Di origini calabresi, la giovane artista Arianna Caratozzolo ha iniziato ad esplorare il mondo della fotografia come narrazione durante il lockdown, e non lo ha più abbandonato. La sua ricerca si concentra principalmente sulla narrazione della sua storia famigliare, ma indaga anche tematiche politiche-sociali.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Arianna Caratozzolo e vengo da Reggio Calabria. È dura da ammettere ma ho 28 anni. Prima di studiare fotografia all’Accademia di Brera ho conseguito la laurea in Studi storico-artistici alla Sapienza di Roma.
-Di cosa ti occupi?
Attualmente mi occupo della digitalizzazione di una collezione di disegni della Soprintendenza Archeologica della Lombardia. Si tratta di planimetrie raffiguranti scavi archeologici di epoca romana e medievale.
È un’esperienza che mi sta piacendo molto, ho sempre avuto un forte interesse per gli archivi. Anche nella mia ricerca parto dall’idea della fotografia come forma di archivio e di costruzione della memoria, quindi questo lavoro entra in dialogo in modo naturale con il mio percorso.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?
Mi piace molto la musica e ascolto generi molto diversi tra loro. In questo periodo sono tornata in fissa con il metal – in realtà lo sono sempre stata, ma adesso ancora di più – quindi sto riascoltando molti gruppi anni ’90 e 2000 come i Korn, gli Slipknot, i Deftones e i Tool.
Negli ultimi mesi però, soprattutto mentre lavoro al computer, ascolto i Queens of the Stone Age. Uno dei miei brani preferiti è “The Vampyre of Time and Memory”: è molto delicato e diverso rispetto al resto delle cose che ascolto.
–Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Il mio film preferito è “Il Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman e penso che tutti dovrebbero vederlo almeno una volta nella vita. In realtà lo penso di gran parte della filmografia di Bergman, ma questo in particolare mi ha sempre colpita profondamente. È un film che riesce a parlare della paura, della fede e della fragilità umana in modo estremamente
semplice e potente. Lo riguardo almeno una volta l’anno.
-Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?
È una domanda difficilissima, perché leggo passando continuamente da un genere all’altro e faccio fatica a identificarmi in un solo libro. Ce n’è uno che ho letto recentemente e che mi ha colpita molto: “A sangue freddo” di Truman Capote.
Racconta un fatto di cronaca realmente accaduto negli Stati Uniti tra gli anni ’50 e ’60: l’omicidio di un’intera famiglia per mano di due uomini in libertà vigilata. Capote si recò sul posto per raccogliere testimonianze e materiali sul caso, ed è per questo che il libro viene spesso definito il primo “romanzo-documento”.
La cosa che mi ha colpita di più è il rapporto ambiguo che Capote sviluppa con uno degli assassini: pur mantenendo uno sguardo quasi giornalistico, lascia emergere una forma di identificazione e di vicinanza emotiva molto inquietante. È una lettura pesante, ma impossibile da lasciare a metà.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?
Decisamente la fotografia, sia da osservare che da produrre. Mi interessa molto anche la performance, che in un certo senso è affine alla fotografia.
-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Direi Nan Goldin, che ho visto recentemente all’ HangarBicocca. Amo il suo modo di esporre il proprio lavoro. Utilizza slide-show accompagnati da brani musicali per raccontare la propria quotidianità e quella delle persone a lei più care.
Quella che emerge è una realtà estremamente complessa e dura, fatta di tossicodipendenza, amore, violenza, sesso, perdita e amicizie profonde. È riuscita a immortalare la scena underground newyorkese degli anni ’80 con uno sguardo molto intimo e diretto, ma soprattutto pieno di amore per le persone fotografate.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Se sono da sola mi piacciono i primi istanti della giornata, quando dopo essermi alzata faccio colazione e inizio a capire cosa devo fare. Non è però il momento che mi porta più ispirazione: quello è più probabile che succeda di notte, però la mattina è importante per rielaborare.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
In realtà è nato quando ho deciso di iniziare il percorso in Accademia, che è stato un salto nel vuoto: quando ai primi esami pratici e progettuali ci venivano chiesti dei lavori mi sono chiesta cosa mi interessasse e cosa volessi fare. Sono partita subito con un lavoro molto personale sulla mia famiglia, “I figli dell’Americana”.
L’interesse per la fotografia nello specifico si è sviluppato durante il lockdown, durante il quale ho avuto molto più tempo da dedicarle. Fino a quel momento avevo fotografato solo con mio padre, che è un grande appassionato e mi ha insegnato tutto quello che so a livello tecnico.
All’inizio lo facevo un po’ così, coglievo dei momenti famigliari, poi con il lockdown il tutto si è sviluppato e mi sono resa conto di voler capire cosa funzionasse o meno all’interno delle fotografie che realizzavo. Quindi sono finita da Reggio Calabria a Milano, passando per Roma.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Un professore ci aveva chiesto di capire cosa ci spingesse a lavorare e io lo ho vissuto un po’ come un ultimatum. Portai a lezione un lavoro in cui raccontavo la storia della mia famiglia, della mia bisnonna in particolare. Quando mi sono resa conto che le persone riuscivano a comprendere perché sentissi il bisogno di raccontarla, ho capito che quello era ciò che volevo fare: raccontare storie che appartengono a me, ma che potenzialmente potrebbero appartenere anche ad altri.
Mi piace molto partire dal linguaggio privato della fotografia di famiglia e poi arrivare a una dimensione più collettiva. Anche quando non viviamo direttamente un’esperienza, possiamo comunque riconoscerla perché l’abbiamo vista in un film, letta in un libro, osservata nella vita di qualcun altro o semplicemente immaginata. E credo che già questo sia qualcosa di profondamente significativo.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Forse direi il dolore, anche se non nel senso più diretto o drammatico del termine. A volte emerge in relazione ai contenuti che tratto.
Per esempio, adesso sto portando avanti un lavoro, “A.O.I. project”, dedicato alla realtà coloniale italiana in Africa, che mi ha portata a interagire con diverse persone per raccogliere informazioni e materiali. Queste interviste hanno avuto su di me un effetto particolare: spesso ho la sensazione che il lavoro diventi una sorta di auto-analisi, nel senso psicoanalitico del termine.
È come se mi trovassi sempre davanti a qualcosa che resta in superficie e che richiede uno sforzo per essere attraversato, per andare più in profondità, tra memoria e identità. Non userei “dolore” in senso stretto, ma piuttosto parlerei di una forma di fatica complessa, che accompagna questo processo.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Era un po’ un bisogno interiore. Riprendendo quello che dicevo poco fa, per me realizzare questi lavori è davvero come affrontare un percorso di analisi, con un “analista” che in questo caso è immaginario (e che coincide con me stessa).
A volte confrontarsi con un’immagine porta ad una catarsi, e per questo direi che la mia ricerca è nata in maniera spontanea. Quando ho visto che quello che creavo funzionava ho continuato su questa linea di interesse, realizzando progetti che hanno sempre un po’ il carattere di “flussi di coscienza”.
L’unico lavoro che pensavo sarebbe stato diverso dagli altri era “She goes alone”, che è nato un po’ per gioco ma nel corso del tempo è diventato simile agli altri – anche se per me rimane diverso perché in questo caso ho “toccato” molto il materiale, cosa che di solito non faccio. Di questa cosa ho pure sofferto ad un certo punto, perché temevo che il mio lavoro non mi riflettesse più.
-Lavorare con un oggetto prodotto da altri non deve essere semplice. Come riesci a calibrare il tuo intervento rispetto sulle fotografie con cui lavori?
Potenzialmente molte delle fotografie che ho trattato potrebbero diventare dei veri fondi archivistici, di carattere più o meno culturale: le foto di “A.O.I project” sono state scattate tra gli anni ’20 e ’30 e documentano il colonialismo italiano, per cui sono molto rilevanti a livello storico. Negli ultimi tempi si è risvegliato un interesse su questo tema e molti hanno cercato di costruire dei fondi fotografici su di esso.
Lo stesso discorso potrebbe valere anche sulle foto della mia famiglia utilizzate nel progetto “Figli dell’Americana”, che sono state realizzate in uno studio fotografico negli USA negli anni ’20: anche loro secondo me hanno un valore culturale intrinseco.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
No, non ho chiaro proprio niente! Mi ci butto giorno per giorno e quando c’è qualcosa che mi convince inizio a lavorarci.
Per valutare le mie idee per me è molto importante il confronto con gli altri: ho sempre pensato fosse una debolezza, ma con il senno di poi ho realizzato che probabilmente il confronto è la cosa più importante che abbiamo oggi.
Chiaramente ciascuno si deve prendere le proprie responsabilità e portare avanti i propri lavori, però avere quella parola in più, anche negativa, è la cosa più positiva per noi artisti.
In particolar modo ho sempre dato molta importanza all’opinione di mia zia, che è stata un’insegnante universitaria e con cui condivido molte letture (soprattutto di critica d’arte).
Il confronto con lei è sempre stato fondamentale perché mi ha insegnato ad approcciarmi a qualsiasi progetto con metodo, partendo da una bibliografia vera per poi farmi un’idea mia, come quando scrivi un saggio. Mi piace lavorare così: strutturando un progetto prendendo anche ispirazione dai grandi autori.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?
Di solito li assegno alla fine: non sono in grado di darli. Per “A.O.I. project” in realtà il titolo coincide con la sigla presente su ogni fotografia, che ho voluto mantenere perché trovo che spinga l’osservatore a documentarsi.
“Figli dell’Americana” invece era il nome che aveva la mia famiglia nel paese di origine di mio padre: la mia bisnonna era famosa perché di origini americane, mentre suo marito era nato e vissuto a Scilla. Anche qui c’è un discorso di cultura e memoria. Questo caso in realtà è un po’ un’eccezione, perché il titolo mi circolava in mente già mentre lavoravo.
In generale uso i titoli per dare agli spettatori un input, una prima chiave di lettura per ciò che stanno vedendo.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Purtroppo ancora non lo so dire. Considero finito “She goes alone” perché è nato come un gioco, un divertimento ingenuo che quasi non ho condiviso proprio perché lo pensavo come momento mio, di libertà.
Ritengo finito anche “Figli dell’Americana” perché, dopo aver realizzato due video, ha assunto la forma che desideravo. Le fotografie da sole le trovavo incomplete, non raccontavano nulla.
“A.O.I. project” invece è ancora assolutamente in divenire, anche perché stanno emergendo nuovi materiali che mettono in discussione quello che avevo già scritto e voglio continuare a lavorarci.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Devo dire che non mi capita troppo stesso.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Forse “Figli dell’Americana”: recentemente mi hanno chiesto di esporlo, e questo mi ha fatto capire che anche se per me non è perfetto per gli altri funziona. In realtà avevo già iniziato a percepirlo quando l’ho mostrato a mio padre e a mia zia. Vederli commossi dai miei video mi ha dato sicurezza.
-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Dipende, ma spesso l’idea arriva mentre sfoglio le fotografie. Con “Figli dell’Americana” è successo proprio così: più guardavo le foto più pensavo ai racconti sulla mia famiglia e più mi rendevo conto di voler raccontare questa storia. È stato quasi un bisogno: quando un qualcosa ti muove così tanto pensi inevitabilmente che possa avere lo stesso effetto su altri e quindi inizi a lavorarci.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Mi ha lasciato molto confusa. Ho vissuto la tesi come il momento in cui dovevo assumermi le mie responsabilità su ciò che creo, non solo per l’argomento delicato che stavo trattando in “A.O.I. project” ma perché lo ritenevo il momento in cui mi dovevo esprimere appieno, trovare la mia strada e il mio linguaggio (che poi ho trovato, ma da sola).
Il passaggio dall’università all’accademia è stato un po’ traumatico: mi è stato molto utile aver studiato critica d’arte, estetica e filosofia, ma a livello di costruzione del progetto ho fatto tanta fatica.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Se la giocano “A.O.I project” e “Figli dell’Americana”: credo che i lavori più personali siano quelli che funzionano di più.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Vorrei saper sfruttare meglio la dimensione dei social perché penso che abbiano un grande potenziale. Non capisco chi sceglie di non condividere il proprio lavoro sui social: due persone possono avere la stessa idea anche senza mai incontrarsi, quindi non capisco molto la paura di essere copiati.
Li uso più che altro per seguire altri artisti o le mie passioni, come il cinema e l’arte visuale.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Mi aspettavo di più. Ho un po’ sofferto questa città.
Effettivamente ho prodotto di più e meglio tra uno spostamento di città e l’altro. Roma ha sempre avuto una buona influenza su di me e sul mio modo di fotografare.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Il dottorato, o comunque un modo per sviluppare le mie ricerche nel mondo delle belle arti (o magari accademico).
Vorrei anche proseguire il lavoro su “A.O.I. project”, sia perché sento un’esigenza personale sia perché penso che ci sia un’urgenza politica-sociale.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Non sono ancora riuscita a realizzare un reportage, che racconta la scena metal in Italia.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Questa è una domanda difficilissima! Io mi vergogno a definirmi artista perché non sento di esserlo.
Penso che essere artisti significhi avere il coraggio di tirare fuori le emozioni che ci uniscono, perché vedo l’arte come un qualcosa di molto collettivo.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Direi il collettivo Ire Ere, di cui ammiro il linguaggio leggero e giocherellone, e le mie colleghe e amiche Caterina Galimberti e Silvia Belussi.
Ringraziamo Arianna Caratozzolo per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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