Gloria Capoani

Gloria Capoani è una giovane e poliedrica artista originaria della provincia di Cremona. Diplomata in Scultura all’Accademia di Brera, oggi lavora in ambito teatrale ed esplora la propria arte e creatività disegnando, dipingendo e scolpendo. La sua produzione artistica spazia per temi, materiali e tecniche, in una ricerca continua e senza confini.

Gloria Capoani.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Mi chiamo Gloria e sono cresciuta a Castelleone, che è un bel paesino immerso nelle nebbie e nel grano turco della provincia di Cremona. Vado per i ventisette. Sul “chi sei” – domanda molto difficile – glisso.

-Di cosa ti occupi?

Lavoro in teatro, dietro le quinte. Mi dedico anche all’invenzione di storie sotto varie forme.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Nella mia mente le voci dei cantautori confluiscono in un grande libro sacro, ed io lo vado a leggere ogni volta che ho bisogno di un consiglio. I miei idoli musicali sono morti o sono molto prossimi. La mia più recente storia d’amore immaginaria è con Giorgio Gaber.

Gloria Capoani, “Varana”, terracotta, 27 cm x 31 cm, 2022.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

“Pane e cioccolata“, di Franco Brusati (1973).

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

La cosa che faccio più volentieri è visitare i musei archeologici, alla ricerca di quei manufatti antichi che, tra immaginari sfrenati e sintesi perfette, sembrano “ponti spaziotemporali” artistici, insomma sembrano fatti oggi stesso e anche da qualcuno di molto bravo.

Ammiro moltissimi artisti, tra quelli ancora in vita c’è il regista Robert Carsen.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Mi piace il momento in cui si pregusta il dormire, il dormire carico di sogni, e poi lo spazio che intercorre tra la sveglia dei coinquilini e la mia, durante il quale io posso godermi l’ultima dormitina fugace.

Gloria Capoani, “Pecora in travertino giallo”, travertino giallo, 25 cm x 18 cm, 2019.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?

All’inizio, sin da quando ero molto piccola, era una ricerca di fogli bianchi, di pennarelli non ancora scarichi e materiali qualsiasi per colorare. Sotto la casa di mia nonna c’era una cantina-officina e mi piaceva stare lì nel pomeriggio e provare a mettere insieme i legni.

Era frustrante perché quello che producevo non era mai come l’avevo immaginato. Le cose non sono cambiate… Però adesso questo eterno tentativo non mi fa più arrabbiare, anzi, mi fa stare bene.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Illogica allegria.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Non ho mai avuto la capacità di vedere la ricerca come un vero percorso in prospettiva. Piuttosto, quello che mi succede ogni volta è una necessità diretta e immediata di realizzare qualche cosa. E così entro in furia creativa, senza ben sapere che cosa sto facendo.

Se però ora, guardando agli anni passati, devo cercare un filo conduttore, mi accorgo che con tutte le mie storie ho tentato di evitare le cose troppo vere e ho costruito delle bugie incantate. Forse è un mio bisogno profondo, o forse… sto parlando troppo?

Gloria Capoani, “Ramarro marrone caduto dal burrone (R Moscia Sauvage Life)”, terracotta, 15 cm x 2 cm, 2023.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Di solito l’idea iniziale, inteso come “ciò di cui voglio parlare”, mi è abbastanza chiara. L’aspetto finale di un lavoro, però, dipende dalla tecnica, e io con la tecnica ho un rapporto strano, perché non la domino. Cerco la via più breve e spesso qualcosa mi sfugge. Questo fa sì che il risultato visivo di ogni mio lavoro sia sempre, per me stessa, una grande sorpresa.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Mi piace dare titoli perché sono molto legata alle lettere e alle parole. Mi piace giocare con i significati e con i segni. I disegni e le sculture che faccio sono animati da storie in rima, descrizioni o veri e propri copioni, e non c’è un vero ordine gerarchico tra le cose.

-Quale sarebbe il loro significato?

Sempre diverso. Qualche volta uso anche delle frasi di canzoni che esistono già.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Quando l’energia mentale e la smania esauriscono.

Gloria Capoani, “La ballata del vecchio marinaio”, frame da video (durata totale 6′), 2021.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Mi capita, ma se c’è la furia creativa non so pazientare. Allora faccio sempre qualche cosa di cui mi pento: uso il materiale sbagliato, il primo che trovo, pur di continuare. Ogni tanto ho dato vita a delle belle soluzioni di recupero, però molte volte ho guastato il procedimento. Questione di fortuna.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Il concetto di lavoro che “funziona” mi è ancora, nonostante molti anni di studi, oscuro.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

La mia fantasia è stimolata da piccoli cortocircuiti di immagini o di situazioni. Associazioni inaspettate, scintille cosmiche nel quotidiano. Frammenti vari di storie e di visioni. Le solite cose, un po’ crepuscolari.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

L’Accademia di Belle Arti, nel mio caso la facoltà di Scultura in Brera, per alcuni anni è stata come una casa. Ho incontrato lì gli amici più cari, artisti bravissimi, quelli che ti fanno sentire giusto al mondo. Anche professoresse e professori che mi hanno spinta a tirare fuori dal cappello un sacco di cose che non avevo neanche immaginato di poter fare.

Gloria Capoani, “Il Vermocane”, schiuma poliuretanica e smalto, 90 cm x 12 cm, 2023.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Forse il più apprezzato è la “Pecora di Travertino giallo“, mentre a me, a dare più soddisfazione, sono i disegni.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Io pubblico quasi sempre le mie trovate su Instagram, anche quando non sono particolarmente elaborate. Visto che perdo e disperdo tutto, mi piace avere un portfolio virtuale e facile da aggiornare di giorno in giorno. Sono contenta di far vedere i disegni che faccio ai miei amici, e sono molto contenta quando mi dicono che un disegno gli è piaciuto.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Milano per me è la città della libertà, perché sono arrivata lì a diciannove anni senza giacca né coltello, e sono incominciate tante cose. Fantastico sulla Milano poetica e disperata dell’avanspettacolo, di Porta Romana Bella e del bar del Giambellino.

Ho un rapporto di ossessione con i miei luoghi: Casa della Nonna, Castelleone, la “Tèra del Casso”, Milano, luci a San Siro. Le stazioni. Lavorando qualche mese in teatro, ho abitato pochi giorni in tante città italiane. Ho la classifica delle preferite, però ognuna ha avuto la sua maniera di segnarmi. Ascolto molto volentieri tutte le canzoni con titoli di città.

Gloria Capoani, “Boatoo” (dalla raccolta dei Concerti Spaziali), disegno digitale, 2025.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Ho in testa di scrivere e disegnare una graphic novel fantascientifica.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Tanti. Vorrei mettere in scena uno spettacolo di burattini, ma non so recitare bene.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Da piccola mi affezionavo ai palloncini con l’elio a forma di animale, e quando mi scappavano in aria piangevo. Se guardo i miei amici artisti, li vedo andare tutti in giro con un palloncino di elio legato al dito con almeno dieci noti.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Certo! Collettivo Ere Ire, Gaia Michela Russo, Hossein Quayyoomi Bidhendi.


Ringraziamo Gloria Capoani per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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