Camilla Klimciuk

Camilla Klimciuk definisce la sua ricerca come un “canto libero” che vibra nelle tonalità del Blu di Prussia. Attraverso una fusione di fotografia sperimentale, tecniche miste e una profonda connessione spirituale con la natura, Camilla indaga il legame ancestrale tra uomo e terra. Le sue opere diventano così tracce vive di un dialogo tra anima e mondo, capaci di restituire alla materia una dimensione lucida e profondamente poetica.

Camilla Klimciuk, Ph: Maria Sole Losacco.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? Di cosa ti occupi?

Mi chiamo Camilla Klimciuk, ho 21 anni e provengo dalla provincia di Milano, in un paese fra la città e la campagna. Ho origini però straniere, sono ucraina e greca. Attualmente sono una studentessa dell’Accademia di Brera e dedico ogni mia energia alla ricerca artistica.

-Il tuo profilo Instagram si chiama ‘Blu di Prussia’: come mai hai scelto questa denominazione per presentare la tua ricerca artistica sui social e che valore ha per te questo colore?

Blu di Prussia è un nome che ho scelto di attribuire al mio profilo di Instagram per esprimere, insieme ai miei lavori, lo stato d’animo che guida la mia ricerca.

E’ un colore che amo molto, ma non è solo una scelta estetica. È legato a una condizione emotiva, mentale e poetica che cerco di mantenere non solo mentre lavoro, ma nella vita stessa: cerco di essere Blu di Prussia. Come scrive Kandinskij, il blu ha movimenti centripeti che ti portano a immergerti nel colore e, allo stesso tempo, dentro te stesso; penso che questa sia una condizione necessaria per poter cogliere la realtà in modo diverso e più poetico.

Documentandomi su questo colore, ho scoperto che è nato per puro caso: si trattava di una scoperta chimica fortuita mentre si cercava, in realtà, una tonalità di carminio. Ed è proprio qui il punto: il rosso possiede un’energia particolare e io credo che quell’intenzione originaria di cercare il rosso sia rimasta impressa nel Blu di Prussia. È per questo che non lo percepisco come un colore piatto: è un blu vibrante.

La scelta di attribuirlo alla pagina su cui pubblico i miei lavori è simbolica, perchè tutto ciò che è filtrato dal mio profilo rientra nella poetica del Blu di Prussia. Come ho scritto nella biografia della mia pagina, io condivido “Il mio canto libero”. Blu di Prussia è come se fosse la melodia di quel canto. 

Camilla Klimciuk, “AMADRIADE” Corrispondenze | serie fotografica digitale, 2025.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?

Nutro una profonda passione per la musica, che considero una componente essenziale della mia vita. Non riesco a identificarmi in un unico genere o artista, poiché i miei ascolti sono estremamente eterogenei: spazio dal cantautorato italiano storico alla musica più contemporanea. Amo molto anche la musica classica, senza distinzioni tra quella antica e quella più recente.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Un film che mi ha segnato è “La Storia Infinita”, in particolare la scena del dialogo con il Nulla:

Atreyu: Allora perché Fantàsia sta morendo?

Gmork: Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.

È un film che ho visto quando ero molto piccola e mi aveva colpita profondamente: da un lato mi spaventava quel lupo nero dagli occhi chiarissimi, dall’altro, anche se forse non capivo appieno il senso delle sue parole, sentivo che quel discorso mi stava arrivando dentro.

Camilla Klimciuk, “AMADRIADE” Nel tempio (dittico del negativo e positivo fotografico) | serie fotografica digitale, 2025.

-Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?

Un libro, sicuramente Oceano Mare di Alessandro Baricco. Ad oggi è il libro della mia vita, ce l’ho in tutte le edizioni.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?

Non mi sento di poter esprimere una vera preferenza, poichè non credo nell’esistenza di confini netti tra le discipline: trovo molto più stimolante quando le diverse forme espressive comunicano tra loro, intrecciandosi alla ricerca di un nesso comune. Anche per il mio percorso personale, la mia ricerca si orienta verso la fotografia applicata a tecniche di stampa sperimentali e tecniche miste, specialmente quando queste si fondono con la parola poetica.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Considero Aron Demetz una sorta di guida spirituale: le sue sculture in legno possiedono quella che definirei un’”aura” benjaminiana, una forza che impone allo spettatore di fermarsi e che comunica una verità capace di trascendere la materia stessa.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Sono una creatrice mattutina. Amo il momento in cui la notte, dopo aver rimescolato i pensieri nel subconscio, lascia tracce fresche su cui lavorare. Svegliarmi presto mi permette di raccogliere i frutti dei ‘recessi notturni’. Mi affascina come la notte elabori i pensieri per poi restituirli sotto forma di tracce nuove: è un momento della giornata particolarmente lucido, dove le idee si presentano nitide, liberate dal rumore del giorno precedente. Iniziare il lavoro in questo stato di grazia, dove tutto sembra possibile, è diventato essenziale per la mia ricerca.

Camilla Klimciuk, “QUI HA SCRITTO LA LUCE” | serie fotografica digitale, 2026.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

L’arte è il filo conduttore della mia vita sin dall’infanzia. Ricordo ancora quando la mia insegnante della materna mi riprendeva perché, invece di giocare con gli altri bambini, preferivo disegnare o costruire qualcosa. Per me questa spinta creativa è così naturale che a volte mi chiedo come possa essere la vita senza questo istinto, senza questo modo di guardare il mondo. È un’attitudine che mi appartiene da sempre e che ho avuto la fortuna di coltivare grazie al supporto costante della mia famiglia, che ha sempre assecondato questa mia inclinazione.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Il mio percorso artistico nasce da una serie di segnali, quasi dei richiami, radicati nella natura e nei miei ricordi d’infanzia. Il giardino della casa di campagna di mio nonno è stato il mio primo mondo; solo dopo la sua scomparsa ho compreso quanto quel paesaggio avesse lavorato dentro di me, sedimentandosi nella mia identità. Credo fermamente che esista un paesaggio interiore, un frammento dell’anima che dialoga costantemente con le nostre storie personali. Questa connessione mi ha spinta a esplorare le narrazioni di culture ancestrali — come gli aborigeni australiani, gli Yanomami o i Navajo — per indagare il legame profondo e spirituale che unisce l’essere umano alla terra.

-Rispetto al percorso artistico hai mai avuto ripensamenti?

Crescendo è emerso, inevitabilmente, quel timore ‘positivo’ che ti porta a interrogarti sul tuo ruolo nel mondo. Eppure, nutro una profonda fiducia in questo percorso che, sin da quando ero bambina, non mi ha mai tradito. Sento che questa è semplicemente la mia strada, con tutte le sue complessità. Sapevo allora di voler fare questo e lo so tuttora: la mia unica certezza è il desiderio di continuare questa ricerca, restando sempre aperta al cambiamento e all’innovazione.

Camilla Klimciuk, “QUI HA SCRITTO LA LUCE” | serie fotografica digitale, 2026.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?

Per me i titoli sono fondamentali; anzi, non li considero titoli, ma nomi. Proprio come per le persone, il nome è il segno dell’anima e costituisce una traccia del lavoro stesso. Spesso accade che i nomi arrivino prima dell’opera, quasi come una folgorazione o un sogno che emerge: mi ‘piovono addosso’ e io inizio a interrogarmi per capire a chi appartengano. È intorno a questo interrogativo che, a volte, si costruisce l’opera. Altre volte, invece, il processo è inverso: arriva prima l’opera, io ne scavo il significato e solo allora ne cerco il nome.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Provo una sensazione fisica quando il lavoro è finito. Mentre creo, se l’opera procede nella giusta direzione, mi sento quasi come un fiume: “scorro” insieme al lavoro fino a raggiungere una condizione esistenziale comune a tutti gli esseri umani. Siamo fatti per la maggior parte d’acqua, e quando mi sento acqua capisco che il processo è autentico. Nel momento in cui il lavoro è concluso, mi sento come un fiume che sfocia nel mare: percepisco una sensazione fisica di infinito. È un segnale inequivocabile; so che l’opera è compiuta perché è il mio corpo a dirmelo attraverso questa sensazione.

Camilla Klimciuk, “QUI HA SCRITTO LA LUCE” | serie fotografica digitale, 2026.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Succede spesso, ma credo sia giusto così. Queste interruzioni arrivano nel momento esatto in cui è necessario fermarsi: lavorare troppo a lungo in un flusso continuo rischia di creare un groviglio. Le pause, invece, diventano parte integrante della tessitura dell’opera, che ha bisogno di questi respiri per alimentarsi. C’è una frase di Hemingway che porto sempre con me e che cerco di ricordare a me stessa: “Interrompi sempre il lavoro quando sai da dove ricominciare”. Così, quando sento che mi manca un pezzo o percepisco la necessità di qualcosa che in quel momento non ho, lo interpreto come un segnale, una voce che mi dice: “Fermati ora, così potrai riprendere da dove sai”.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri? Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Secondo me, rispetto ai lavori che ho fatto finora, il lavoro che più funziona è quello di Angeli Fossili, che è una ricerca ancora in divenire perché più che una serie è una sorta di linguaggio pensato su più opere. Angeli Fossili è appunto un linguaggio che si esprime attraverso la stampa di fotografie su sezioni di tronchi d’albero recuperati. E penso che secondo me sia un po’ il lavoro a cui sono anche più legata, proprio come iter, come processo.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Il contesto dell’Accademia è stato fondamentale: questo incontro, o anche la mia ultima mostra, non sarebbero stati possibili senza di esso. Apprezzo profondamente il suo ruolo di “agorà”, una piazza aperta al confronto dove è possibile scambiare idee e tessere reti di relazioni. Per me rappresenta un luogo di crescita essenziale, non solo dal punto di vista professionale, ma soprattutto a livello personale.

-Perchè hai scelto l’indirizzo di scenografia?

Ho scelto scenografia perché, dopo il liceo artistico, cercavo un indirizzo che non ponesse limiti alla mia ricerca. Pittura o scultura mi sembravano percorsi troppo specifici in cui non riuscivo a identificarmi pienamente. Scenografia, invece, rappresentava quella visione ampia che cercavo: da un lato mi ha permesso di imparare linguaggi tecnici e progettuali che oggi considero skill essenziali per un artista — come saper presentare un progetto attraverso un render o un disegno tecnico — e dall’altro mi ha dato gli strumenti per relazionarmi con lo spazio. Mi affascina profondamente capire come una forma, una volta inserita in un contesto, possa cambiare le regole del gioco e trasformare l’ambiente circostante.

Camilla Klimciuk, “ANGELI FOSSILI. APOLLO E DAFNE” | stampa UV su tronco d’albero recuperato, 2025.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Credo che i social siano estremamente importanti, poiché ogni artista ha la libertà di scegliere come comunicare attraverso di essi. Personalmente, li considero un ottimo modo per raccontare se stessi in simbiosi con la propria opera. Nel contesto di una mostra la narrazione del lavoro è mediata da altre figure come quella del curatore, attraverso i social, invece, è possibile condividere le fasi della ricerca, il percorso e la realizzazione, filtrati dallo sguardo diretto dell’artista.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Essendo cresciuta a Milano, sono abituata a un contesto fatto di scambi continui, stimoli e opportunità; è una dinamica che mi appartiene, ma della quale non dimentico mai l’importanza, sapendo che non è affatto scontata. La mia città è, in questo senso, un sostegno indiretto alla mia crescita. Tuttavia, sento un legame profondissimo con le mie origini, che percepisco come una vera e propria consapevolezza interiore. È un sentimento quasi paradossale: mi ritrovo legata a paesaggi che non ho mai visitato fisicamente. Penso alle terre dell’Ucraina, ai luoghi descritti dal mio bisnonno nelle lettere che ho avuto modo di leggere: quelle immagini, quelle parole, sono diventate parte di me. È come se quei paesaggi remoti abitassero già dentro di me, costituendo un frammento essenziale della mia identità, nonostante io non li abbia mai visti. Anche la mia parte greca contribuisce a questa mappatura interiore, legandosi indissolubilmente al mare.

Camilla Klimciuk, “AMADRIADE” Terre notturne; Antenato totemico | serie fotografica digitale, 2025.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Il mio obiettivo, oggi e sempre, è l’evoluzione costante del mio lavoro. Desidero scavare sempre più in profondità, affinando la mia ricerca sia sul piano teorico che su quello pratico, senza mai fermarmi. Un aspetto per me fondamentale è il confronto con il pubblico: mi interrogo costantemente su come il mio messaggio possa arrivare in modo più autentico, cercando nel feedback un’occasione di crescita. Il mio augurio, personale e professionale, è di poter esporre con frequenza, favorendo l’incontro diretto con le persone e permettendo ai miei lavori di abitare il mondo e dialogare con esso.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

In particolare nessuno, provo una profonda gratitudine per tutto ciò che ho ricevuto finora e rimango aperta a meravigliarmi per qualsiasi cosa bella accadrà nel domani. Scelgo di vivere pienamente il mio percorso senza interrogarmi su ciò che sarebbe potuto essere, accogliendo ogni esperienza come parte necessaria della mia evoluzione.

Camilla Klimciuk, “Oh Martire, Amai “, 2025.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Penso che non ci sia una definizione universale, perché ogni artista definisce il proprio ruolo a seconda della propria ricerca. Esiste una moltitudine di ruoli dell’artista: può essere tutto e niente. Mi piace pensare che il significato stesso dell’essere artista lo crei lui, nel suo personale spazio di lavoro, attraverso la sua poetica e intenzione.

Personalmente, penso che oggi il mio ruolo abbia una sfumatura drammatica: nella mia ricerca mi impegno per cercare qualcosa che magari non è un sapere condiviso o comune. Ad esempio la mitologia, gli Yanomami, i modi in cui le piante comunicano o il significato del camminare nel paesaggio: non sono pensieri che caratterizzano il nostro vivere quotidiano. Ma questo non rende l’artista una persona speciale solo perché li pensa; il mio ruolo è, in qualche modo, quello di salvarli e renderli accessibili a tutti, offrendo la possibilità di approcciarsi a un pensiero diverso rispetto a quello a cui ci ha abituati la quotidianità.

Tuttavia, in questo agire percepisco una sorta di drammaticità, perché non sono convinta che salvare qualcosa voglia dire ricordarlo in eterno. Magari, a volte, salvare significa riconsegnare all’ignoto (che non è l’ignoto da cui proviene). Mi pongo spesso questa domanda: salvare significa ricordare, oppure salvare dalla nostra brama di sapere, dal nostro voler per forza appropriarsi delle cose? È una dimensione estremamente difficile.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Essendo del dipartimento di scenografia non ho una conoscenza così ampia degli artisti provenienti da Arti Visive da poterne nominare alcuni a discapito di altri, direi però che la mia risposta è questa: stimo molto le mie colleghe Maria Sole Losacco e Viola Zappa.


Ringraziamo Camilla Klimciuk per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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