Veronica Milazzo

Veronica Milazzo, giovane artista formatasi all’Accademia di Brera, utilizza le tecniche tradizionali dell’incisione per esplorare il rapporto tra uomo e natura. Attraverso l’acquaforte e la puntasecca, la sua ricerca si concentra sui frammenti di paesaggio urbano e marginale che custodiscono una memoria silenziosa. In questa intervista, Veronica ci racconta il suo processo creativo, la genesi dell’opera Speculum Mundi e la necessità di un’arte che rallenti lo sguardo. Un dialogo che invita a riscoprire, con pazienza e contemplazione, ciò che spesso rimane invisibile.

Veronica Milazzo.

PRESENTAZIONE

Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?


Mi chiamo Veronica Milazzo, ho 23 anni e vivo in provincia di Varese. Mi sono laureata in Grafica d’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera lo scorso Marzo e attualmente proseguo il mio percorso di studi con la magistrale sempre nello stesso indirizzo.

Di cosa ti occupi?


Mi occupo principalmente di grafica d’arte, in particolare di incisione calcografica. Attraverso la puntasecca e l’acquaforte – tecniche che prediligo – indago il rapporto tra uomo e natura osservando quei frammenti di paesaggio che spesso passano inosservati ma che custodiscono una memoria silenziosa.

Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual è il tuo brano preferito?


Non ho un cantante o un brano preferito perché solitamente ascolto tanti generi diversi, ma tra questi direi sicuramente: Sombr, Noah Kahan, Hozier e come gruppi The Paper Kites e Florence and The machine. Spesso la musica mi accompagna nella realizzazione dei lavori, soprattutto quando mi trovo a realizzare lavori più complessi. In questi momenti ascolto brani brown noise o white noise per concentrarmi e entrare appieno nel lavoro.

Milazzo Veronica ,”Speculum Mundi”, 2025, puntasecca su plexiglass, 350 x 1000 mm.

Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?


Poco tempo fa ho scoperto il film “La ragazza della palude”. E’un film che tocca tante tematiche ed è molto crudo per certi aspetti, ma lo trovo di una bellezza disarmante per il legame che la ragazza instaura con la natura al quale sente di appartenere in modo intrinseco. Per lei la laguna è una propaggine di sé ed è nella natura che ritrova
la bellezza della vita ed un rifugio dal mondo che non la comprende. Non so se sia il film che consiglierei a tutti di vedere ma sicuramente mi ha toccata molto.

Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?


Probabilmente Il barone rampante di Italo Calvino. Mi affascina il modo in cui il protagonista sceglie di osservare il mondo da una prospettiva diversa, mantenendo un rapporto profondo con la natura senza isolarsi completamente dalla realtà.

C’è qualche forma espressiva che preferisci?


L’incisione è sicuramente il linguaggio che sento più mio. Mi affascina il rapporto diretto con la materia e la lentezza del processo. In particolare mi piace molto lavorare mediante la puntasecca e l’acquaforte poichè queste tecniche mi permettono di essere molto precisa nelle opere e far fuoriuscire il segno. La puntasecca inoltre – che realizzo per la maggiore su matrici di plexiglass – mi permette di raggiungere una vaporosità del segno maggiore che dona più vibrazione al lavoro.

Veronica Milazzo, “Fragile equilibrio”, 2026, china giapponese a pennello su carta di riso, 500 x 330 mm.

C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?


Una figura che ho avuto modo di approfondire molto è Federica Galli. La sua capacità di raccontare il paesaggio come luogo della memoria continua a essere una grande fonte di ispirazione.
Ultimamente inoltre sto guardando tanto ad artisti come: Romano Bertuzzi, Marco Rapaccini, Roberto Ghezzi e Moonassi. Mentre a livello concettuale mi piacciono molto le poetiche di Richard Long e Hamish Fulton.

C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?


Il momento della giornata che preferisco è la mattina perché mi piace quella sensazione di possibilità che accompagna l’inizio della giornata. Solitamente alla mattina sono piena di energia e voglia di fare. Credo che coincida anche con il momento della giornata nel quale sono più produttiva e nel quale scaturiscono le idee migliori.

LAVORO

Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?


È nato dall’abitudine a osservare. Fin da piccola mi soffermavo sui dettagli del paesaggio e mi incuriosiva il modo in cui alcuni luoghi riuscissero a trasmettere emozioni difficili da spiegare. L’arte è diventata il mezzo attraverso cui trasformare queste osservazioni in immagini.

Veronica Milazzo,”La parte invisibile”, 2026, china giapponese a pennello su carta d’acquarello, 210 x 145 mm.

Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?


La mia ricerca è cresciuta lentamente, camminando e osservando. Mi sono accorta che ero attratta soprattutto da quei luoghi marginali in cui la natura continua a sopravvivere all’interno dello spazio urbano: una pozzanghera che riflette il cielo, un frammento di muschio, delle radici che emergono dal terreno. Sono dettagli apparentemente insignificanti, ma capaci di raccontare qualcosa di molto più grande. Mi interessa infatti indagare ciò che rimane e ciò che scompare nel rapporto tra uomo e natura.

Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?


Direi contemplazione. Il processo incisorio richiede attenzione e pazienza e spesso mi porta in uno stato di profonda concentrazione.

Che cosa sentivi necessario?


Sentivo la necessità di rallentare lo sguardo e di restituire attenzione a luoghi che spesso attraversiamo senza realmente osservare. Viviamo in un tempo molto veloce e credo che l’arte possa offrire uno spazio in cui fermarsi, osservare e ricostruire una relazione più consapevole con la natura e, di conseguenza, con noi stessi.

Veronica Milazzo, “Ciò che la luce trattiene (1)”, 2026, pennino su carta, 330 x 240 mm.

Prima di cominciare hai già chiara l’idea?


Generalmente parto da un’immagine o da una sensazione molto precisa che però mi richiede diverso tempo prima di essere trasposta concretamente nell’opera. Per me è essenziale interrogarmi molto prima di iniziare un nuovo lavoro.


Che ruolo svolgono i titoli per te?


Sono parte integrante dell’opera. Mi aiutano a suggerire una chiave di lettura all’osservatore senza spiegare completamente il lavoro per lasciare spazio al sentimento che scaturisce in ognuno.


Quando assegni i titoli?


Quasi sempre alla fine. Aspetto che il lavoro trovi il suo equilibrio, perché spesso è l’opera stessa a suggerirmelo.

Quale sarebbe il loro significato?


Cerco titoli che evocano piuttosto che descrivere. Mi interessa lasciare uno spazio aperto all’interpretazione, evitando di chiudere l’immagine in un significato univoco.

Quand’è che senti che il lavoro è finito?


Quando smetto di guardarlo come qualcosa da correggere e inizio a riconoscerlo come qualcosa che possiede una propria autonomia. È un momento difficile da spiegare, ma arriva quando ogni elemento trova il proprio equilibrio.

Veronica Milazzo, “Fragmentum”, 2025, puntasecca su plexiglass, 250 x 350 mm.

Ti capita di doverti fermare perché manca un materiale?


Sì, soprattutto lavorando con tecniche tradizionali mi capita spesso di dover interrompere il lavoro perché alcuni materiali o strumenti, come il torchio o le vernici per la morsura, sono disponibili solo nei laboratori. Fa parte del processo e spesso questi momenti di attesa diventano occasioni di riflessione.


Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Probabilmente Speculum Mundi, perché riesce a sintetizzare molti dei temi che sto approfondendo: il paesaggio, il riflesso, il rapporto tra natura e spazio urbano e quella sensazione di spaesamento che caratterizza il nostro tempo.
Speculum Mundi nasce infatti dall’obiettivo di richiamare quello “spazio liminare” all’interno dell’ecosistema della città, dove il paesaggio viene sostituito da un frammento di quello che era un tempo.

Un saltus, dunque, ridotto ai minimi termini, che si insinua nelle crepe della città, a significare quanto la natura nella società odierna venga sempre più sacrificata in nome della globalizzazione. L’opera presenta, dunque, una porzione di realtà dove viene rappresentata una natura composta da migliaia di fili d’erba, muschi, tronchi che compongono una vera e propria architettura di segni. Mediante il riflesso deformato della pozzanghera, però, ci rendiamo conto di
non essere avvolti da uno scenario naturale, bensì fra i palazzi di qualche quartiere urbano, generando un senso di spaesamento. Spaesamento che ritroviamo nell’uomo moderno che si perde nella propria creazione artificiale.

L’opera, infatti, si fa metafora della perdita dell’uomo all’interno del mondo sempre più artificiale, dove la natura si
trasforma in uno sfondo marginale, testimone silenzioso della sua dissoluzione. L’atmosfera che l’opera restituisce, quindi, è cupa e fredda in quanto proiezione della condizione umana.

Veronica Milazzo, “Il ragazzo fra i rami”, 2024, xilografia, 150 x 150 mm.

Raccontaci come nasce un tuo lavoro.


Solitamente nasce da un luogo, da una passeggiata o da un’immagine che continua a tornarmi in mente. Raccolgo fotografie, schizzi e appunti e solo successivamente inizio a tradurre queste suggestioni nella matrice incisa.

Hai fatto un percorso all’Accademia di Belle Arti. Come lo descriveresti?


È stato un percorso di crescita sia tecnica che personale. Mi ha permesso di approfondire il linguaggio dell’incisione e di costruire una ricerca artistica più consapevole.


Qual è il tuo lavoro più apprezzato? E quale preferisci?


Tra quelli che hanno ricevuto maggiore riscontro c’è sicuramente Speculum Mundi.
Personalmente, però, mi sento molto vicina anche ai lavori più recenti, perché riflettono una ricerca che sta diventando sempre più consapevole e approfondita.

Veronica Milazzo, “Mundus Inversus”, 2025, puntasecca su plexiglass, 250 x 350mm.


INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

Come vivi i social?

Li considero uno strumento importante per condividere il mio lavoro e raggiungere persone che altrimenti non avrebbero occasione di incontrarlo. Cerco però di non lasciare che il ritmo dei social influenzi il processo creativo
che invece ha bisogno di tempi molto diversi.

Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città?


Milano ha avuto un ruolo importante nella mia formazione. È una città ricca di stimoli culturali e artistici, che mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con mostre, artisti e realtà che hanno arricchito il mio percorso. Venendo da Varese, ho percepito Milano come uno spazio di opportunità, un luogo in cui confrontarmi con esperienze che nella mia città sarebbero state più difficili da trovare. Credo che questo confronto continuo abbia influenzato il mio modo di guardare e vivere l’arte.

Veronica Milazzo,”Radici tattili”, 2024, puntasecca, 150 x 190 mm.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e progetti?


Vorrei continuare ad approfondire la mia ricerca artistica, e avere nuove possibilità espositive. Mi interesserebbe anche sperimentare formati più ampi e costruire un corpus di opere sempre più organico.


Quali sono i progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?


Mi piacerebbe realizzare una serie incisoria di ampio respiro e di grande formato che possa unire le geometrie naturali in forme evocative che si muovono fra il dettaglio e l’evanescente.


Cosa significa per te essere artisti oggi?


Credo significhi coltivare uno sguardo attento. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla continua produzione di immagini, l’arte può ancora essere un luogo in cui rallentare, osservare e generare nuove possibilità di relazione con il mondo. Per me fare arte significa soprattutto imparare ad ascoltare ciò che spesso rimane silenzioso.


Tre giovani artisti di Brera che stimi?


E’ difficile riuscire a nominare solo tre persone, ma tra i colleghi che conosco personalmente e il cui lavoro seguo con sincero interesse anche per una vicinanza di tematiche, ci tengo a nominare: Alice Provini, Laura Serafini e Julie Frosi.


Ringraziamo Veronica Milazzo per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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