Angela Maria Cortese ha sempre provato un’attrazione inspiegabile verso determinati mezzi e idee artistiche, che indaga e approfondisce, costruendo attorno ad essi i suoi lavori. Attraverso le sue opere riesce a rimanere fedele al suo istinto creativo trasmettendo quello che sente profondamente.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Angela Maria Cortese, ho 24 anni e vengo da Crotone, cittadina in Calabria.
-Di cosa ti occupi?
Al momento sono studentessa all’Accademia di Belle Arti di Brera, frequento il corso di Nuove Tecnologie dell’Arte del Cinema e del Video.

INTERESSI
–Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?
Adoro la musica, soprattutto perché si tratta di una forma d’arte capace di trasportarmi ovunque. Il mio gruppo preferito sono gli Smoke City, gruppo trip-hop londinese con influenze brasiliane come la Bossa Nova, di cui il mio pezzo preferito si chiama Numbers…anche se il mio brano preferito in assoluto rimane la colonna sonora di Suspiria di Dario Argento, suonata dai Goblin.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
“Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders; è un film incredibilmente profondo riguardo la condizione umana e l’esperienza che abbiamo come esseri viventi sulla terra. Secondo me rappresenta bene il suo concetto, e a volte fa anche da reminder sul fatto che ciò che proviamo, bello o brutto che sia, è normale e ci accomuna tutti nel quadro più grande delle cose.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?
Per quanto mi piacciano indistintamente tutte, poiché in ogni forma espressiva risiede anche un po’ il senso di un’opera per cui viene scelta quella specifica tecnica, simpatizzo molto per la performance. É un linguaggio che riesce a portare nel momento presente sia chi performa che chi guarda, e penso sia una cosa molto preziosa.
-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Miranda July. Tratta una grande vastità di temi senza limitarsi ad una sola forma espressiva: lavora con il video, con la performance, con la scrittura…insomma, ciò che la sua idea ritiene più opportuno. Questo la rende una fonte di ispirazione per me, oltre che un’artista assoluta.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La notte. Indipendentemente che io sia a casa, fuori, sveglia o dormiente, l’ho sempre trovata un momento particolare, un po’ quell’attimo in cui succede l’inaspettato o arrivano suggestioni inconsce interessanti.

LAVORO
–Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
L’istinto di creare c’è sempre stato, ma solo recentemente sono riuscita a considerare il mio lavoro come parte di una ricerca vera e propria. Nel momento in cui ho capito che l’istinto a creare era affiancato da qualcos’altro, ho iniziato a porci più attenzione e a comprenderne la direzione.
–Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Curiosità. Un po’ verso come sarà il prodotto finale, un po’ verso cosa mi ha spinto a realizzarlo.
–Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Non avevo per nulla un’idea chiara di cosa bisognasse fare, soprattutto in relazione alla mia ricerca e al mio lavoro. Pertanto non avevo l’obiettivo di fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che vedo intorno a me, quanto piuttosto andare oltre i limiti imposti (e autoimposti) dall’idea di dover incanalare la propria ricerca in una direzione convenzionale.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Ho sempre un’idea prima di cominciare, ma è sempre un’idea di partenza e mai qualcosa di definito. Parto da un’immagine che mi arriva in testa insieme all’idea generale, ma è sempre in corso d’opera che fuoriesce completamente la forma finale del lavoro.
–Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Il titolo è ciò che dell’opera, per me, arriva sempre alla fine. Li assegno quando capisco che un lavoro è finito, pertanto hanno un ruolo un po’ sommario rispetto a quello che c’è stato dietro, sia come lavoro di ricerca visiva che introspettiva.
–Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Quando sento che non ha più nulla da dirmi o da nascondermi: tutto quello che è stato il percorso di produzione ha portato me e l’opera ad essere l’uno di fronte all’altro in totale trasparenza.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Certo, mi accade sia quando lavoro con materiali fisici sia quando lavoro con modalità più astratte e digitali come il video, la fotografia o il sonoro: può essere che il progetto abbia bisogno di qualcosa che solo in quel momento realizzo essere necessario, e questo significa dover uscire di casa per cercare un oggetto specifico o scattare una foto.
-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Solitamente è un processo percettivo. Il progetto nasce poiché riconosco un’attrazione inspiegabile verso determinate cose o idee, e da lì inizio a riprenderle, fotografarle, costruirci attorno. É durante il processo che comprendo il perché dietro determinati istinti e attrazioni, e da lì il lavoro prende forma.
–Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Ciò che mi fa sentire bene del percorso a Brera è la quantità di menti creative con cui ho a che fare tutti i giorni, soprattutto i miei compagni di corso. È bello conoscere e addentrarsi nelle loro ricerche artistiche; tutti hanno qualcosa da dire e lo fanno in maniera completamente personale.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
É una dimensione controversa, a dire il vero, soprattutto per gli artisti come me che non sono particolarmente bravi ad auto sponsorizzarsi o non sono troppo a loro agio nel farsi vedere. Rimane però un modo utilissimo per far arrivare il proprio lavoro a più persone possibili, ed è anche un modo per uscire un po’ dal guscio.
–Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Come obiettivo fisso c’è sempre quello di far conoscere il mio lavoro; sono sempre molto felice se si crea un legame o un’attrazione tra ciò che produco e chi lo guarda. In quanto a progetti artistici ne ho un paio in corso, un’opera video e un oggetto più materico.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Essere fedeli a ciò che si ha da dire tramite l’istinto creativo.
–Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Direi indubbiamente Gabriele Barbagallo, Egon P. Staller (Fabio Samela) e Parbat. Sono tre artisti dallo stile unico e riconoscibile ovunque, nonché persone che sembra davvero vivano della loro arte.
Ringraziamo Angela Maria Cortese per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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