La pittura di Giuseppe Fittipaldi, giovane artista, indaga i rapporti tra corpo, tempo e memoria. Le sue opere nascono da una rielaborazione dell’immagine in cui ricordo e percezione si fondono, dando vita a figure instabili e in continua trasformazione.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Sono Giuseppe Fittipaldi, sono di Pisticci, un piccolo borgo della Basilicata in provincia di Matera. Ho 26 anni. Ho vissuto per sei anni a Bergamo. Adesso vivo e lavoro a Milano. Mi sono trasferito in questa città un anno fa per terminare gli studi all’Accademia di Brera.
-Di cosa ti occupi?
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di artisti. Fin da sempre sono stato a contatto con il colore, sia come materia e strumento espressivo, sia come luce, vividezza e ricchezza cromatica che caratterizzano la mia terra. Tutto questo inevitabilmente condiziona la mia pratica artistica. Sostanzialmente dipingo. Mi piace molto l’odore dell’olio.
INTERESSI
-Ti piace la musica e la lettura? Hai un cantante o un libro che ti rappresenta?
Sì, mi piace molto ascoltare musica. Vivo con delle persone che ascoltano musica tutto il giorno. Spesso abbiamo degli scambi musicali. Ultimamente ascolto in loop “Ancora tu” di Lucio Battisti. Quando mi piace una canzone, per molto tempo mi nutro solo di quel pezzo. In Italia penso che una cantante con tanto talento sia Angelina Mango. Il padre, in Basilicata, è considerato un semidio.
Ammetto di non leggere tanto, ma il libro che ho letto più volte è “Il ritratto di Dorian Gray”.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
“È stata la mano di Dio” di Sorrentino mi è piaciuto molto, ma ci sono tanti altri film sicuramente più importanti. Ogni volta che mi fanno questa domanda vado in tilt.
-Quali forme espressive preferisci tra pittura, fotografia, scultura e performance?
La pittura sicuramente la prediligo, ma utilizzo molto anche la fotografia.
-C’è un artista contemporaneo che consideri una fonte d’ispirazione?
Un pittore che amo è John Currin. Molto ironico e grottesco, ma enormemente raffinato.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Il tramonto.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho lavorato tanti anni a vuoto, non riuscivo a comunicare veramente qualcosa. Poi, un giorno, ho ritrovato una videocassetta che raccoglieva i momenti più significativi della mia infanzia. Da quel nastro è iniziato tutto: ho deciso di partire da quei ricordi, trasformandoli nel punto di partenza della mia ricerca artistica.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivato?
Dopo aver visto e rivisto quel video mi sono accorto che la maggior parte di quei momenti e ricordi nella mia mente erano distorti, cambiati. Oggi mi affascina proprio questo: il falso ricordo. Pilastri della mia memoria, che tutt’ora considero tali, in realtà sono una finzione.
Mi è capitato di scoprire che alcuni ricordi nella mia testa sono completamente errati. Nonostante questo, penso sia più importante il ricordo distorto. Non voglio cambiare quei ricordi fittizi. Li ritengo più reali del fatto accaduto.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Non ci può essere una sola emozione quando si dipinge. Alla fine è un lavoro. Ci sono giorni in cui sono molto carico, giorni in cui sono annoiato, giorni in cui sono piatto. Poi la voglia di dipingere e lavorare arriva sempre nei momenti sbagliati.
-Nei tuoi dipinti quanto è importante l’aspetto autobiografico? Ti interessa raccontare la tua
esperienza personale oppure preferisci che chi guarda possa riconoscersi nelle immagini?
Sicuramente l’aspetto autobiografico è fondamentale. Non attingo però solo dalle immagini della mia infanzia. Costruisco il mio archivio giorno per giorno. Faccio in modo che non rimanga solo una storia personale, in fin dei conti i ricordi distorti sono presenti nella memoria di chiunque.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro?
La maggior parte delle volte sì, anche se in corso d’opera può cambiare qualcosa. Prima di iniziare una tela studio molto i soggetti.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni?
I titoli penso siano fondamentali. Credo che sia proprio il dialogo tra la parola e l’immagine a rendere il lavoro più forte e accattivante. Spesso arrivano alla fine del lavoro. Mi dà molta noia non avere un’idea per un titolo.
-Cosa speri rimanga allo spettatore dopo aver visto una tua opera: una domanda, un’emozione o un
ricordo personale?
Io penso che ci siano due tipi di fruitori. Il primo si sofferma su una questione estetica, basandosi solo ed esclusivamente sul proprio gusto. Il secondo si pone delle domande.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Io sono molto maniacale in questo: deve essere perfetto, non ci devono essere errori o sbavature. Infatti sono pieno di non finiti.
-Ti capita di doverti fermare mentre lavori perché ti manca del materiale?
Aspetto, non posso usare qualcosa di diverso. Al massimo inizio a pensare a qualcosa di nuovo.
-Quale lavoro funziona di più secondo te?
La verità è che siamo tutti sempre insoddisfatti di quello che facciamo, quindi penso che sia sempre il lavoro successivo, quello ancora non fatto.

-Come nasce un tuo lavoro?
Parto da immagini e fotografie del mio archivio. Archivio qualsiasi cosa. Tutto potrebbe essere un punto di partenza. Le fotografie vengono modificate: prima del dipinto c’è sempre uno studio e una progettazione.
-Qual è il tuo lavoro più apprezzato?
Il lavoro più apprezzato è stato “Drunk Boy”. Sì, sono molto legato a quel dipinto. Non so il reale motivo.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-Quanto sono importanti i social per la tua attività?
Sì, sicuramente è una realtà molto importante. Io purtroppo sono pessimo con i social, dovrei impegnarmi un po’ di più.
-Che rapporto hai con Milano?
Milano è Milano. Può risucchiarti in un attimo. Nel libro “Milano OFF”, Massimo Giacon la descrive come una “città che illude tutti e non la dà a nessuno”. Ha perfettamente ragione.
-Quali sono i tuoi obiettivi?
Dipingere, dipingere, dipingere, dipingere. Sono un po’ indietro con alcuni lavori.

-Hai progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Ho un progetto molto grande che ancora non riesco a realizzare perché ci vogliono troppi fondi. Spero di portarlo a termine tra qualche anno.
-Cosa significa per te essere artista oggi?
Secondo me gli artisti hanno il compito di portare alla luce delle tematiche. Devono interrogare il fruitore. Non devono risolvere problemi o dare risposte con le loro opere.
Quando in un lavoro sono presenti sia la domanda sia la risposta, allora c’è qualcosa che non va. È molto più difficile mettere un punto interrogativo che un punto esclamativo.
-Tre artisti che stimi dell’Accademia di Brera?
Martina Cinotti, Sofia Samar, Selene Ghiglieri.
Ringraziamo Giuseppe Fittipaldi per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram!
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