Marco Campana, giovane artista ravennate, cresce tra i mosaici e l’oro bizantino. A Milano trova il suo spazio lavorando sulla percezione e i limiti dei medium. Nelle sue opere la luce non viene rappresentata ma cercata, svelata sotto strati di colore, trattenuta da superfici che non restituiscono mai un’immagine immediata. I suoi “Color Field” spingono la pittura fino al nero assoluto, quel punto in cui la luce sparisce e si manifesta il limite oltre il quale lo sguardo non può più andare.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Marco Campana, ho 24 anni e vengo da Ravenna. Sono rimasto lì durante il primo anno di Accademia, poi mi sono trasferito a Milano per una scelta personale.
A Ravenna ho avuto professori che mi hanno aiutato molto a capire come il mio lavoro potesse svilupparsi e trovare il suo posto nel mondo dell’arte. La scena artistica ravennate, però, manca di un sistema, di connessioni, manca quell’ambiente necessario ad un artista per capire come fare il proprio lavoro, e così si rischia di restare in una bolla che non porta da nessuna parte. Se il mio sguardo fosse rimasto chiuso sui miei lavori non sarei riuscito a svilupparlo nelle mie ricerche attuali.
Quando sono arrivato a Milano ho continuato l’Accademia e ho conosciuto tantissime persone che mi hanno aiutato, tra cui Gianmaria Tosatti, con cui ho scritto la mia tesi e che mi ha aiutato moltissimo a parlare del mio lavoro. Fino ai 21-22 anni ho sempre avuto un po’ l’idea del pittore alchemico, per cui parlare apertamente del proprio lavoro era problematico. Con Tosatti ho capito che doveva essere l’esatto contrario: bisogna essere molto aperti rispetto al proprio lavoro, chiarire bene la propria ricerca e capire le proprie radici per riuscire a spiegare tutto.
-Di cosa ti occupi?
Il mio percorso accademico si è spostato da Ravenna a Milano e si è anche allargato: prima era incentrato solo sulla pittura, ora si divide tra pittura e curatela, tra il biennio di Pittura e quello di Visual Cultures.
Questo mi serve per sviluppare la mia pratica in maniera più ampia, per capire da dove arrivano le radici del mio lavoro e per scrivere, sia per me che per altri.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?
Il mio rapporto tra lavoro e intrattenimento è strano. Ascolto musica sempre, costantemente. Mi sveglio la mattina e metto le cuffie, le ho sempre addosso, odio non sentire nulla.
L’unica eccezione è nel mio studio: quando arrivo, non posso avere nulla intorno, né musica né libri, per essere completamente concentrato. L’ho imparato a mie spese, dopo aver fatto errori banali lavorando distrattamente.
Tengo tutto ciò che è esterno allo studio fuori e separo completamente questi momenti. Anche fisicamente: quando lavoro non mi siedo mai, dipingo sempre in piedi. Ho uno sgabello per fare alcuni disegni, ma è arrivato in studio più di un anno dopo che mi sono trasferito.
In generale ascolto tantissima musica e non ho un genere preferito, vario molto. In questo momento sto ascoltando molto Michael Jackson, Kanye West, Radiohead, ma passo anche da Adele alla Dark Polo Gang. Ultimamente sto ascoltando Nettspend, un giovane rapper americano. Diciamo che la mia playlist cambia continuamente.
-Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?
In questo momento leggo soprattutto recensioni e testi su altri artisti. Ho abbandonato un po’ la lettura dei romanzi, proprio perché il mio lavoro mi appassiona a tal punto da leggere tutto ciò che gli gira intorno.
Non riesco a identificarmi in un unico libro: mi ci vuole molto per prenderne uno in mano, quindi tutti quelli che ho letto sono per me una grande unione che mi rappresenta in qualche modo.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?
Ho un amore esagerato per la pittura da quando ho scoperto l’arte, a 18 anni. Prima ho studiato informatica e non avevo mai toccato un pennello.
È cominciato tutto in modo molto casuale: sono andato al Mart di Trento-Rovereto e in quel momento era esposto uno dei dipinti di Fontana della serie “Fine di Dio”. Lì qualcosa è scattato nella mia testa e ho capito che dipingere poteva essere il percorso giusto per me. Ora la mia più grande ispirazione sono i miei coetanei, ma Lucio Fontana è quello che mi ha fatto scoprire l’arte.
La pittura è sempre la cosa che amo di più fare e che amo di più vedere.
-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Tra i giovani ti direi Emily Kraus, Chiara Enzo e Olmo Gasperini. Olmo è anche un amico – l’ho conosciuto quando sono arrivato in studio ed è la persona con cui mi confronto di più.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina, mi sento molto più lucido. La sera invece arrivo sempre distrutto, non riesco a dipingere, a pensare. Non ho una giornata molto diversa rispetto a chi va in ufficio. Mi sveglio verso le 7:30, arrivo in studio verso le 9 e lavoro fino alle 19-20, a volte fino alle 22. A quell’ora però mi limito a preparare le tele, perché arrivo stanco e non ho la testa per fare lavori più importanti.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Come sono arrivato a quello che sto facendo adesso?
Io ho iniziato dipingendo astratto: facevo linee all’interno delle quali mettevo tante sfumature di bianco. La percezione è sempre stata centrale per me. Volevo che chi guardasse l’opera non vedesse tutto il dipinto subito, ma che, restando un po’ a fissarlo, iniziasse a scoprire tutti questi bianchi.
Questa ricerca si è spostata poi sulla percezione dei fondi bizantini, che con la foglia d’oro vanno ad appiattire le icone sovrastanti, creando una sorta di dimensione zero su cui costruire con la pittura. Da lì nascono alcuni miei dipinti, come “Grande Vetro/ Panorama”, realizzati con un fondo argento. La cosa interessante è che sia nei fondi oro che in quelli argento ci si può specchiare: riflettono in maniera offuscata, come se fossimo fuori fuoco.
Da lì nasce tutto il pensiero dello specchio nell’arte: l’arte è uno specchio incompleto che si completa solo quando noi lo guardiamo. Un quadro sarà sempre incompleto finché qualcuno non lo guarda, non ci si specchia, non ci trova qualcosa di sé. È lì che allora si compie il gesto artistico del vedere.
Questi fondi argento mi hanno portato a ragionare sulla base pittorica. Il fondo argento veniva coperto dalla base gesso e poi la base gesso veniva strappata, come per cercare una rivelazione. Come se sotto la tela ci fosse qualcosa, e quel qualcosa è la luce che cerca di arrivare a una verità. L’argento poi inizia a splendere e allora si ha l’illusione che ci sia davvero della luce.
Quando poi ho sentito di aver concluso quel ragionamento e di essere arrivato dove volevo, sono tornato alla percezione degli specchi incompleti, che ha generato un ritorno alla pittura tradizionale.
Da lì nascono i “Color Field”, una serie di dipinti su cui mi concentro da due anni, che riprendono la teoria dei Color Field in pittura, con la differenza che hanno sotto un fondo in foglia di alluminio (più o meno con lo stesso principio della foglia d’argento), in modo da restituire visivamente tutta la gamma di colori e tutto lo spettro della luce.
Sono velature di colore sottili che piano piano si addensano fino ad arrivare ad un nero coprente, con colori più chiari e brillanti fino a quelli più scuri e opachi. Di solito nei Color Field non si arriva quasi mai al nero, ma il mio obiettivo invece era proprio quello di raggiungere una sfumatura di nero così forte da assorbire la luce.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
…stress!
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Mentre dipingo penso a risolvere problemi che mi pongo io stesso su quelli che credo siano i limiti della pittura, e da lì cerco di trovare delle soluzioni.
Quando lavoro ai Color Field penso a quale sia il limite del colore, dov’è la luce nella pittura, dove si può arrivare con le sfumature, cosa si può ancora fare.
Mi piace pensare che i lavori meglio riusciti servano a qualcosa: anche se cosa quel qualcosa è difficile da spiegare a parole.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Un po’ entrambe le cose, anche perché c’è una parte molto processuale nel fare questi fondi e non si può mai tornare indietro. Dipingo ad acrilico, e una volta che è lì, è lì — anche per gli strappi funziona allo stesso modo. Però c’è sempre un elemento molto forte di casualità: finché non ho il dipinto davanti, posso ragionare solo fino a un certo punto.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?
Diciamo che cerco di non complicare troppo le cose.
Questi ultimi dipinti si chiamano tutti “Color Field”, perché sono Color Field.
I bianchi invece hanno un titolo lunghissimo: “I segreti dell’anima rimangono nascosti nelle pareti della mente”. Però tutta la serie si chiama così, e i singoli lavori sono numerati in base al giorno in cui li finisco, perché il processo ha un tempo preciso: dal momento in cui do la velatura di bianco sui fondi argento, ho un tempo limitato per strappare la pittura.
Il titolo diventa così quasi un codice, rimanda a quello che si vede: forse il segreto della pittura rimane nascosto dietro la tela.
L’illusione che creiamo quando dipingiamo, sia essa illusione della prospettiva o della totalità del dramma umano, viene costruita per addizione. Se invece andiamo per sottrazione, forse troviamo quella verità di cui parla Picasso quando dice che “la pittura è un grande inganno che porta alla verità”.
Altri lavori hanno nomi più divertenti, come ”Watercolor studies”, ovvero studi d’acquerello. Questo perché lavorando con gli acquerelli si ha una quantità limitata di colore prima che la carta ceda e qui succede la stessa cosa: sono foglie di rame che ho sciolto con una velatura di acido e il supporto cede istantaneamente creando un verde acqua che è ossido di rame. Questo processo mi ha fatto pensare all’acquerello, oltre al fatto che il colore rimanda all’acqua, e in questo caso il titolo è venuto dopo.
Poi ci sono titoli più poetici, come “Entrambi, Adesso, Sull’Asse”, opera che immagina quell’orizzonte come un asse terrestre da cui si vede il cielo stellato.
In generale cambia molto se i titoli arrivano prima o dopo. Forse adesso più che mai cerco di semplificare.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Capisco quando devo fermarmi perché a un certo punto sento di star sbagliando quando prendo il pennello in mano. In alcuni lavori è più semplice capirlo, perché sono più pieni. Mi sento quasi in colpa a riprendere il pennello, perché vedo già un lavoro che mi piace.
Capisco che è finito quando non ho più il coraggio di dipingere, quindi è un atto molto spontaneo. Comunque di solito quando arrivo a quel punto il dipinto è già molto avanti, e i gesti che farei in più sarebbero molto piccoli rispetto alla totalità del dipinto.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
No anzi, forse il contrario. Tendo ad avere molto più di quello che mi serve e prima. Quando ho un’idea mi organizzo subito per realizzarla, anche se magari quell’idea poi non ha avrà mai uno sviluppo. Quindi in realtà ho spesso molte più cose di quelle che mi servono.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
L’Accademia per me è stata fantastica, soprattutto perché l’ho scelta. Andarci è stata una decisione molto ponderata: avendo seguito fino ai 19 anni un percorso completamente diverso, non era mai stata un’opzione concreta fino alla fine della scuola.
Poi c’è stato il trasferimento a Milano, anche quello una scelta completamente mia, e questo mi ha portato a voler dare il massimo. Se non fosse stato per tanti professori, sia dell’Accademia di Ravenna ma soprattutto di Brera, probabilmente non starei cercando di fare l’artista in questo momento.
Avere persone più grandi che hanno creduto nel mio lavoro, soprattutto nei primi passi, persone che lavorano nell’ambiente, è stato un aiuto enorme e una conferma di quello che pensavo fosse la scelta giusta. Le conferme dall’esterno sono sempre quelle più importanti.
“Visual Cultures” ora mi aiuta molto: ci sono persone brillanti sia tra i professori che tra gli studenti, e sono loro quelli con cui parlo di più, perché hanno uno sguardo esterno. Questo nuovo percorso mi obbliga a parlare e ragionare sul lavoro degli altri, senza mai nominare il mio.
Avere uno sguardo critico sul lavoro altrui mi aiuta poi a parlare del mio, a rendermi conto dell’ambiente in cui mi muovo, di quanto le ricerche degli altri servano al mondo dell’arte e cosa possa aiutarmi a crescere come artista.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Per me è molto importante avere un’immagine online. Amo i reel e mi piacerebbe molto filmarmi, avere una parte di me mentre lavoro online, perché amo guardare i video di altri artisti che dipingono, come Luc Tuymans.
Viviamo nell’era della comunicazione, e credo sarebbe un errore pensare di non far parte di questa realtà — Instagram, TikTok, sono piattaforme che vivo e consumo ogni giorno.
Però è qualcosa su cui sto ancora lavorando: sto cercando di trovare il mio spazio.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Essere a Milano mi dà la possibilità di vedere molte cose: ci sono tante gallerie, musei, installazioni pubbliche, e tutti gli artisti del mondo prima o poi passano da qui. È un luogo di grande connessione.
Quasi tutti i miei amici artisti li ho trovati a Milano, o a Napoli — dove sono andato per seguire l’arte, perché Gianmaria Tosatti per un periodo aveva lo studio lì.
Milano mi ha aiutato molto, ma non è la città in cui punto a restare.
Amo Parigi, Miami, New York… il mio sogno è vivere a Parigi. Non sento una radice milanese, ma non sento neanche una radice ravennate. Sicuramente però il mio lavoro si connette a un’arte bizantina che è propria di Ravenna, mentre Milano ha influenzato tutto ciò che nel mio lavoro può apparire un po’ “pop”. Sento quasi di avere delle radici retrattili, che arrivano, prendono, e quando è il momento si ritraggono per andare nel posto successivo.
Per ora però mi piace Milano, mi trovo bene nell’ambiente in cui sono, ho tutto quello che mi serve e sento di avere ancora cose da fare qui.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Avrò la mia prima mostra personale a Milano, che si chiamerà “2 Color Field”. Ho deciso di portare qualcosa di nuovo, cioè la mia ricerca più recente.
Sono molto felice perchè avere uno spazio pubblico dedicato esclusivamente al mio lavoro è una sfida con cui non mi sono ancora confrontato a Milano e ho la libertà di svilupparla come voglio.
Odio il concetto di muro bianco fine a sé stesso: ora più che mai penso ci sia bisogno di qualcosa di più che appendere un quadro al muro. Questa galleria me ne ha dato la possibilità e ne sono molto contento.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
L’acquerello. Per me è difficilissimo e non sono ancora riuscito a risolverlo.
Parte del mio lavoro è cercare di lavorare con i limiti dei medium, e questo ha portato questi acquerelli ad autodistruggersi. Si sono letteralmente sgretolati o sciolti! Però questi lavori irrisolti mi hanno portato ai Color Field…perciò tutto serve.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Cercare di essere dei geni in un ambito non specifico.
Nell’arte ci vuole una certa genialità per essere brillanti, ma qual è il tuo genio?
Quando si parla di fisica o matematica c’è una scoperta precisa che la contraddistingue, ma quando parliamo di artisti è un insieme così complesso di ricerca che è difficile specificare cosa ti renda un genio.
Però devi avere sicuramente del genio per fare questo lavoro, altrimenti non sei un artista.
Ringraziamo Marco Campana per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram e sul suo sito.
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