La ricerca artistica è per Alessia Gancitano un modo per indagare il passato della sua famiglia. Attingendo a vecchie fotografie e visitando i luoghi in cui esso è stato tessuto, la giovane fotografa affronta anche temi storico-sociali complessi legati alla memoria collettiva.

PRESENTAZIONE
–Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Il mio nome è Alessia Gancitano, ho 28 anni e sono di origini siciliane, vivo a Caltanissetta, una città situata nel cuore della Sicilia. Sono una giovane fotografa che si è specializzata in fotografia all’Accademia delle Belle Arti di Catania e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Brera.
–Di cosa ti occupi?
Parallelamente al mio percorso artistico, mi sto specializzando sul sostegno, in quanto l’insegnamento è una strada che mi piacerebbe intraprendere. Mi permette di avere una visione ampia del rapporto tra insegnante e studente: nello specifico, lavorare con gli alunni con bisogni educativi speciali mi ha permesso di entrare in un mondo completamente diverso dal “nostro”.
Questo percorso non è nato “a caso”: in passato ho collaborato, all’interno di un progetto artistico, con l’associazione CSE di Milano, che si occupa principalmente di supporto psicologico, educativo e riabilitativo per persone con disabilità.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual è il tuo brano preferito?
Sì, mi piace molto la musica. Ascolto molti generi diversi, ma la mia canzone preferita resta sempre “Salirò” di Daniele Silvestri.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Direi “Perfect Days” di Wim Wenders. È un film mi ha fatto riflettere su quanto sia importante apprezzare la quotidianità della propria vita: nonostante la routine porti noia a tante persone, nella realtà rappresenta il nostro piccolo mondo da proteggere e celebrare.
– Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?
“La casa degli spiriti” di Isabel Allende: ho sentita mia questa storia famigliare sin dalla prima pagina, non tanto per la storia in sé, ma perché la nonna della protagonista scrive meticolosamente su dei quaderni. Vi annota la vita quotidiana, le visioni e gli spiriti, che si rivelano fondamentali per preservare la memoria familiare: prendere nota della propria storia è la chiave che accompagna la maggior parte dei miei lavori.
-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?
Sì, decisamente la fotografia. Analogica o digitale, mi ha sempre aiutata a raccontare tutto quello che mi circondava: non sempre con lo scopo di voler costruire un progetto fotografico ma, la maggior parte delle volte, come semplice momento da voler “appuntare” o ricordare.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Paola Jiménez Quispe, fotografa contemporanea che apprezzo molto perché ha un modo di lavorare che si avvicina molto al mio perché è un continuo racconto che passa dalla propria visione fotografica alle fotografie d’archivio.
Dei suoi lavori apprezzo molto il suo modo di raccontare le storie del suo vissuto personale, anche quando sono molto pesanti, con fluidità, linearità e semplicità.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Ci sono tanti momenti che apprezzo della giornata ma non sono sempre gli stessi: dipende da quanto riesco a godermeli prima di buttarmi nella frenesia della quotidianità.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
L’amore per la ricerca artistica è nato durante il mio percorso di studi, grazie a dei validi insegnanti che mi hanno dato il giusto metodo, non solo di studio del materiale, ma anche nell’affrontare nella pratica la divisione di quest’ultimo.
Sono due i lavori che sono nati in questo periodo di sperimentazione e ricerca: “Cosa ci siamo lasciati” e “A Vincenzo”. Due progetti con tematiche diverse ma che sono legati dalla necessità di raccontare storie familiari che, seppur incentrate nel passato, si ripercuotono nel presente.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Penso che l’idea di entrambi i lavori sia nata dalla necessità di indagare sulla mia storia e sulle mie radici. L’idea per “Cosa ci siamo lasciati” mi è venuta guardando delle fotografie di Mario Cresci, in particolare il lavoro “Ritratti reali”, dove il volto del soggetto non è nitido ma riesce comunque a raccontare il contesto in cui vive. Con questo progetto volevo provare a portare fuori ciò che per me è stata quotidianità per tanti anni: la casa dei miei nonni, che dopo la loro morte non ho più sentito mia.
Sono fotografie ricche di dettagli, che potrebbero sembrare banali ma che raccontano di vita vissuta. Questo progetto nasce da un’esigenza interiore di liberarsi di un ambiente, un luogo che faceva – e fa – parte del mio passato e del mio presente. Proprio come un ricordo o come un sogno, volevo che le mie immagini fossero evanescenti, invisibili, che lasciassero la sensazione di sparire al tatto.
Come se fossi entrata per la prima volta in quella casa, mi sono lasciata coinvolgere dalla luce che illuminava e faceva brillare gli oggetti che rappresentano a pieno la persona che ha abitato quei luoghi.
Gli scatti che ho realizzato sono per me delle brevi allucinazioni: mi permettono di stringere o allargare il mio campo visivo all’interno delle stanze, con momenti di respiro che mi portano fuori dalla casa.
“Cosa ci siamo lasciati” vuole essere sia una ricerca sull’assenza sia la narrazione di un vissuto attraverso l’immedesimazione in ogni oggetto che fa parte di quei luoghi.
Per il progetto “A Vincenzo” la storia è più complicata. Era il 23 maggio 1992 quando alle 17: 45 una carica composta da tritolo uccide, come sappiamo, il magistrato antimafia Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti di polizia. Alle 20:15 dello stesso giorno l’ex sindaco di Riesi, Vincenzo Napolitano, viene ucciso con dei colpi di pistola vicino al municipio del paese.
Potrebbe sembrare una semplice coincidenza ma la mafia, da sempre molto attenta ad ogni suo movimento, aveva deciso coscientemente il momento adatto in cui colpire il sindaco: con l’attenzione pubblica completamente rivolta all’omicidio Falcone, nessuno si sarebbe accorto di un agguato locale, quasi insignificante.
Una storia dimenticata o meglio sconosciuta, di cui mi preme parlare in quanto si presenta come lo specchio di un periodo storico in cui la mafia era spietata e mostruosa, e soprattutto perché si tratta di una storia familiare: il protagonista di questa storia è mio zio.
Attraverso le immagini ho cercato di ripercorrere quei luoghi che hanno fatto parte della vita di mio zio: il suo studio, la miniera Trabia Tallarita, dove ha lavorato con suo fratello Carlo (anch’egli ucciso dalla mafia), le strade che ha percorso, il suo paese, il luogo dove ha perso la vita.
Ho cercato di percorrere i suoi stessi passi per conoscerlo un po’ di più, studiando anche il fondo fotografico familiare, dove ho scoperto la sua intimità, l’amore, la famiglia e le passioni.
Chiaramente il nome di mio zio è solo una piccola goccia in mezzo all’oceano di persone che sono state uccise per mano della mafia e hanno fatto parte di questo mostruoso gioco.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Mi sento felice perchè sono finalmente dentro il mio processo creativo.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Non ho sempre l’idea chiara, prima scrivo, prendo appunti, studio. Non ti nego che molte volte questo processo non mi porta da nessuna parte, ed è molto frustrante.
Mi è capitato tante volte, soprattutto nel lavoro “A Vincenzo”, di sentirmi senza una direzione e schiacciata anche dalla portata del lavoro. Lo sentivo troppo grande e con infinite strade. L’ho dovuto chiudere per dare un punto a questa storia, ma se dovessi riprenderlo in mano penso che, indagando, troverei altri tasselli scoperti su cui lavorare.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro?
No, quasi mai, l’idea prende forma solo dopo un po’ di tempo. Meglio ancora se lascio perdere il lavoro e lo riprendo qualche giorno dopo guardandolo con occhi diversi.
–Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Dipende dal tipo di lavoro. Sicuramente quando sono dentro al processo creativo e sto studiando nella mia testa nascono mille idee, ma devo capire se sono buone (non lo sono quasi mai). Per esempio, al momento ho un grosso lavoro messo in stand by perché le idee che mi vengono non mi sembravo mai adeguate: questo è uno di quei casi in cui il lavoro richiederà più tempo del previsto.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
I titoli sono fondamentali, come il titolo di un libro. Li assegno sempre a fine progetto quando ormai è consolidato, ripensando a tutto il percorso e alle sensazioni che mi ha lasciato, e provo a immaginare quali parole possono generare curiosità in chi guarderà il lavoro.
-Quale sarebbe il loro significato?
Non lavoro quasi mai con titoli descrittivi perché preferisco che siano allusivi o evocativi. Questo vale nella maggior parte dei miei lavori, anche nei primi: “Nel ricordo del passato”, lavoro in cui racconto le miniere di zolfo in Sicilia, non ha una descrizione diretta e precisa di quello che si vedrà, ma piuttosto una brevissima prefazione che ci lascia aperti verso la curiosità.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Ci sono dei lavori dove sento che più a fondo non ci si può spingere, mentre altri rimangono dei libri letti a metà. Come ho detto, in lavori come “A Vincenzo” ho deciso io di chiudere il progetto, ma questo è uno di quei casi in cui la ricerca potrebbe prendere tempi molto lunghi. Diciamo che sento che è chiuso quando non si può più andare a fondo.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Nelle mie varie fasi di lavoro diciamo che ho quasi tutto quello che mi serve: un quaderno, una penna e una o più macchine fotografiche.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Penso funzioni più “A Vincenzo” perché la storia ha molto più impatto sulle persone.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Solitamente le mie idee sono frutto della mia quotidianità: la maggior parte dei miei lavori coinvolge la mia famiglia e varie storie che si intrecciano. Sono molto curiosa, e quello che mi incuriosisce del processo è come poter raccontare storie di persone mai conosciute, come provare a vivere quello che hanno vissuto. È molto difficile. Per questo motivo molti dei miei lavori richiedono tanto studio, tanta ispirazione per capire anche come gli altri artisti hanno fatto prima di me.
La parte del processo che amo di più è quando ho individuato i luoghi dove queste persone hanno vissuto o sono anche solo passate. Se ho accesso a delle case mi immergo completamente: vado molto a sensazione, spulcio più che posso questi luoghi e se posso ci sto più tempo possibile.
La stessa cosa vale per gli ambienti esterni: ci torno anche più volte al giorno perché la luce non è mai uguale e di conseguenza il luogo cambia. Porto a casa quello che ho – non è mai buona la prima, anzi, devo tornare in quei posti più volte finché non penso di aver dato coerenza fotografica al racconto.
Inoltre, alle mie fotografie mi piace accompagnare foto d’archivio, cartoline o qualsiasi cosa di proprietà dei protagonisti.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Ho frequentato prima il triennio all’Accademia di Belle Arti di Catania e dopo il biennio all’Accademia di Brera. È stato un viaggio di crescita, non sempre facile e a tratti frustrante perché ti costringe a fare i conti con il parere degli altri, che non è sempre positivo.
L’aspetto positivo di questo percorso, invece, è stato che già dal triennio ho iniziato ad acquisire un metodo di lavoro che si è perfezionato al biennio, ovviamente grazie ai professori giusti.
Il metodo, l’attesa nei luoghi, lo sviscerare in modo dettagliando un argomento sono tutte capacità che ho acquisito in questi anni e che penso mi porterò a vita.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Quello che è stato apprezzato di più è di certo “A Vincenzo”. Come dicevo prima è una tematica molto importante: è un lavoro che viaggia su due binari prima separati che poi si intrecciano, prima memoria personale e poi memoria che diventa storia del nostro paese.
Purtroppo però non è il mio preferito, al momento nessuno dei miei lavori ha raggiunto il podio delle mie preferenze. Probabilmente, quella che mi sta più a cuore è “Cosa ci siamo lasciati”.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
I social hanno per me una doppia funzione: la prima è quella di darti la possibilità di mettere in mostra i tuoi lavori, farti conoscere e apprezzare; la seconda è quella di distruggerti l’autostima perché vi puoi vedere lavori di artisti di tutto il mondo e renderti conto di quanto siano insignificanti i tuoi.
La soluzione sarebbe togliere i social e provare a promuovere i propri lavori alla vecchia maniera, ma questo è un passo che purtroppo, al momento, non sono in grado di fare.
-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano per me è sicuramente un posto molto importante, che purtroppo non conosco così a fondo. Durante la permanenza ho prodotto qualcosa ma non tanto quanto ho fatto a casa mia, in Sicilia.
Se mi avessi fatto questa domanda qualche anno fa ti avrei risposto che la mia unica fonte di ispirazione arriva da casa mia, invece oggi ti dico che è solo questione di conoscenza dei luoghi e di curiosità verso nuove realtà.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Adesso il mio unico obiettivo è riprendere la macchina fotografica in mano perché ho avuto un periodo di stop e, senza dirlo troppo ad alta voce, riprendere un progetto molto grosso lasciato in cantiere per carenza di idee.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Prendere un master in archivistica a Firenze, prima o poi lo farò.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Potersi sentire artista oggi è una grande responsabilità, devi riuscire sempre ad essere centrato e sul pezzo, non puoi permetterti di prenderti una pausa. È una bella sfida perché è bellissimo quando il tuo lavoro viene apprezzato ma molto frustrante quando ricevi dei no.
Essere artisti oggi significa sapere che ci sono altre mille persone che vogliono fare questo mestiere e che la fortuna, a volte, svolge un ruolo fondamentale.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Certo! Apprezzo molto i lavori dei miei ex colleghi, ed in particolare vorrei segnalarvi Martina Saeli, Alice Beretta e Yulin.
Ringraziamo Alessia Gancitano per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram e sul suo sito.
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