Alessia Bressan

Alessia Bressan è un’artista che lavora alle sue opere con curiosità e impazienza. La sua ricerca artistica nasce grazie agli stimoli che riceve: ciò che vede, ciò che legge o sente. Partendo da questi elementi Alessia costruisce un mondo che cerca di raccontare attraverso foto, installazioni e collage. Ognuno dei soggetti a cui lavora viene studiato e rappresentato più volte con significati diversi: un progetto senza fine che ha diverse letture.

Alessia Bressan.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Ciao! Mi chiamo Alessia Bressan e ho 31 anni. Sono cresciuta in un paesino ligure e dopo le scuole superiori -e qualche mese all’estero – mi sono spostata a Carrara per studiare grafica all’Accademia di Belle Arti. Finito il triennio, grazie a una borsa di studio, mi sono trasferita a Milano per studiare fotografia al Cfp Bauer e ora vivo e lavoro qui da quasi 6 anni, tempo in cui sono successe e cambiate tantissime cose.

Adesso sono agli sgoccioli del biennio specialistico di grafica d’arte, qui all’Accademia di Brera, a cui sono approdata dopo aver frequentato – e abbandonato dopo un anno – l’indirizzo di Visual Cultures e pratiche curatoriali.

-Di cosa ti occupi?

Direi che mi occupo di immagini, letteralmente. Lavoro molto con fotografie, mie o di altri a seconda del progetto: le raccolgo, le accumulo, le associo, spesso intervengo fino a farle diventare irriconoscibili, altre volte le mescolo ad altri linguaggi.

Sono sempre il punto di partenza, mi servono per approdare a qualcos’altro, usare tecniche e formati diversi. Stratifico, verticalizzo: mi piace che il lavoro sia complesso, leggibile da diversi punti di vista, sfogliabile.

Alessia Bressan, “395 Notti”, progetto in 13 volumi, 2017-2018.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Mi piace ma non sempre. La ascolto ossessivamente per un po’, poi capita che sentirla mi da quasi fastidio e smetto per lunghi periodi, quasi me ne dimentico. In passato ho ascoltato tanto punk e continuo ad amare le canzoni un po’ stonate e fresche, senza fronzoli, ma apprezzo anche altro.

Ho sempre amato cantare, è sempre stato un modo per sfogare delle emozioni ingombranti e andando avanti è diventato un metodo di decompressione molto importante. Fino a qualche anno fa ogni occasione di convivialità era buona per tirare fuori la chitarra e cantare. Anche scrivere canzoni mi piaceva e serviva molto, ma purtroppo da quando sono qui suono e canto sempre meno.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Questa domanda è difficilissima. Ho sempre guardato molti film ma li dimentico fino a che qualcuno non li cita, o riemergono delle scene dalla mente.

Alcuni a cui sono affezionata sono: “Next of kin” di Atom Egoyan, “Bird” di Andrea Arnold e “Quattro matrimoni e un funerale”, da guardare se si è tristi (o se ancora non lo avete visto).

Alessia Bressan, “395 Notti”, 2017-2018.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

In generale non amo la perfomance, per il resto sono le tematiche e l’estetica a colpirmi. Mi emoziona molto vedere le opere sui libri, sui cataloghi, e mi piace quando la densità di quella fruizione viene in qualche modo trasportata dentro lo spazio espositivo, ma è una condizione difficile da ricreare.

Ci sono molte artiste e artisti che mi emozionano da sempre, ma non direi che li considero assoluti. La narrazione del “grande artista genio”, ancora molto viva, è distante dalla mia visione.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Adoro il momento in cui decido che posso fermarmi e mettermi comoda.

Alessia Bressan, “Reperto E (materasso)”, dal progetto “È vero che tempo fa le persone dormivano vicine dentro a scatole chiuse invece di nascondersi”, 2021-in corso.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Ho sempre disegnato tantissimo. Inizia sempre così, no? Ero una bambina molto timida e credo che il disegno mi servisse per elaborare gli stimoli esterni e far uscire quelli interni. Così, il percorso artistico era una sorta di certezza.

Ho provato anche a fare altro, a deviare, ma in realtà non credo di avere molta scelta. Poi sono arrivata all’accademia e ho capito che non sapevo cosa fosse l’arte (e vale lo stesso adesso).

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?

È una cosa che fa parte del modo di vedere le cose, come una particolare forma del pensare. Quello che arriva è l’incontro con persone che intravedono questa modalità e te lo fanno presente,in qualche modo ne capiscono la potenzialità. O comunque per me è stato così, non sarei dove sono adesso se non fossi stata incoraggiata nei momenti giusti.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Direi vulnerabilità, curiosità e impazienza. Quando lavoro sono assorbita in un flusso di immagini mentali, il pensiero va molto veloce e ho bisogno di stare concentrata per non perderne dei frammenti.

Sono come in ascolto, una specie di sismografo. Infatti lavoro meglio quando sono da sola e non ci sono interferenze sonore e cose in movimento.

Alessia Bressan, “Reperto E (materasso)”, dettaglio, dal progetto “È vero che tempo fa le persone dormivano vicine dentro a scatole chiuse invece di nascondersi”, 2021-in corso.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Mi ricordo che spesso, quando ero piccola, non sapevo cosa disegnare e chiedevo agli altri di darmi dei soggetti (che non mi andavano mai bene). A volte mi sento ancora così, non so bene cosa voglio dire ma so come farlo.

Credo di essermi censurata tanto prima di capire che non ci sono cose banali, che lo scopo non è stupire e che il senso può arrivare dopo tanto lavoro. Un mio professore dice sempre: “c’è solo fare o non fare”, e questa cosa mi piace molto.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Tendenzialmente il lavoro si configura solo alla fine. È come un continuo processo di accostamento e pulizia: inizio con un’idea abbastanza precisa, mi impunto e ci lavoro fino a che mi arrendo al fatto che non sta funzionando; poi torno indietro, metto insieme i pensieri e riparto da qualche scarto (di idea, di immagine, un errore).

È come se sapessi già dall’inizio dove voglio arrivare ma dovessi passare attraverso il fare e rifare, affrontare una crisi e rimettere in discussione tutto, costantemente. È piuttosto stancante.

Alessia Bressan, alcune immagini dal progetto “Multipli”, 2020.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Di solito il titolo viene dopo, diventa una sintesi e/o una chiave di lettura del progetto. Tendo a dare titoli brevi, secchi e descrittivi, molto simili tra loro.

Mi viene in mente solo un progetto, iniziato nel 2021 e ancora in corso, a cui ho dato un titolo davvero lungo e un po’ faticoso, ma racchiude l’esigenza del lavoro.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Potenzialmente mai, mi fermo quando non ne posso più e capisco che tutto quello che potrei aggiungere sembra una forzatura. Se non riesco ad andare avanti ma sento che il lavoro non è autonomo lo lascio da parte, anche per mesi o anni, poi lo riprendo.

Mi ricorda un po’ una relazione che si interrompe quando non si ha più niente da dire, ma che non finisce mai davvero.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Certo. Tendo ad accumulare oggetti, carte, strumenti e cerco di mettermi al lavoro solo quando ho tutto quello che mi serve, ma c’è sempre qualcosa che sfugge! Penso sia anche divertente ed è utile per immaginare delle alternative, confrontarti con quello che hai davanti.

A volte è necessario improvvisare perché non si può essere sempre nelle condizioni ideali. Poi lavorare da casa è già faticoso, tutto un incastro, bisogna configurare di volta in volta lo spazio in base a quello che si vuole fare ed è necessario essere un po’ elastiche.

Alessia Bressan, dettaglio “GRUPPO D”, dal progetto “È vero che tempo fa le persone dormivano vicine dentro a scatole chiuse invece di nascondersi”, 2021-in corso.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Funzionare mi sembra una parola insidiosa, viene applicata in modi diversi. A volte se un lavoro funziona significa che è autonomo, compiuto, altre volte implica che è etichettabile e vendibile.

Mi piace quando nel lavoro c’è una nota stonata, qualcosa che non riesci a cogliere, un buco o una tensione che può essere anche fastidiosa ma che lo fa tremare.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Parto dalla masticazione di quello che vedo, sento o leggo: potenzialmente tutto, senza gerarchie. Spesso c’è una frase o un’immagine che mi colpisce e da lì partono una serie di associazioni, la costruzione di un mondo interno che poi cerco di raccontare.

Ho degli elementi su cui lavoro da anni, osservandoli arrivo sempre a soluzioni diverse. Uno di questi è il letto: sono partita monitorando per più di un anno i letti in cui dormivo, con foto e resoconti di sogni, compagni di sonno eccetera; poi è diventato il soggetto della tesi del triennio; dopo ancora il letto è stato il protagonista di una specie di racconto distopico; e così via.

Ad oggi continuo in questa direzione: rastrello archivi digitali e social, raccolgo vecchie riviste e cataloghi commerciali o altri oggetti editoriali, sempre con questo soggetto, per utilizzarli nel mio lavoro.

Alessia Bressan, dettaglio “GRUPPO D”, dal progetto “È vero che tempo fa le persone dormivano vicine dentro a scatole chiuse invece di nascondersi”, 2021-in corso.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata?Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Gli incontri sono la cosa che mi hanno segnata di più, soprattutto durante il triennio di grafica a Carrara. È stato come vivere in un romanzo di formazione dove tutte le cose che si dicono sono fondamentali. Le persone che orbitano intorno alle accademie sono spesso fuori dall’ordinario, anche se ci sono ruoli e stereotipi molto consolidati, come ovunque.

Ho imparato molto di più osservando questo ambiente, vivendolo, che da quello che volevano insegnarmi. Sia nel percorso accademico che alla scuola Bauer, dove studiavo fotografia, ho conosciuto persone straordinarie, professoresse e professori (ma soprattutto professoresse) molto capaci di ascoltare e aprire il lavoro.

Credo molto nello scambio, nell’accompagnamento al ragionamento, nell’errore come pratica necessaria. La faccia in ombra: ho incontrato anche molti docenti che si credono distillati di sapere, che si pongono come se fossero gli unici a poterti insegnare “come si fa”. Per quello che vedo, invece che lasciare che le cose crescano in autonomia finiscono per troncare la spontaneità e la passione.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Credo che i pezzi della serie voci Arcipelago siano stati i più apprezzati, sono quelli più recenti e leggibili, visti da più persone. Per tornare al punto di prima, mi sembra che funzionino e per questo li sento già esauriti. Ho tantissimi lavori che non ho mai installato o visto nel complesso, ma sono quelli a cui sono più affezionata.

Mi è piaciuto molto lavorare a Scorze, è stato molto spontaneo e divertente e credo che mi abbia portata a concepire il lavoro in modo più giocoso e dinamico.

Alessia Bressan, “voce Arcipelogo” pg62B, dettaglio, dalla serie “voci Arcipelogo”, 2024-in corso.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Penso che il lavoro e la sua pubblicazione/promozione/pubblicità siano cose distinte e ho l’impressione che a volte, anche a causa dei social, mostrare diventi più importante che fare. Suona tragico ma a volte vorrei che non fossero mai esistiti.

Chiaramente sono utili su vari livelli e non è più possibile farne a meno, ma sono convinta che ogni strumento abbia al suo interno un inconscio tecnologico preciso, fatto di bias e visioni parziali, che ci induce a un utilizzo specifico. Come uno schiaccianoci: non è che puoi usare lo schiaccianoci per accendere una sigaretta, o se vuoi farlo devi conoscere a fondo il suo funzionamento e dirottarlo, o utilizzarlo in combinazione a un altro materiale/oggetto.

Resto sempre un po’ scettica e distaccata perché non so quanto siamo coscienti dei risvolti che i social stanno avendo sulla nostra vita emotiva e relazionale. Detto questo, non penso che si possa (o debba) invertire la rotta, li uso come tutti.

-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Se non si è impermeabili il contesto stravolge. Penso che Milano mi abbia resa più attiva e laboriosa, ma meno ricettiva. È una città densa di stimoli e persone, offre sempre qualcosa da fare, vedere, sentire, dove stare al passo diventa un po’ un dovere.

Mi manca un po’ di silenzio, la sensazione di avere il tempo e lo spazio per estraniarmi e lavorare con calma.

Alessia Bressan, “Scorze”, 2024.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Il primo obbiettivo è chiudere il percorso accademico, che mi sembra interminabile. Poi chissà, con il mio ragazzo stiamo cercando di capire se restare a Milano o spostarci, questo cambierebbe tutto. Inizio a sentire la necessità di avere uno studio tutto mio per lavorare con più costanza.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?

Tantissimi! C’è un progetto a cui lavoro da qualche anno, a singhiozzo, e vorrei in qualche modo provare a chiuderlo. Ho sempre desiderato fare un lavoro sulla mia famiglia, ma deve ancora arrivare il momento giusto, e poi ho chili e chili di altre cose lasciate a metà, di argomenti che vorrei trattare, ma sono sicura che mi saranno utili più avanti.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

So cosa non significa per me: l’artista non è un’icona o una personalità, non è un’“entità altra”, ora mitica o geniale, ora disadattata, non è un insieme di caratteri fisiognomici o compagnia bella. Penso sia più una questione di fare che non di essere.

L’artista potrebbe essere una persona che esercita e lavora la propria visione, indica qualcosa, guarda le cose da sotto in su, da fuori o in diagonale, e ne fa qualcosa di tangibile; ma potrebbe essere anche altro. Penso che fare arte sia un fatto pratico e necessario quanto coltivare ortaggi o costruire case: ha una funzione collettiva molto elementare, come lo è raccontare storie.

Credo che se vuoi fare arte devi essere capace di emanciparti dalle convenzioni sociali ed essere molto onesta con te stessa.

Alessia Bressan, “Scorze”, dettaglio, 2024.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Josse Renda, Anna Maria Viggiano e Gonzalo Laborra.


Ringraziamo Alessia per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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