nell’atto della creazione.

–Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori? 

Ho sempre disegnato e creato, così sono andato avanti in maniera pressoché automatica e al momento della scelta del liceo ci sono arrivato con le idee chiare. 

Dedicarmi alla creazione di qualcosa era il mio sollievo, la mia serenità, non me la sentivo di intraprendere un percorso in cui questo aspetto non avesse rilevanza, o peggio venisse mortificato. 

Dovevo migliorare le mie capacità pratiche, ma sopratutto trovare una spiegazione al perché quel modo di mettere a frutto la mia vita mi regalasse così tanto entusiasmo. Ho cominciato il liceo artistico e ne sono uscito capendo che occuparsi di arte è una scelta, ma dovevo ancora coglierne bene il senso. Per questo ho dovuto aspettare l’accademia.  

Lorenzo D'Alba, "Le dita son fantasmi sulla pelle", Matita bianca su carta, 2024.
Lorenzo D’Alba, “Le dita son fantasmi sulla pelle”, matita bianca su carta, 2024.

–Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare? 

Io ho solo continuato a fare, negli anni del liceo ho affinato procedure e tecniche, durante l’accademia ho cominciato a capire in quali modi mostrare il mio lavoro e cosa stavo cercando di dire al mondo. Credo nell’arte come un racconto per immagini da condividere con chi è disposto a guardare le mie opere.

Per cui il mio primo approccio è stato un po’ quello di uno scrittore: elaboravo uno scenario, dei personaggi, e le mie opere diventavano illustrazioni concrete di quello scenario che prendevano vita attraverso l’installazione, la pittura, la scultura o la lettura dei miei testi. 

A volte mi sono fatto ispirare dal racconto di altri: da un romanzo, da una fiaba o da una leggenda. 

Dal mio rapporto con la scrittura ho cominciato a capire che ogni episodio che raccontavo era il modo in cui interpretavo alcuni aspetti della mia vita, che cercavo di risolvere nello spazio silenzioso e meditativo della mia ricerca artistica. 

Non stavo creando oggetti per il semplice gusto di farli, ma perché attraverso di essi sublimavo (usando un termine caro alla psicologia) le dinamiche irrisolte del mio vissuto.

Ho scelto pian piano di smettere di celarmi dietro creature fittizie e di lasciare che l’opera potesse diventare il racconto diretto di quell’esperienza.

Lorenzo D'Alba, "Un'alba", Tecnica mista, 2025.
Lorenzo D’Alba, “Un’alba”, tecnica mista, 2025.

–Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Diciamo che il lavoro più difficile è capire subito perché ho scelto di creare un determinato pezzo, o di conservare un oggetto, una foto o un pensiero. Il mio lavoro non segue una dinamica lineare se non nell’esecuzione tecnica. Se comincio un lavoro lo conduco secondo le procedure tecniche necessarie per ottenerlo, ma portare a termine il lavoro, non significa averlo concluso.  

–Quand’è che senti che il lavoro è finito? 

A volte interrompo alcuni lavori per lunghi periodi di tempo, altre concludo il lavoro e lo lascio depositare per diverso tempo, aspettando che accadano nella vita degli inciampi, dei momenti di sorpresa o stupore che mi portino a trovare il finale o le svolte risolutive per poter definire meglio la trama della storia che raccontano. Basta una piccola esperienza, o magari un tipo di immagine che si manifesta nella mia giornata e mi attrae in modo singolare.

Lorenzo D'Alba, "Un'alba", Tecnica mista, disegno su muro, 2025.
Lorenzo D’Alba, “Un’alba”, tecnica mista, disegno su muro, 2025.

–Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro? 

Dopo anni di tentativi ho compreso che la cosa migliore per me è che ci sia un sottofondo narrativo da cui ogni opera parte e a cui ritorna.

A volte si tratta di un racconto, di una libera riflessione, di una poesia o di un dialogo. Sono testi che condensano un momento in cui sento di aver avuto un inciampo, cioè di essere cascato in un’immagine o un’esperienza che ha attivato il mio senso di stupore, generando meraviglia, e da ciò ha ravvivato la mia sensibilità. 

Mi è capitato con l’opera “La mia luce alle tue viscere”. L’opera nasce nel 2024 quando mi sono imbattuto nel mito che racconta la tormentata storia della principessa Leucotoe e il dio Apollo, dalle “Metamorfosi” di Ovidio. La storia racconta di una donna reclusa figlia di un padre padrone, inconsapevole di come la sua vita possa cambiare nel tempo di un incontro fugace. 

Mentre leggevo si condensava in me l’immagine della principessa che fila la lana e viene sedotta dal dio della luce, ciò la porterà a una delle morti più cruente mai raccontate. La giovane donna viene seppellita viva e attraverso i raggi del sole di Apollo dal terreno nasce una pianta aromatica dai fiori azzurri, probabilmente il rosmarino.

Leggevo e mi tornava in mente una foto scattata anni prima che raffigurava una fitta ragnatela brillare sotto l’effetto dei raggi di sole. Ho ritrovato il senso in quell’intreccio di fili catturato casualmente, era il ritratto di Leucotoe che ho trasformato in un “fiore azzurro”, usando l’immagine digitale come matrice per una cianotipia. Attraverso questa tecnica è la luce del sole ad imprimere il “ritratto” di Leucotoe sul foglio di carta. Così i fili tessuti di Leucotoe e la luce del sole di Apollo si sono incontrati di nuovo in un’immagine che suggellasse la loro storia.

Lorenzo D'Alba, "Un'alba", tecnica mista, 2025.
Lorenzo D’Alba, “Un’alba”, tecnica mista, 2025.

-Quale sarebbe il loro significato? 

Assegno sempre i titoli, ma faccio tanta fatica a trovarli. Raramente il titolo viene prima del lavoro, a meno che non sia proprio quella frase o quella parola a raccontare cosa si vede nell’opera. 

Nel mio lavoro il titolo rivela il senso di un elemento compositivo, del perché ho scelto di dare vita a quell’immagine e in quello specifico modo.

–Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio,  come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa,  degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Sono stati anni intensi. Arrivavo dal liceo artistico, pieno di domande, cercavo le risposte e ho trovato altre domande. Ho capito nel tempo che per fare questo lavoro le risposte sono solo la gemma per far crescere un nuovo ramo e portare avanti il percorso di ricerca. 

Gli anni dell’accademia sono stati un grande momento di studio, ho approfondito pratiche e riscritto le mie certezze più volte. Quando sono entrato in accademia speravo di ottenere delle risposte chiare e abitudinarie alle domande “cosa fare?” e “come farlo?”. Speravo di trovare un algoritmo da ripetere ogni volta con esiti diversi. Quindi mi sono guardato intorno, ho studiato il lavoro di altri artisti e ho filtrato ciò che mi interessava delle varie produzioni chiedendomi sempre come mai quella specifica caratteristica agganciasse la mia sensibilità. Sulla base di questo stavo provando a riconoscere varie parti di me e del mio lavoro, come tessere di un mosaico che rivela un’immagine nuova. Inutile dire che sia un processo lungo, pieno di tentativi ma credo che sia lo spirito giusto per intraprendere questo percorso. 

Una volta, però, che pensavo di avere la formula perfetta di come produrre un’opera d’arte, mi sono guardato intorno e ho percepito che tutto ciò che stavo creando era come il surrogato di un’esistenza che non c’era più, o non c’era mai stata. Ogni lavoro che producevo sembrava morto, perché era il frutto delle risposte che mi ero trovato e non delle domande che mi ponevo. 

A metà del mio percorso in accademia ho dovuto accettare il fatto che avevo definito una maniera e non un metodo di lavoro. Avevo messo da parte la sensibilità che mi faceva inciampare sulle piccole manifestazioni del quotidiano.

Ho capito che ogni opera richiede una nuova spinta alla ricerca, per continuare a esistere come entità e non come semplice oggetto.

Lorenzo D'Alba, "La mia luce alle tue viscere", cianotipia, sfera di selenite, 2025.
Lorenzo D’Alba, “La mia luce alle tue viscere”, cianotipia, sfera di selenite, 2025.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO 

–I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai? 

Sono una grande piattaforma per sperimentare diverse e forse nuove modalità di fruizione. Personalmente nel mio percorso è sempre stato un canale di aggiornamento. 

A un certo punto ho cercato di capire se alcuni canali favorissero anche la fruizione della scrittura, oltre che essere una vetrina per la presentazione istantanea di immagini. C’è un ampio margine di lavoro e sperimentazione possibile. Ma anche nella presentazione dell’opera, come nella sua realizzazione, è necessario costruire armandosi di cura e di pazienza.

–Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha  un’influenza su di te e su ciò che produci? 

Vengo da una realtà contadina della Puglia. Le mie immagini sono il colore del primo cielo all’alba, il rosso della terra e l’intensità del mare. 

Ammetto che il primo impatto con Milano sia stato straniante. Qui però ho dovuto imparare ad osservare nei piccoli angoli per cercare quegli inciampi che attivano la mia sensibilità, innescano il pensiero, e quindi l’opera.

Oltre questo, qui a Milano ho potuto nel tempo arricchirmi del confronto con identità tanto diverse dalla mia. Ho fatto tesoro delle differenze e dei modi inaspettati con cui alcune persone mi hanno condotto su nuovi orizzonti. 

Ora c’è il lavoro a scuola, dove cerco di educare i bambini a quella meraviglia che sfrutto come materia prima per il mio metodo di lavoro.

Lorenzo D'Alba, "Trovare la luce alla fine di ogni tunnel", pittura su tavola, 2025.
Lorenzo D’Alba, “Trovare la luce alla fine di ogni tunnel”, pittura su tavola, 2025.

–Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti? 

Al momento sto lavorando su “Notturno” una mostra in cui vorrei raccogliere tutte le opere che sono state generate da quella riflessione sul cielo e sul paesaggio notturno. Ho cominciato a realizzarle circa due anni fa. Avevo da parte foto amatoriali di cieli e paesaggi che mi era capitato di scattare negli anni precedenti durante i miei viaggi o anche solo nelle passeggiate. Erano rimaste lì, e ho sentito l’esigenza di usarle come modello per una serie di disegni.

Ho chiuso il cerchio sul motivo che mi avesse spinto a realizzare quei disegni solo dopo aver avuto un dialogo con un’anziana signora giapponese su un autobus. Mi parlava di cosa è per lei il “regno dei cieli” e mentre mi parlava lo vedevo accadere nel paesaggio bruno che si manifestava oltre i finestrini del mezzo su cui eravamo. Inutile dire che ho riscritto quella conversazione che è diventata il racconto, e i miei disegni le immagini che lo nutrono. 

Negli ultimi anni ho prodotto tanto a partire da quella prima suggestione, sono in quel momento in cui cerco pian piano di srotolare i fili di quella grande matassa che si è generata, e trovare le energie e le risorse per presentarlo al mondo. Ma il percorso è ancora lungo, e anche il nome che ho detto all’inizio potrebbe non essere il titolo finale del mio progetto. E’ piuttosto un codice che mi aiuta a identificarlo con più semplicità.

Oltre a questo porto avanti anche la mia attività didattica con i bambini, e questo per me è motivo per trovare stimoli e riflessioni nuovi. I bambini stanno scrivendo per la prima volta la propria storia, sento di avere una responsabilità nel modo in cui stanno definendo la propria sensibilità.

Lorenzo D'Alba. "Le prime luci", pittura su carta, 2026.
Lorenzo D’Alba. “Le prime luci”, pittura su carta, 2026.

–Cosa significa per te essere artisti oggi?

Accettare di avere un compito e una responsabilità verso il mondo. Mi spaventa l’idea che un artista si senta al di fuori, o peggio, al di sopra del mondo. Siamo esseri umani, credo non ci sia niente di più rinvigorente per l’arte che raccontare l’umanità.

–Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno  frequentato l’Accademia di Brera?

Alcuni miei compagni di viaggio: Ettore Morandi, Caterina Dondi, Andrea Pizzari.


Ringraziamo Lorenzo D’Alba per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.

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