La ricerca artistica di Valeria Limongi, giovane fotografa originaria della Basilicata, nasce dalla necessità di esternare un mondo interiore. Nelle sue fotografie, Valeria esplora il rapporto tra la realtà e la maniera in cui noi la percepiamo, attingendo dal mondo onirico e dei “sogni ad occhi aperti”.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Valeria Limongi, ho 31 anni e sono nata in Basilicata. Ho studiato fotografia alla LABA di Rimini per poi spostarmi a Brera per la magistrale.
In realtà inizialmente mi ero iscritta al corso di Astronomia a Bologna, che mi ha dato delle basi scientifiche che uso ancora adesso nel mio lavoro. Dopo due anni però mi sono resa conto di voler fare arte e mi sono spostata.
-Di cosa ti occupi?
Sto provando a portare avanti la carriera artistica e mi sono “concessa” un po’ di tempo per mostre e residenze artistiche: in questo momento sto svolgendo una residenza di un mese nello studio di Viafarini a Milano, mentre di recente sono stata due mesi in Francia.
A breve inizierò a collaborare con uno studio professionale di fotografia, Zima, qui a Milano.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?
Molto, tant’è che in passato ho studiato canto. In realtà uno dei miei ultimi lavori, che è un po’ un’introspezione verso me stessa, è stato ispirato da una canzone di Rosalía, “Berghain”, che definirei una “introspezione in musica”.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Direi “Melancholia” di Lars Von Trier, di cui mi hanno ispirato sia la trama che l’aspetto visivo.
– Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?
Di recente mi è stato consigliato di leggere “Nelle pieghe del tempo” di Madeleine L’Engle, un fantasy per ragazzi che mi è stato detto avere elementi molti affini al mio lavoro.
Ho da poco finito di leggere “Il sentiero si crea camminando” di Osho, un saggio spirituale che non ha a che fare con l’arte ma con una filosofia di pensiero molto simile alla mia, e “Le mie storie dell’arte” di Adrian Paci, un artista che ho conosciuto personalmente.
-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?
Da realizzare certamente la fotografia, mentre da fruitrice apprezzo molto anche i lavori installativi, immersivi o che vanno verso il sound design.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Mi sono innamorata dell’arte contemporanea partendo dal lavoro di Felix Gonzalez Torres.
Tra gli artisti in attività mi piace molto Teresa Margolles, un artista messicana che ho visto per la prima volta alla Biennale di Venezia. I suoi sono lavori installativi e mi ispirano molto nonostante siano distanti dalla mia produzione, essendo molto politici.
Un’altra artista che ammiro molto è Shilpa Gupta, che come Teresa Margolles realizza installazioni con temi politici. Mi piace molto anche Francis Alys, che invece è un artista che utilizza diversi media.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Sicuramente la sera, che è il momento in cui mi sento più ispirata e in cui più spesso lavoro.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Nasce da un bisogno che avevo di esprimere un qualcosa e non riuscivo a farlo con la musica, che oggi non ritengo sia il “mio mezzo”. Avevo bisogno di farlo visivamente, sentivo che dovevo necessariamente fare uscire questa cosa o mi avrebbe logorato da dentro.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Sin da piccola sono sempre stata molto portata per le arti pratiche: disegnavo molto e dipingevo ma non ho mai avuto la pazienza di concludere un quadro. Iniziavo e, non avendo tecnica a sufficienza, il risultato non mi soddisfaceva per cui lo abbandonavo.
Non riuscivo ad aspettare e ad un certo punto mi sono avvicinata alla fotografia. Già dalle superiori mi ero dedicata alla fotografia come hobby e mio padre, anche lui fotografo, mi ha insegnato i primi rudimenti e lì ho trovato finalmente un medium più immediato, con cui creare più velocemente.
In questi ultimi anni il tema che accomuna i miei lavori è il rapporto tra la realtà e il modo in cui la percepiamo, per cui virano molto sull’onirico, il sogno e in generale i territori mentali.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
C’è un po’ di malinconia perché quando lavoro attingo molto alla mia tristezza o a zone più “buie” per trovare l’ispirazione.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Quando ho iniziato non avevo assolutamente un’idea di ciò che volessi fare, infatti all’inizio ero più orientata verso la fotografia di moda o di pubblicità. Studiando in Accademia mi sono avvicinata, con i primi corsi di Estetica, al mondo dell’arte contemporanea, che non conoscevo e di cui poi mi sono innamorata.
Non ho la pretesa di fare qualcosa di più rispetto a ciò che hanno già fatto numerosi grandi artisti nel mondo. Per me parte tutto dal bisogno di esprimermi e di vedere cosa succede.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Dipende molto dal processo. Un’idea iniziale c’è sempre ma poi le cose cambiano in corso d’opera e il risultato è sempre un po’ inaspettato. Ad un certo punto il lavoro va in una direzione e a te non resta che seguirlo.
Quello che secondo me succede molto spesso nelle Accademie, per lo meno in Italia, è che si studia tanta teoria prima di passare alla pratica. Questo è giustissimo, ma comporta che a volte gli studenti pensano che si debba avere già in mente quale sarà il risultato finale di un lavoro, prima di iniziare. Questo quasi mai si verifica, per lo meno per come lavoro io e gli altri artisti che ho intorno.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Di solito li assegno alla fine, anche se ho un rapporto difficile con i titoli, faccio fatica a trovarli. Per questo attingo all’esterno, a film e canzoni, per trovare una frase che sia evocativa, che resti vaga e possa anche essere interpretata diversamente da come faccio io.
-Quale sarebbe il loro significato?
Credo che non debbano mai spiegare cosa andrai a vedere ma al massimo dare una chiave di lettura.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
È molto difficile capire quando un lavoro è finito. Il mio lavoro “Didn’t know what time it was” è una specie di collezione di ricordi quindi non lo sento finito, ogni tot può arrivare l’ispirazione per aggiungere qualcosa. Invece “Now she walks through a sunken dream”, un’indagine sul mio territorio che prende spunto anche dalla mia fantasia, lo sento finito perché è meno personale. Dipende molto dalla natura del lavoro.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando?
Molto spesso arrivo ad un risultato e c’è qualcosa che non torna. Delle volte bisogna lasciare che le cose sedimentino e tornarci in un secondo momento, perché poi all’improvviso può arrivare il tassello mancante, e il lavoro prende un’altra piega.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri e finora è stato maggiormente apprezzato?
Non credo ce ne sia uno che “funziona” di più degli altri, ma il più apprezzato direi che è “Now she walks through a sunken dream”, con il quale ho vinto un premio e la mia residenza in Viafarini. É un lavoro personale ma ha una componente sociale e ambientale, per cui credo sia più immediato.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Prendo ispirazione principalmente dai miei pensieri e sogni ad occhi aperti. Per i miei primi lavori sono partita da una fotografia che immaginavo nella mia testa e in un secondo momento andavo a ricostruire, magari con dei modellini. Attingo molto anche ai momenti di viaggio, quando ho modo di ascoltare musica e far vagare la mente mentre osservo il paesaggio.
Mi piace molto ragionare su cos’è la realtà, la percezione e come la realtà sia in qualche modo sempre mediata da qualcosa.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Al triennio ho acquisito le basi tecniche della fotografia, mentre al biennio a Brera ho approfondito la teoria e gli studi artistici. A Brera mi sono trovata bene per le conoscenze che ho fatto: ho incontrato dei professori che mi hanno ispirato ed aiutato e ho trovato il mio gruppo di amici. Secondo me se vuoi fare l’artista è molto importante circondarsi di altre persone creative perché il confronto è fondamentale.
Ovviamente Brera, come la LABA, ha delle lacune: molto spesso bisogna sottostare a delle regole un po’ datate, non è presente uno spazio dove lavorare… È come se gli studenti fossero un po’ ostacolati nel creare. Durante la residenza che ho svolto a Clermont Ferrand, in Francia, ho trovato una realtà molto diversa: gli studenti fanno tanto e tutti hanno il loro studio all’interno della scuola. In generale non c’è un modello migliore di un altro, noi forse siamo più preparati teoricamente. Però sarebbe bello se nelle Accademie italiane si creasse più spazio per la pratica.
-E quale quello che tu preferisci?
Quello che io preferisco è quello che considero il mio primo lavoro, che mi ha un po’ indirizzato essendo molto personale: “Didn’t know what time it was”. L’ho iniziato da studentessa nel 2023 e come dicevo lo sento ancora in corso.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Li reputo molto utili perché sono il mio canale principale per comunicare la mia arte, anche perché non ho un vero e proprio sito. Li uso molto per rimanere in contatto con artisti e curatori che ho conosciuto.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Penso che Milano non sia una città semplice nella quale trasferirsi. Adesso sono qui da poco più di quattro anni e nei primi due ho fatto fatica ad integrarmi e a fare amicizia, poi ovviamente conoscendo i vari compagni di corso ho creato anche una cerchia al di fuori dell’Accademia. Nel momento in cui ho trovato la mia rete ho iniziato a vedere le opportunità che la città offre, specialmente sulla scena artistica.
La città in sé non mi ha ispirato, ma tutte le opportunità in campo artistico, come mostre, gallerie e residenze, certamente sì.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Mi piacerebbe svolgere un dottorato, magari in cui approfondire il rapporto tra l’arte e la scienza, infatti sto anche presentando domanda per diverse residenze che danno la possibilità di collaborare con centri di ricerca scientifica. In particolar modo vorrei concentrarmi sull’astronomia, che è rimasta una mia grande passione, o sulla mente ed il suo rapporto con l’arte.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Mi piacerebbe riuscire a lavorare di più con le installazioni ambientali ed immersive, però faccio fatica ad iniziare perché serve uno spazio adatto.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Mi piace definirmi artista e penso che esserlo significhi essere in ascolto di sé stessi e dell’esterno, per trasformare gli stimoli che ricevi in qualcosa di nuovo e diverso, che cambia forma.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Direi Sara Passerini, mia cara amica con cui lavoro spesso; Alessandra Gatto, che ha da poco svolto una residenza qui in Via Farini; i miei amici Angelo Iaia e Elia Brigoli.
Ringraziamo Valeria Limongi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram e sul suo portfolio.
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