Valentina Nisi

La ricerca di Valentina Nisi si concentra sulla pittura a tecnica mista e sul collage materico, utilizzando carte antiche e rovinate dal tempo. Le sue opere esplorano il tema del doppio e dell’autoritratto interiore, muovendosi in un costante e viscerale equilibrio tra maschera e inconscio, controllo e caos.

Valentina Nisi.

PRESENTAZIONE

–Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Vengo da Milano, nata il 5/5/2002, ho frequentato il liceo artistico a Sesto San Giovanni.

La mia passione per il disegno è nata sin dai tempi dell’asilo; ho sempre considerato fare arte come un processo naturale insito dentro di me, è qualcosa che non ho mai messo in disparte o abbandonato, lo considero come un organo essenziale nel farmi sopravvivere.

Attualmente studio all’Accademia di Belle Arti di Brera, un posto che mi ha dato l’opportunità di sviluppare ed affinare la mia ricerca artistica che si esprime ed ha trovato un terreno stabile attraverso la tecnica mista di collage e pittura ad olio. Nel mio lavoro del collage utilizzo principalmente carte riciclate, antiche o molto rovinate; mi affascina vedere come il tempo lasci la sua traccia sui materiali.

-Di cosa ti occupi?

Attualmente studio pittura e mi occupo principalmente di arti visive. Mi esprimo principalmente attraverso il disegno e la pittura a tecnica mista che comprende sia collage che colore ad olio. Per la parte pittorica utilizzo il mio corpo come punto di partenza, il segno poi diventa l’elemento protagonista che contribuisce alla costruzione dell’intera composizione.

Il processo del mio lavoro si colloca in un confine tra maschera ed inconscio, controllo e perdita, ordine nel disordine; sono un insieme di elementi contrastanti che nei miei lavori sono gli elementi protagonisti.

Mi occupo anche di cucito, mi piace molto cucire a macchina e creare artigianato; diciamo che considero l’artigianato come un modo per staccare la spina, semplicemente per non pensare a nulla se non a creare cose belle senza metterci per forza un’identità precisa, anche se a volte questo bisogno mi si presenta ugualmente.

Valentina Nisi, “Babilonia” pagina 2, collage e fotografia, 30×40 cm, 2025.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?

Sì, mi piace molto la musica, la considero un elemento centrale nella mia vita ed essenziale. Sinceramente per ora non credo di avere un cantante o band preferita, mi piacciono un po’ tutti gli artisti che ascolto senza stabilizzarmi su qualcuno in particolare; capita che nel breve periodo ascolti di più uno o l’altro.

Mi appassiona la musica del secolo scorso, passo dall’ascoltare i King Crimson a Kate Bush, Queen, Billy Joel, David Bowie ecc. Mi ricordo che quando avevo 19 anni avevo una fissa per David Bowie, diciamo che è stata una figura che ha contribuito in parte nella creazione del mio stile.

Un brano preferito invece credo di avercelo, è “Ain’t No Mountain High Enough” di Marvin Gaye e Tammi Terrell; non è una canzone che ascolto tutti i giorni, ma il suo significato è stato molto importante per me per vari motivi e varie occasioni che ho vissuto.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Secondo me un film che tutti dovrebbero vedere è Dogville di Lars von Trier: è un film che mette a nudo la natura umana ed il modo in cui si possa radicalmente cambiare quando si realizza di avere potere sul prossimo.

Il film dimostra anche quanto possa essere fragile la morale e con quanta facilità possa essere infranta. Inoltre trovo di esso molto interessante l’uso dello spazio circostante, di come sia astratto e quasi totalmente privo di elementi essenziali, come spazi privati che sono esclusivamente rappresentati da linee di scena tracciate sul pavimento. Penso che l’intero contesto e la struttura del film possano essere un’enorme ispirazione anche in ambito artistico, indagando su cosa e come pensare di inserire o togliere determinati elementi che cambiano radicalmente il modo di concepire lo spazio.

-Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?

Se dovessi identificarti in un libro penso che sceglierei “Una donna spezzata”. Non mi identificifico nell’intera vicenda della storia in sé, ma per il modo in cui il libro riesce a raccontare un senso di solitudine silenzioso, che a volte sappiamo che è lì, lo vediamo, lo riconosciamo, ma fatichiamo ad identificarlo del tutto. Lo viviamo silenziosamente, è un dialogue continuo con noi stessi, una presenza che ogni tanto scompare e ricompare e ci fa sentire soli in mezzo a tutti, soprattutto perché è qualcosa che tutti provano ma ci viene quasi impossibile tradurre a parole.

Valentina Nisi, “Autoritratto”, collage, acrilico e colore ad olio su tavola di legno, 100×72 cm, 2026.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?

Non saprei, apprezzo ogni forma di espressione per il motivo che mi piace intrecciarle tra loro. Se proprio devo sceglierne una scelgo la pittura; forse mi viene spontaneo dirlo perché è il mio campo, ma mi dà molte più possibilità di espressione rispetto alle altre due, anzi, attraverso la pittura spesso e volentieri riesco ad unire molte tecniche. Ho fatto tanti lavori sull’unione tra fotografia e pittura ed entrambe possono coesistere in modo equilibrato.

Anche nella scultura ho trovato un modo per esprimere il mio segno, attraverso l’uso del fil di ferro: per me è come un disegno che ha deciso di uscire dal foglio e di collocarsi nello spazio. Penso che quindi la pittura sia la scelta che preferisco perché è il mio punto di partenza per muovermi attraverso diverse tecniche.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Una delle mie fonti di ispirazione, che mi ha aperto la strada sull’autoritratto e l’uso del proprio corpo come elemento di espressione per le mie opere, è Francesca Woodman. Nonostante la sua modalità di espressione sia la fotografia, quello che mi attira molto è l’atmosfera che riesce a creare, la presenza del corpo che si fonde nello spazio, che diventa lo spazio ed a sua volta diviene un’identità fragile nell’ambiente.

Inoltre amo molto le ambientazioni degli spazi abbandonati o diroccati senza un’identità precisa. Amo molto anche gli scatti sfocati, mi danno l’idea di come il corpo possa essere utilizzato in svariate maniere e diventare il mezzo protagonista per raccontare qualcosa o costruire un’opera.

Penso che, nonostante abbia avuto una carriera molto breve, sia un punto di riferimento molto importante per ogni artista; nonostante il suo mezzo sia la fotografia, c’è qualcosa che va oltre la tecnica nel suo lavoro, ovvero il modo di costruire lo spazio, di pensare alle forme e agli elementi che lo abitano prendendo come riferimento il nostro stato mentale ed emotivo, creando qualcosa che rimane sospeso.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Il mio momento preferito della giornata è il mattino, indubbiamente. Amo svegliarmi presto ed uscire fuori sul mio balcone e mettermi ad ammirare tutto quanto così come si presenta in quel momento. Amo la luce azzurrina dovuta al sole che sta per sorgere, amo il profumo che c’è nell’aria, guardare il cielo e i rumori intorno a me. Sono solita mettermi sulla mia sdraio e progettare la giornata, lasciare che mi arrivino ispirazioni varie per nuovi progetti oppure scrivere il mio diario.

Per me la mattina è un momento sospeso nel tempo, lo considero un momento fugace di evasione, come se esistesse solo quella fetta di spazio intorno a me ed il nulla intorno.

Valentina Nisi, “Autoritratto”, collage, acrilico e colore ad olio su tavola di legno, 100×72 cm, 2026.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? / Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Il mio interesse per la ricerca artistica nasce da quando avevo 18 anni. All’inizio ero partita nel voler imparare da autodidatta l’anatomia in modo preciso (cosa che il liceo artistico non mi insegnava abbastanza), quindi ho iniziato a comprare libri a riguardo e a studiare muscoli e scheletro in modo quasi dettagliato.

Dopo che ho imparato tutto ho iniziato a disegnare figure partendo dallo scheletro fino ad usare l’anatomia come un gioco per creare figure distorte, allungate, cominciando a liberarmi completamente dallo stile “accademico”.

Da lì ho iniziato a scollarmi dalle regole e a sviluppare ed esternare me stessa. Penso che la mia ricerca artistica inizi ufficialmente però a 19 anni, quando al liceo il prof ci diede come tema un “autoritratto”.

Non avevo voglia di ritrarmi allo specchio, stavo vivendo un periodo abbastanza denso e caotico quindi decisi di scavare dentro me stessa e fare un autoritratto interiore.

Unii il mio tratto che avevo nel disegno alla pittura: iniziai con i colori ad olio a imbrattare la tela di rosso stando attenta a creare molti rilievi a spatola, poi col nero cominciai col pennello a segnare linee caotiche che si intrecciavano tra di loro. Il risultato ne fu un “urlo” muto, un caos che aveva un suo ordine, per me lo aveva.

Mi ero completamente lasciata guidare dalla rabbia che provavo e sentivo repressa dentro di me e l’impotenza di non riuscire a tacerla. Da lì iniziai a dipingere solo quadri astratti, amavo il rilievo del colore e come punto di riferimento prendevo sempre ciò che sentivo dentro, che ovviamente, anche se tradotto in pittura, rimaneva astratto.

Fino a poco dall’inizio dell’Accademia il mio stile di pittura rimase quello, anche se nel disegno ero legata al segno e alla linea; mi sentivo divisa in due e forse il solo astratto e rilievo di colore non bastava per me, volevo unire entrambe le cose.

Durante il primo anno in Accademia il professore Carlo Pizzichini mi ha tracciato una via di mezzo; ho mantenuto il rilievo del colore attraverso lo sfondo, creando forme invisibili e geometriche e sopra di esse iniziai, solo con un colore ottenuto dal verde vescica e il marrone terra bruciata, a dipingere con solo l’uso del tratto la modella, di cui ho fatto almeno 13 dipinti.

Dal secondo anno, come traccia del programma, dovevo creare vari collage; fino a prima non avevo idea di cosa creare e pensavo ai ritagli delle riviste. Ci pensai a lungo ma la risposta ce l’avevo sempre avuta: amavo i muri diroccati, le case abbandonate, volevo prendere tanti di quei particolari e costruirci un’opera, ma ovviamente attraverso materiali più accessibili.

Allora, guardando la mia vecchia libreria, presi diversi libri con copertine vecchie e le strappai in tanti pezzi, staccavo il tessuto, lo capovolgevo, lo riattaccavo al cartone, poi presi carte e cartoncini vari di scatole e scatoloni ecc., ed il risultato era molto, molto simile alle pareti che volevo imitare.

Le primi tavole di collage si limitavano solo a rappresentare case ed ambienti che avevo fotografato in montagna, successivamente ho voluto provare con tavole molto più grandi ed unire ad esse il tratto pittorico. All’inizio dipinsi la modella, poi presi in mano dei vecchi disegni di me stessa che feci a carboncino e mi basai su quelli e, vedendo che tutto funzionava, rimasi su quella strada: tecnica mista, collage e autoritratto.

Il mio lavoro tutt’ora, in disegno ed in pittura, è un autoritratto del doppio, è conflitto con due parti di me: la maschera e l’inconscio ed il modo in cui entrambe si prevalgono o sottomettono.

Adesso, nonostante abbia fatto molti passi, non penso di trovarmi ancora in un punto fermo; a volte mi sento in crisi e persa, ma penso che succeda un po’ a tutti gli artisti e penso che sarà così per sempre, perché l’arte non ha mai un equilibrio fisso, è qualcosa che ti spinge a puntare sempre verso ciò che non ha fine.

Valentina Nisi, “Autoritratto”, collage, acrilico e colore ad olio su tavola di legno, 100×72 cm, 2026.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

È una domanda che mi mette un po’ in difficoltà, in realtà non credo ce ne sia una; se ne devo elencare qualcuna penso siano: curiosità nei confronti del processo pittorico che è in continua evoluzione, ma provo anche un po’ di paura di non riuscire a mantenere quell’equilibrio tra mente e impulsività, difatti il mio lavoro si basa su un equilibrio tra queste ultime due. Per me è importante mantenere questo equilibrio in ogni mio lavoro, altrimenti non funzionerebbe il tutto, non lo sentirei mio.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

All’inizio sì, volevo fare qualcosa di diverso, ma questo mio voler uscire dalla normalità e la prevedibilità era dovuto al fatto che sentivo con tutta me stessa la necessità di trovare un mio linguaggio di espressione, qualcosa che mi appartenesse davvero.

Non avevo una direzione precisa ma una forte esigenza di ricerca.

Non ho mai avuto un’idea chiara di come sarebbe stato il risultato finale, mi lasciavo trasportare da quello che sentivo in quel momento, l’accostamento dei colori e come potevano uscire fuori forme e figure;

non c’era un calcolo premeditato, devo dire che mi divertivo molto.

Le emozioni erano quasi l’opposto di quello che invece ora sento: non me ne importava di mantenere un equilibrio, forse perché senza farci minimamente caso lo possedevo già, forse era perché non davo abbastanza peso ai risultati;

volevo solo “vomitare” tutto quello che ero dentro di me, era un flusso di coscienza che riusciva a mantenere un controllo nel caos più totale; un po’ mi manca devo dire quella leggerezza che mantenevo, forse avevo più sicurezza prima che ora.

Ora sento di avere la testa molto scombussolata quando lavoro, forse perché sono arrabbiata con me stessa per il fatto di sapere di avere già tutte le carte in tavola ma di non riuscire ad esprimere abbastanza tutta la potenza che penso di avere dentro.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Sì e no, per quanto riguarda il disegno, avendo già le pose, so come collocarle nello spazio; per tutto il resto lo vedo durante il processo, aggiungo dettagli dettati dalla fantasia che nell’ambiente dei miei autoscatti non ci sono, oppure distorcerli. Alla fine posso ribaltare tutto completamente aggiungendo collage sopra i dettagli e le figure e modificarle completamente tutto, oppure un collage leggero che a malapena si sovrappone.

Per quanto riguarda i dipinti è in maggioranza un no che un sì: prendo come base i disegni e da quelli compongo l’intero lavoro. Non parto mai da una immagine finale chiara, è sempre nel fare che l’opera prende la sua forma e si racconta, poi il processo è sempre come nel disegno, posso pensare di aver finito per poi ribaltare completamente tutto, dalle figure al collage sovrapposto sopra, dove poi rompo e ricostruisco ancora e ancora.

Valentina Nisi, “Ritratto della modella”, pittura ad olio con collage su tavola di legno, 80×60 cm, 2025.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? / Quale sarebbe il loro significato?

Solitamente i titoli hanno per me la funzione di essere una parola o due che descrivono l’intera opera in modo efficace, devono contenere tutto ciò che è l’opera.

Tutti i miei lavori dal 2023 in su, eccetto l’ultimo, hanno lo stesso titolo: “autoritratto”.

Non sono semplici copie di me stessa nel mio ambiente, ma un autoritratto interiore; esploro molto il tema del doppio, di quella parte di noi che esiste, che racconta verità scomode ma vere a noi stessi.

Con autoritratto non considero solo quella parte lì, ma anche il resto della composizione, come i segni, le distorsioni degli oggetti ed il caos che alla fine va creandosi; tutto quel caos è il dialogo astratto che ci abita.

Nell’ultimo lavoro, pur restando sempre sull’autoritratto, ho scelto un titolo diverso perché il mio interesse si è spostato verso una dimension più immaginativa e simbolica.

Non si tratta più solo di rappresentarmi in modo simbolico e immediato, ma di dare più spazio alla trasfigurazione della realtà e ai simboli.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Sento che il lavoro è finito quando l’aggiunta degli elementi disturba o è di troppo, quando quel particolare in più toglie equilibrio all’opera, anche se a volte ci sono opere che non considero mai del tutto finite.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

A volte mi capita che mi manchi un materiale proprio nel mentre sto lavorando e, solitamente, se si tratta di un colore o di un pezzo di collage, o trovo una soluzione alternativa al momento (visto che a momenti sono molto impulsiva e non mi piace aspettare) oppure, se il determinato materiale è essenziale per l’identità dell’opera, interrompo semplicemente fino a che non ho tra le mani ciò che mi serve.

Ma solitamente succede molto raramente: avendo a disposizione molti materiali posso ricorrere al ricreare ciò che mi serve, bagnando fogli o sostituendo il colore acrilico dello sfondo con un colore di un cartoncino.

Valentina Nisi, “Autoritratto”, pittura ad olio con collage su tavola di legno, 80×60 cm, 2025.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Ho sempre pensato che i miei disegni funzionassero di più rispetto ai lavori pittorici; in un certo senso riesco a mantenere un equilibrio maggiore nel disegno più che nella pittura.

Il mio tratto funziona di più con la matita a fusaggine, riesco a equilibrare la pressione, trasmetto più forza o fragilità.

La pittura invece, usando il pennello ed il colore per creare il segno, è più difficile da gestire e soprattutto difficile da correggere, visto che una volta tracciato il segno difficilmente va via; al massimo posso intervenire col collage, ma solo se funziona quel dettaglio in mezzo a tutto.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

I miei lavori nascono sempre da un’esigenza di raccontare me stessa e le mie sensazioni. Prima scelgo le pose adatte a creare una composizione tra i corpi, poi mi lascio guidare da quello che sento nel momento presente;

forse lo so prima ma la verità è che è durante il lavoro che capisco esattamente cosa voglio raccontare in quel momento, che sia la composizione del collage o la sequenza delle linee e i segni.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Trovo che il percorso accademico abbia avuto un impatto fondamentale nei miei confronti; mi ha dato gli strumenti adatti a sviluppare al meglio il mio percorso artistico, non mi ha lasciato solo competenze tecniche ma anche un metodo di lavoro che tuttora sto portando avanti.

Ho imparato ad osservare con più attenzione, a trovare equilibri ed a spingermi oltre i limiti, comprendendo che qualsiasi mezzo, anche il più inimmaginabile, può essere usato come mezzo per fare arte. Mi ha fatta crescere tantissimo a livello artistico e mi ha aperto strade a cui probabilmente non mi sarei neanche avvicinata, come il collage o il disegno pittorico.

Valentina Nisi, “Autoritratto”, pittura ad olio con collage su tavola di legno, 80×60 cm, 2025.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

In realtà penso non ci sia stato un lavoro più apprezzato, ma un insieme di lavori; forse penso agli ultimi lavori pittorici a cui ho lavorato, penso siano più equilibrati rispetto a quelli degli anni precedenti, sto trovando una forma e la inizio a vedere dentro di essi.

I lavori che preferisco sono, ripeto, i disegni; in pittura infatti il mio scopo è raggiungere quel livello di soddisfazione e completezza che riesco a mantenere nelle opere di disegno.

INTERAZIONI CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimension, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Considero i social oggi uno degli strumenti come gli altri per farsi conoscere; forse essendo a portata di tutti e a contatto con tutti sono una via molto più facile per avere visibilità. Personalmente penso vada un po’ a fortuna il riuscire a raggiungere tante persone, io pubblico regolarmente i miei lavori ma il mio pubblico rimane ristretto.

Alla fine non ci do molto peso, a volte mi basta anche condividere con le persone che conosco i miei progressi.

-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Essere nata a Milano e viverci, non so se considerarla una benedizione o una maledizione, forse entrambe le cose.

È una città in cui mi sono adattata, ma che mi pesa tanto viverci e mi toglie energie, oppure mi dà troppi stimoli che mi portano stress estremo.

A volte sogno di poter scappare via o di essere nata altrove, fuori dalla città, ma poi penso tra me e me: “se fossi nata in mezzo alla campagna probabilmente i miei quadri avrebbero ritratto solo paesaggi vuoti senza identità”.

Penso che gli stimoli e i periodi turbolenti che ho vissuto in questa città soffocante mi abbiano dato la spinta per farmi tirare fuori tutto il caos che avevo dentro all’ennesima potenza ed a imprimere sulla tavola quella che sono dentro, dalla superficie ai più profondi meandri della mia interiorità.

Valentina Nisi, “Autoritratto”, pittura ad olio con collage su tavola di legno, 80×60 cm 2025.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

I miei prossimi obiettivi sono laurearmi e poi continuare gli studi al biennio facendo pittura. Mi piacerebbe poi esporre i miei nuovi lavori pittorici e possibilmente anche i disegni, a cui do la stessa dignità dei dipinti.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Fare delle mostre personali o anche delle collettive, diciamo “serie”. Sarebbe un sogno fare una mia personale dove inserire tutti i lavori che ho fatto dal primo anno di Accademia fino ad adesso, forse mettendo anche alcuni lavori ancor più precedenti, in modo da realizzare una mostra che racconti del mio percorso artistico e dello sviluppo.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Per me essere artisti oggi significa continuare a mettersi in discussione, trovare il mezzo che sia più congeniale ad ognuno di noi per esprimere la nostra natura interiore, per lasciare la nostra traccia sul mondo. Soprattutto penso che non ci si debba mai posizionare su un punto fisso e stare fermi, ma camminare sempre verso l’alto e non fermarsi.

Valentina Nisi, “Due dimensioni”, incisione, 50×60 cm, 2025.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia?

Ci sono tre persone di cui ammiro molto il lavoro artistico: Chiara Felicita Lafasciano, il suo stile ha una delicatezza immensa ma molto forte, i suoi lavori sono capaci di trovare uno spazio dentro l’anima ed imprimersi come un tatuaggio.

Francesco Feltri, ammiro molto il suo lavoro, la sua indagine sul corpo e sugli intrecci rende il suo lavoro dotato di una forte intensità poetica.

Infine un altro artista che stimo e di cui apprezzo molto il lavoro è Thomas Kent; dal primo anno di Accademia ho trovato molta similitudine tra il suo tratto ed il mio, inoltre i suoi ultimi lavori di pittura sono davvero esplosivi, adoro le composizioni un po’ caotiche e l’uso del colore, il suo lavoro merita molto.


Ringraziamo Valentina Nisi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram!

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