Julie Frosi

Julie Frosi traduce lo spazio metropolitano in un archivio intimo di immagini, raccogliendo e stratificando frammenti di realtà quotidiana sottratti alla strada. Muovendosi tra il rigore della grafica d’arte e l’inaspettata fluidità della pittura, la sua ricerca si configura come una mappatura visiva delle radici e del territorio. L’artista ci racconta di una Milano poetica e nascosta, svelando un processo creativo che si nutre di attese febbrili, incontri e di quel lirismo silenzioso che si annida negli anfratti della metropoli.

Julie Frosi.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? -Di cosa ti occupi?

Mi chiamo Julie Frosi, ho 24 anni. Ho sempre vissuto nell’hinterland milanese, nella provincia Est, luogo che ha formato il mio sguardo. Mi occupo di immagini.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?

Amo la musica, non posso farne a meno e amo viverla attraverso la dimensione dei concerti live. In questo periodo sono molto affascinata dalla scena funk e dal cantautorato siciliano contemporaneo, come quello di Anna Castiglia, Marco Castello e Nico Arezzo, ma le mie radici d’ascolto affondano nell’alternative rock inglese e non solo, come quello degli Strokes, i Radiohead, Blur, Gorillaz, Alt-j, Hayley Williams eccetera. Insomma, sopporto il silenzio a fatica.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

È una domanda difficile, credo che non esista una pellicola universale adatta a chiunque. Sinceramente non sono una cinefila colta;  più che i titoli dei film, mi rimangono impresse le sensazioni che mi lasciano addosso. L’ultimo che mi ha segnata profondamente è stato Triangle of Sadness: è un film che ti fa stare scomodo per tutta la sua durata.

– Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?

Non mi ci identifico, ma un testo che continua a tornare nelle mie ricerche è “Il mal sano” di Michel Serres. È una piccola lettura micidiale, cruda e cinica, capace di oscillare con disinvoltura tra il tragico e il divertente.

Julie Frosi, “False Lune”, stampe xilografiche su carta velina, filo di nylon e piombo, 2026.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?

Più che in una singola disciplina, mi ritrovo nell’atto stesso di fruire l’arte: mi piace fare scorpacciate di mostre da una galleria all’altra per pomeriggi interi e amo andare ai concerti. A livello artistico personale sono molto legata alla fotografia e al disegno come base espressiva.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

“Assoluto” è un termine fin troppo forte, ma se devo pensare a un pilastro del mio immaginario dico Luigi Ghirri, per la sua visione poetica della provincia e della campagna immersa nella nebbia.

Un’altra figura che mi è stata di grande ispirazione è Federico Gori, soprattutto per la sua ricerca focalizzata sul naturale e sull’erbario. Tuttavia, quando mi metto a lavorare fisicamente, mi astraggo e non penso alla ricerca degli altri.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Amo quel momento esatto in cui il pomeriggio sta per trasformarsi in sera e ti ritrovi a dipingere ancora un po’ prima di cena. Oppure i momenti di attesa da pendolare ovattata, in cui la musica ti parla un po’ più forte e ti permette di pensare.

Julie Frosi, “Radici Perdute”, fototransfer e tinture naturali autoprodotte su carta cotone, 2025.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Credo nasca tutto negli occhi, nell’atto stesso del guardare. Ho sicuramente ricevuto un’educazione familiare che ha favorito e assecondato il canale artistico, ma penso che la vera scintilla risieda semplicemente nella capacità di notare le cose, i dettagli che molti ignorano.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Si impara guardando gli altri e “rubando”, ma il segreto sta nel saper scegliere con cura chi guardare, per poi dimenticarsene e trovare la propria strada.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Oscillo continuamente tra la frustrazione, l’impazienza e una sorta di pacifica dissociazione dal mondo esterno. Dipende molto dal mezzo che utilizzo: i lavori grafici, ad esempio, richiedono una fatica tecnica immensa e una grande presenza mentale.

Julie Frosi, “Chi sono è dove sono”, ceramolle, acquatinta, acquaforte e punta secca, matrice 50×70 cm supporto 106×78 cm, 2026.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

A volte parti convinta di avere un’idea precisa, ma la realtà della materia smentisce sempre il punto di partenza. Bisogna proiettarsi verso ciò che si vuole realizzare senza lasciarsi ingabbiare dalle false aspettative. Se ci si irrigidisce troppo su quello che si “vuole dire” a tutti i costi, si rischia di non comunicare nulla.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Trovare i titoli è una fatica immensa. Raramente lo trovo divertente; più spesso mi genera una vera e propria ansia da prestazione. Non amo l’atto di intitolare, al punto che mi capita spesso di riciclare vecchi titoli già usati per non sbagliare.

-Quale sarebbe il loro significato?

Riconosco che abbiano un peso specifico: il titolo è parte integrante dell’opera, non si scappa. Bisogna però stare attenti a non sovraccaricarlo di importanza, deve rimanere un indizio. Dipende molto dal lavoro, ma in linea di massima preferisco lasciar parlare l’immagine piuttosto che spendere troppe parole per spiegarla.

Julie Frosi, serie di “Erbario urbano”, Inserti vegetali, china e gomma arabica su carta, 2025.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Praticamente mai. Mi fermo quando mi stufo, quando arrivo al punto di non poterlo più vedere, oppure quando capisco che devo fermarmi un attimo prima di rovinare il giusto disequilibrio.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?

Assolutamente sì. Quando lavoro nell’ambito della grafica d’arte c’è un’attesa febbrile, quasi un’ossessione che ti accompagna con la bava alla bocca finché non riesci finalmente a entrare in laboratorio e sentire il profumo dell’inchiostro. Recentemente sono approdata anche alla pittura: è un linguaggio che sto ancora scoprendo, mi concede una grande libertà ma impone comunque le sue precise condizioni.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Un lavoro che trovo abbia delle solide basi è il mio Erbario Urbano, una sorta di censimento delle erbacce che si fanno spazio nelle crepe del cemento. Uno scambio di interazione tra il naturale marginale e gli spazi urbani che ho solcato innumerevoli volte arrivando a ricostruirli a memoria. In questa ricerca mi sono fatta pervadere dallo scritto di Gilles Clement “Il terzo paesaggio” e contemporaneamente stavo cercando di districare la complessa poetica di Donna Haraway in “Chtulucene”. Ho avuto anche l’occasione di portare un pezzettino del mio Erbario in centro Italia (Massa Marittima e Pisa) in occasione della mostra “Dove nasce l’acqua”, parlando di una specifica del mio territorio che spesso viene dimenticata e ignorata: i fontanili.

Julie Frosi, serie di “Erbario urbano”, inserti vegetali, china e gomma arabica su carta, 2025.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

L’incipit arriva quasi sempre da fotografie scattate per strada e non solo. Non sono sicuramente una fotografa, ma avere una fotocamera mi allena a vedere, a inquadrare attraverso la sua serratura quelle piccole cose inutili che “luccicano”. Raccolgo frammenti, piccoli pezzi di realtà quotidiana che metto in tasca per poi andare a rielaborarli in un secondo momento.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Mi ritengo molto fortunata perché ho amato profondamente Brera. Ho incontrato le persone giuste e dei buoni professori (non tutti) da cui acquisire basi tecniche e stimoli. È indubbiamente un ambiente in cui, se vuoi respirare, devi nuotare tanto, ma la complessità del tuo percorso di ricerca dipende da quanto sei disposto a dare e metterti in discussione. La scelta dei propri mentori è fondamentale, così come la fortuna di aver trovato amici speciali con cui confrontarsi veramente.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Il lavoro più apprezzato è stato il mio progetto di tesi triennale “Radici perdute”,  incentrato sulla mappatura cromatica. È una ricerca sullo studio dei coloranti naturali che mi porto dietro fin dai tempi del liceo; mi ha regalato grandi soddisfazioni e l’opportunità di muovere i primi passi fuori dall’Accademia. Nel farlo, mi sono resa conto che la mia vera urgenza non riguardava tanto il colore in sé, quanto l’atto del mappare, anche perché gestire il colore nella grafica è una sfida complessa.

Julie Frosi, “Radici perdute”, particolare fototransfer, 2025.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

La dimensione dei social è ancora un territorio molto nuovo per me. Per il momento ne sto cogliendo i lati positivi, raccogliendo le prime soddisfazioni nel confronto e nel riscontro diretto con altri artisti. Purtroppo, però, è un’arma a doppio taglio,  generatrice di continue comparazioni e una forte ansia da prestazione. La vera difficoltà è saper distinguere le vere opportunità in questo mare di sovracomunicazione.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Milano sembra odiare la poesia, fa di tutto per mandarti via come artista, ma credo di aver scovato il suo lato più autentico; nascosti nei cortili interni e nei suoi anfratti più silenziosi si aprono luoghi densi di cultura come gallerie, studi e laboratori. L’ambiente metropolitano rimane una componente fondamentale della mia ricerca e, purtroppo o per fortuna, Milano rimane sempre la mia città.

Julie Frosi, “Vista dall’alto”, serie di “Luoghi degli altri”, acqua tinta e ceramolle, matrice 20×30 cm con supporto 35×50 cm, 2026.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Voglio continuare a sperimentare, sia attraverso la pittura sia esplorando il digitale. Si tratta di una dimensione apparentemente lontanissima dai torchi, dall’inchiostro e dalle matrici di metallo a cui sono legata, ma sto trovando stimoli interessanti anche grazie alle persone giuste.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Una bella mostra personale di cui poter essere profondamente fiera, dal primo all’ultimo lavoro esposto.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Non ne ho la minima idea… ma chi lo sa davvero?

Julie Frosi, serie di “Guarda qui non c’è niente.”, tempera su carta di bambù, 21 x 29,7 cm, 2026.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che

frequentano/hanno frequentato l’ Accademia di Brera?

Prima di tutti la mia compagna d’avventure, Sofia Berzoini: ammiro immensamente la sua freschezza; viviamo una contaminazione continua pur essendo artisticamente molto diverse e il nostro dialogo è stato vitale durante il biennio. Poi Francesco Spinelli (in arte Spinozo): un musicista e cantautore bravissimo passato da Brera che mi ha trascinata nel mondo dei live. Per me frequentare i concerti è una sorta di “terzo luogo” indispensabile. Infine, Meruyert Temirbekova, che mi ispira moltissimo per la sua forza incredibile nel leggere lo spazio urbano. Fuoriclasse, menziono Adriano Moneghetti, il mio maestro, che ha influenzato radicalmente il mio modo di concepire le immagini.


Ringraziamo Julie Frosi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram. 

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