Aurora Miserendino

Aurora Miserendino concepisce la sua ricerca come un’indagine intima sul quotidiano, volta a registrare l’evanescenza delle cose tra le pieghe e le crepe della routine. Rifiutando i confini di un singolo medium, la sua pratica si muove fluida tra pittura, grafica d’arte e performance, mantenendo la materia come un punto fermo e insostituibile. Per l’artista la vera meta coincide con la ricerca stessa: un viaggio profondo che accoglie l’errore e i vuoti come feritoie preziose per continuare a scavare verso l’autenticità.

Aurora Miserendino.

PRESENTAZIONE 

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? -Di cosa ti occupi? 

Ho ventun anni e sono nata a Milano, ma custodisco radici plurali, tese tra la Lombardia di mia madre e la Sicilia di mio padre. La mia ricerca si configura come un’indagine intima sul quotidiano: cerco di registrare l’evanescenza di ciò che mi circonda, muovendomi tra le pieghe della routine e le crepe di quegli elementi minimi che rischiano di sfuggire a uno sguardo distratto.

Se la pittura rappresenta il mio pretesto primario di esplorazione, la mia pratica rifiuta i confini di un solo medium, trovando un’estensione naturale nella scrittura di poesie e nella musica, una disciplina che ho approfondito studiando composizione alla scuola Cluster. Tenere una chitarra a portata di mano per me è una necessità: quando la pittura esige una pausa, la musica diventa il ponte immediato per continuare a indagare altrove.

Il mio percorso affonda le radici nel Liceo Artistico di Brera, all’interno di una sezione dal ritmo di lavoro intenso e formativo, per poi arricchirsi recentemente grazie a un semestre trascorso alla Facoltà di Belle Arti di Valencia. Un contesto universitario rigoroso, quasi rigido se confrontato con la fluidità accademica a cui siamo abituati, ma che si è trasformato in un’esperienza magnifica di totale dedizione pittorica. Quei sei mesi in Spagna hanno significato un’immersione così radicale e in profondo contatto con la mia interiorità che, quando smettevo di dipingere, avvertivo quasi un senso di smarrimento, come se faticassi a tracciare il confine della mia stessa identità al di fuori dell’opera.

Aurora Miserendino, lavori dalla serie “Risonanze”, tecnica mista su carta, 100×70 cm, 2024/25.

INTERESSI 

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano  preferito? 

Sì, mi piace la musica, nella misura in cui riesco a identificarmi nelle emozioni e nei sentimenti che trasmette. I miei gusti variano molto a seconda del periodo; apprezzo molto la musica melodica chitarristica, Pino Daniele, il cantautorato come  Rino Gaetano, Lucio Battisti, ma ascolto anche piccoli gruppi, persino musica definita “trash”. Ho dei brani a cui sono molto legata, ma vorrei che restassero per me.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere? 

“La notte” di Antonioni.

– Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?

“L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera, perché è riuscito a vedere delle cose che pensavo non si potessero vedere, e che forse nemmeno immaginavo esistessero. 

Mi sono innamorata di questo suo modo di vedere.

Aurora Miserendino, lavori dalla serie “Gemme”, puntasecca e acquaforte su zinco stampate su fogli, 50×70 cm, 2024.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura,  performance, ecc.?  

Pur trovandomi a mio agio con le arti visive, desidero che la mia ricerca rimanga aperta a ogni stimolo. Voglio che qualsiasi mio gesto rientri in un’unica dimensione creativa e artistica: anche fare musica o registrare la cover di una canzone, per quanto possa sembrare un’azione decontestualizzata dall’esterno, per me costituisce a tutti gli effetti parte della mia pratica.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte  d’ispirazione? 

Parecchi, ma non parlerei di un artista “assoluto”, non mi piace fare scelte di questo tipo. Tra le contemporanee, Alice Visentin ha una pratica che mi ha emozionato molto, mentre un’artista che considero quasi assoluta è Maria Lai, anche se purtroppo è scomparsa.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente? 

La mattina, perché amo vedere come tutto si sveglia e le attività iniziano a prendere forma.

Aurora Miserendino, pagine da “Libro I”, tecnica mista su carta, formato A5, 2024.

LAVORO 

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? 

Credo che la ricerca artistica non sia una scelta, ma una necessità innata da assecondare: un viaggio, a tratti doloroso, verso la mia autenticità più profonda. Dopo una formazione fortemente accademica, l’arrivo a Brera ha aperto la strada alla tecnica mista, al disegno e alla pittura. Da un approccio rigoroso all’olio sono passata all’esplorazione della performance insieme a Benedetta, fino alla grafica d’arte, sperimentando con l’acquaforte e la punta secca su plexiglas e lavorando intensamente sulla carta. L’esplorazione e la materia rimangono i miei veri punti fermi, una costante che cerco persino nella dimensione del video, un linguaggio che in futuro vorrei integrare con una nuova e più matura consapevolezza.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o? 

Era dentro di me.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori? 

Curiosità. 

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi  un’idea chiara di quello che bisognava fare? 

Sentivo chiaramente che esisteva qualcosa capace di sfuggire al mio sguardo, qualcosa che ancora non vedevo ma che ero pronta a cercare. Perché la vera meta, in fondo, risiede nella ricerca stessa: il fine è il viaggio, la capacità di mettersi costantemente in discussione, accogliendo l’errore e quei vuoti che, anziché fermare il cammino, diventano “ferite” preziose attraverso cui continuare a scavare in profondità.

Aurora Miserendino, “Le crepe”, dettaglio da libro, tecnica mista su tela sciolta, tagliata e cucita, 40×60 cm, 2025.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

La mia ricerca attraversa un’ampia fase di esplorazione, un’urgenza quasi viscerale in cui lascio fluire il lavoro in tutta la sua immediatezza; a questo primo slancio segue però una necessaria fase di selezione, un momento di sintesi in cui la materia decanta. Produco moltissimo, ma solo una minima parte di quella sovrabbondanza supera il mio stesso filtro critico. Definire questo processo ‘impulsivo’ sarebbe tuttavia riduttivo: non c’è il bisogno di accostarsi all’opera conoscendo già tutto in anticipo, perché il significato profondo emerge e si svela proprio lungo il cammino. L’impulsività fine a se stessa, in fondo, rischierebbe solo di sminuire la costanza e il valore della pratica.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono  prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? 

I titoli emergono sempre a posteriori. Solo quando la ricerca prende finalmente corpo, affiora alla memoria il ricordo di una sensazione o l’eco di una frase letta: una parentesi di senso capace di accogliere, custodire e tenere insieme l’intera opera. Si tratta di una nominazione mai definitiva; mi capita spesso di modificarli in corso d’opera, lasciando la soglia di questo dialogo sospesa e aperta, forse fin troppo a lungo.

-Quale sarebbe il loro significato? 

Il valore del titolo è fondamentale: può ribaltare il lavoro, sostenerlo o semplicemente corredarlo. Mi piace pensare che il titolo sia come “incartare” un opera.

Aurora Miserendino, lavori dalla serie “Risonanze”, tecnica mista su carta, 100×70 cm, 2024/25.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito? 

Sperimento un legame ambiguo con il concetto di compimento; a un certo punto, avverto una necessità interiore che impone l’arresto. Diventa allora fondamentale un esercizio di sintesi, perché l’opera è un territorio aperto su cui si potrebbe intervenire all’infinito; spingersi troppo oltre, tuttavia, rischia di compromettere e soffocare la natura stessa della pratica. Ed è un equilibrio estremamente fragile: a volte mi capita di superare quel confine invisibile, di andare oltre il punto di perfetto equilibrio.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di  pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Assolutamente sì; quando mi impongo un ostacolo di questo tipo, lo considero un’occasione per lasciare il lavoro e riprenderlo in seguito. La vivo con tranquillità.

Aurora Miserendino, serie “il sacro e il bosco”, olio su tela, 40×60 cm, 2025.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri? 

Ci sono sempre dei lavori che funzionano meglio, ma non mi piace deciderlo. Non mi soffermo su questo, piuttosto sul processo che mi ha portato a realizzarli.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro? 

Parto da una suggestione che colgo attorno a me, in una storia che ascolto o nel quotidiano, e poi nasce il lavoro. Sono immagini che ho vissuto e che vengono rielaborate.

Aurora Miserendino, lavori dalla serie “Gemme”, puntasecca e acquaforte su zinco stampate su fogli, 35×50 cm, 2024.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio,  come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa,  degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari. 

L’insegnamento più grande è stata la capacità di scardinare tutte le mie certezze, quella sensazione di terra che ti manca sotto i piedi.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu  preferisci?

Quello più apprezzato dagli altri è una mia incisione. Anche a me piace, non tanto per il risultato estetico in sé, quanto per la serie di grafiche che mi hanno insegnato molto. Un lavoro che ho amato particolarmente è un grande libro d’artista prodotto in Spagna: ha un formato ostile, fai fatica a sfogliarlo, ti mette in difficoltà, ma nel produrlo mi sono divertita tantissimo. Quella dimensione di gioco ed esplorazione è stata bellissima.

Aurora Miserendino, “Untitled”, foto dalla performance collettiva premiata “Kuklos”, MUBAJ, 2025.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO 

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed  essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi  importante per ciò che fai? 

La reputo importante, ma mi sento divisa: da una parte vorrei aprire un profilo solo artistico, dall’altra vorrei usare il mio. È comunque indispensabile avere un archivio digitale dei propri mezzi; fa parte del lavoro, devo farci i conti.

-Sei nata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha  un’influenza su di te e su ciò che produci? 

Milano è un nodo di incontri, una città continuamente in divenire e una fonte d’ispirazione. Tornare a Milano dopo Valencia mi ha fatto cogliere le difficoltà del vivere in una metropoli, ma resta un nodo centrale di relazioni.


Ringraziamo Aurora Miserendino per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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