Laura De Ponti

Laura De Ponti definisce la sua ricerca come una “necessità istintiva” che si focalizza lungo il confine del tempo. Attraverso una street photography rigorosamente analogica, una composizione calibrata e una profonda connessione con la realtà quotidiana, Laura indaga il legame autentico tra l’uomo e il suo spazio. Le sue opere, come la serie aperta Le vite degli altri, diventano così tracce vive di un dialogo tra osservazione e destino, capaci di restituire al caos metropolitano una dimensione intima e profondamente poetica.

Laura De Ponti.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? Di cosa ti occupi?

Ciao, sono Laura, ho 21 anni e vivo vicino a Milano. Sto terminando il mio percorso di studi in Nuove Tecnologie dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera dove mi sono riavvicinata alla fotografia in modo del tutto inaspettato.

Per molto tempo la fotografia è stata solo un hobby. Dopo gli studi superiori in design, la mia attenzione si era rivolta alla modellazione digitale e al 3D, spingendomi a scegliere questo percorso accademico. È stato un corso di fotografia al primo anno a ribaltare tutto: grazie al mio docente ho capito che fotografare non significa semplicemente fare uno scatto, ma intraprendere un processo articolato fatto di ricerca, intenzione e consapevolezza. Da quel momento, ho scoperto le sue reali potenzialità espressive.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?

La musica, in ogni sua declinazione vocale o strumentale, è una costante delle mie giornate. I miei ascolti formano un panorama molto vario: sono partita dalle radici del rock – con band come Dire Straits, Pink Floyd, Beatles e King Crimson – per poi appassionarmi al grande cantautorato italiano degli anni ‘60 e ‘70, da Lucio Dalla a De Gregori e Gino Paoli. Seguo con interesse anche la scena indie contemporanea di Calcutta e Fulminacci, senza escludere momenti dedicati alle sonorità house. Tra tutti, l’artista che sento più affine alla mia sensibilità è Brunori Sas, di cui stimo la capacità rara di raccontare le sfumature della vita quotidiana in modo schietto, intimo e sincero.

Per quanto riguarda i brani, quelli che mi accompagnano più spesso sono “A Horse With No Name” degli America, “Sultans of Swing” dei Dire Straits, “The Passenger” di Iggy Pop e “La verità” di Brunori Sas.

Laura De Ponti, “Senza Titolo”, fotografia analogica, 2025.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Se dovessi consigliare un film imperdibile, la mia scelta ricadrebbe senza dubbio su Past Lives (Celine Song, 2023). È un’opera delicata che esplora il tempismo, la distanza e la rara capacità di amarsi per ciò che si è, senza la pretesa di cambiarsi. La trama segue due amici d’infanzia coreani separati dal destino che, ritrovandosi da adulti, riallacciano un dialogo emotivo rimasto sospeso nel tempo e nello spazio.

Due frasi ne scandiscono perfettamente il ritmo interiore: la prima è del marito di Nora, Arthur, che coglie la necessità della moglie di ricongiungersi al passato: “You dream in a language I can’t understand, it’s like there’s this whole place inside of you where I can’t go”. La seconda è dell’amico Hae-Sung, manifesto di una comprensione intima e assoluta dell’altro nella sua natura più profonda: “The reason I like you is because you are you. And who you are is someone who leaves.”

L’intera essenza della pellicola si racchiude nel concetto coreano di In-Yun: il destino che unisce e connette le anime attraverso il tempo.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?

È difficile scegliere una sola forma espressiva, perché credo che ogni linguaggio artistico abbia una propria specificità e la capacità di generare esperienze ed emozioni diverse nello spettatore. Quello che però mi interessa particolarmente è un elemento che in modi diversi attraversa molte discipline: il tempo. La performance, ad esempio, esiste solo nel momento in cui accade ed è irripetibile. La fotografia invece lavora proprio sul tempo in modo opposto: lo interrompe e lo cristallizza, cercando di catturare un istante preciso e renderlo duraturo.

Laura De Ponti, “Milano”, fotografia analogica, 2025.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Da qualche anno ormai osservo con ammirazione il lavoro in campo fotografico di Davide Ferella (@30cinquemillimetri), il cui lavoro riesce a trasmettere emozioni in modo molto diretto attraverso le immagini. In particolare trovo molto interessante il suo progetto legato alla pastorizia in Val Camonica, che restituisce un racconto autentico e intimo del territorio. Credo che ci sia un forte stampo personale.

Tra le mie ispirazioni ci sono però anche figure fondamentali della fotografia come Henri Cartier-Bresson e Hugo Mulas, che hanno contribuito a definire due modi molto diversi ma complementari di guardare il reale.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Il momento della giornata che preferisco in assoluto è la sera, quel momento in cui il sole è ancora caldo ma sta calando per lasciare spazio alla luna, trovo che sia un momento tranquillo subito dopo la cena in famiglia, in cui si rallenta e si condivide ciò che è successo durante la giornata con più tranquillità.

Laura De Ponti “Siena, Materia”, fotografia analogica, 2025.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Credo che il mio interesse per la ricerca artistica nasca da un’esigenza, un bisogno di raccontare qualcosa o di esprimere una visione personale del reale.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Per me la ricerca arriva sempre in un secondo momento. La prima fase del mio lavoro è puramente istintiva: scatto perché sento l’urgenza di farlo, senza un’idea predefinita in mente. Solo quando sviluppo il rullino e guardo le immagini stampate mi rendo conto che ognuna è nata per una ragione, anche se all’inizio non mi era chiara. È in quel preciso istante che inizio a intravedere un filo narrativo e ad avviare la ricerca vera e propria. L’intuizione nasce dall’osservazione prima dello scatto, ma prende forma solo dopo, quando metto insieme le fotografie e lascio che parlino tra loro.

Più che un’emozione, quello che sento mentre scatto è una necessità. Il bisogno di mettere a fuoco, regolare la luce e premere l’otturatore per catturare quel preciso istante prima che svanisca. È un gesto istintivo e rapido per non perdere lo scatto, ma che allo stesso tempo richiede calma e attenzione.

Ciò che ho sempre sentito necessario è la narrazione: non fare qualcosa di diverso per distinguermi, ma il desiderio di mostrare ciò che vedo attraverso i miei scatti cercando di non distorcere la realtà. La maggior parte del mio lavoro è legato alla street photography, non costruisco scene né chiedo a soggetti di mettersi in posa. Le uniche volte in cui interagisco con le persone sono i ritratti, quando entro in contatto con loro per chiedere il permesso di scattare, cercando comunque di mantenere un approccio non invasivo e senza interferire con la situazione. Lascio che siano le persone e i contesti a raccontarsi da soli, mentre io mi limito a osservare e a catturare ciò che accade.

Laura De Ponti, “Cluj-Napoca, Romania”, fotografia analogica, 2025.

– Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?

I titoli per me sono ancora un mistero. Non so se debba essere io a cercarli o se arrivino da soli come gli scatti. Quello che so è che, quando arrivano, succede sempre nella fase di ricerca e di osservazione delle immagini. Per ora molti dei miei lavori hanno come titolo un luogo e una data, perché sento l’esigenza di dare a ogni fotografia un tempo e uno luogo, elementi che aiutano a contestualizzare l’immagine e il suo racconto.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Gran parte dei miei progetti sono ancora in divenire, non considero quasi nessuno dei miei lavori davvero conclusi. Le uniche serie che sento finite sono quelle legate a luoghi specifici, come Siena, materia. Altri lavori, invece, restano volutamente aperti e continuano a evolversi nel tempo. Un esempio è Le vite degli altri, una serie iniziata nel 2024 e ancora in continuo aggiornamento, proprio perché nasce dall’osservazione delle persone e dalla street photography. Se sento che una fotografia appartiene a quella narrazione, continuo ad aggiungerla alla serie.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Purtroppo ogni tanto mi capita di dover interrompere il lavoro perché non ho un secondo rullino di riserva a disposizione. È una limitazione che fa parte del lavorare in analogico.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri? Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Tra i singoli scatti, quello che penso funzioni meglio e al quale mi sento più legata è la fotografia di un signore anziano incontrato una sera mentre percorrevo le vie di Siena. Come progetto invece credo che Le vite degli altri sia il lavoro che mi rappresenta meglio. È una serie che continua a evolversi nel tempo e che spesso richiede di essere ripensata e riorganizzata in base alle nuove immagini che aggiungo man mano.

Laura de Ponti, “Cluj-Napoca, Romania”, fotografia analogica, 2025.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Il mio lavoro nasce da un bisogno, una sensazione di dover scattare, più che da un’idea precisa. Spesso capisco dopo il significato dello scatto, vedendo le altre fotografie del rullino o vedendo fotografie di anni prima. Sul momento scatto per bisogno, in una seconda fase di visualizzazione delle immagini inizio a mettere insieme i pezzi e in un’ultima fase di ricerca diventa tutto chiaro, ma tutto in principio nasce da un bisogno di raccontare, di catturare un istante.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Nata dal design e dalla modellazione 3D, la mia strada all’Accademia di Brera ha preso una direzione imprevista quando ho riscoperto la fotografia, eleggendola a mio mezzo espressivo d’elezione. Cruciale è stato l’incontro con il mio docente del primo anno, che ha saputo educare e orientare il mio sguardo verso una ricerca più intima e consapevole. Questo percorso di evoluzione mi vede oggi, al terzo anno, impegnata nello studio del documentario e dell’immagine in movimento, territori che sento in perfetta sintonia con il mio modo di fare memoria del reale.

L’ecosistema accademico, ibridato tra arte e tecnologia, mi ha fornito una solida metodologia di ricerca e preziosi strumenti teorici. Una maturazione che si riflette direttamente sulla mia produzione visiva, mutata nel tempo per formati, approccio e attenzione al singolo fotogramma.

Al centro di questa rivoluzione personale c’è la scelta dell’analogico. Lavorare su pellicola significa per me abbracciare una necessaria lentezza, dedicando un’attenzione pura a variabili come luce e composizione. Il mirino e lo stigmometro diventano così strumenti di focalizzazione non solo tecnica, ma concettuale: un modo per isolare il centro del mondo e stringere un patto di profonda consapevolezza con il soggetto fotografato.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Tra i miei lavori più apprezzati finora ci sono due scatti che ho inserito nella serie Le vite degli altri. Il primo è uno dei miei primi lavori realizzati con consapevolezza nel 2024 con una macchina fotografica digitale e raffigura il viavai di persone in un angolo della piazza principale di Teguise, a Lanzarote. Rappresenta anche una fase iniziale del mio approccio in cui scattavo ancora prevalentemente in verticale, mentre oggi lavoro soprattutto in orizzontale. Il secondo è un ritratto di un signore anziano incontrato mentre passeggiava per le strade di Siena nel dicembre 2025. È uno scatto che mi ha colpita per la sua autenticità e per la storia che sembra portare con sé.

Laura De Ponti, “Glasgow”, fotografia analogica, 2026.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

All’inizio tendevo a evitare completamente i social perché mostrare il proprio lavoro significa inevitabilmente esporsi e mettersi in gioco aprendosi alle critiche. Riconosco però che possano essere strumenti utili per condividere il proprio lavoro e renderlo visibile. Ora li vedo come un mezzo di diffusione anche se purtroppo non ho ancora imparato ad apprezzarli e a considerarli uno spazio di fruizione consapevole delle immagini. Spesso ho la sensazione che siano saturi di contenuti, e che questo porti a una visione più superficiale dei contenuti che perdono valore proprio per l’eccesso di immagini a cui siamo esposti ogni giorno. Nonostante questo, credo sia importante avere una presenza sui social sia per condividere il proprio lavoro che per creare un dialogo e uno scambio con altre persone che lavorano o si interessano allo stesso ambito.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Credo che luogo, tempo e persone influenzino in modo significativo il tipo di immagini che produciamo. Milano, in particolare, è una città grande e caotica, ma è anche una città che contiene al suo interno realtà molto diverse tra loro, che cambiano completamente a seconda delle zone e delle persone che le abitano. Penso che questo tipo di complessità influenzi inevitabilmente lo sguardo di chi fotografa e di conseguenza anche le immagini che vengono prodotte.

Laura De Ponti, “La rimessa, Baia di San Fruttuoso”, fotografia analogica, 2026.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Nell’immediato futuro, dopo la conclusione del percorso accademico triennale, vorrei continuare a specializzarmi nella fotografia sia per approfondire ulteriormente la mia base teorica che per acquisire maggiori competenze a livello pratico. In merito ai progetti futuri al momento ne sto realizzando uno dedicato alla campagna e all’agricoltura, che rappresentano per me una parte fondamentale delle mie origini e della mia identità, nonché le mie radici. Quest’ultimo probabilmente sarà proprio il titolo del progetto.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Essere artisti oggi significa cercare un equilibrio tra il modo personale di vedere le cose e la capacità di restituire ciò che si osserva anche in maniera più oggettiva, senza però perdere la propria sensibilità. Anzi, è proprio la sensibilità a diventare uno strumento attraverso cui costruire un linguaggio in cui anche altri possano riconoscersi non forzando una connessione con il pubblico, ma creando lavori che possano essere letti e sentiti da chi li guarda. Penso inoltre che oggi l’arte abbia anche una dimensione sociale importante e che in alcuni casi possa avere persino una funzione di ascolto o di “terapia”, sia per chi la crea che per chi la osserva.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Un’artista il cui lavoro mi ha colpita molto è Martina Amati, che lavora tra cinema sperimentale e narrazione visiva. Nei suoi lavori il mare è spesso un elemento centrale per evocare un senso di sospensione e in cui l’apnea, che è anche una sua passione, diventa sia soggetto che strumento del suo linguaggio.

Un’altra artista/ designer che stimo molto è Lara Reposi, con la quale ho avuto il piacere di partecipare al progetto Erasmus+ in Romania. Sta frequentando il biennio di design all’Accademia di Brera e nei suoi lavori mette in dialogo la dimensione personale con gli oggetti, creando opere che sembrano vere e proprie estensioni dell’identità di chi le possiede. Sono oggetti che hanno un forte carattere personale.

Trovo anche il lavoro di Martino Allegretti molto affascinante per la varietà di direzioni e approcci che esplora.


Ringraziamo Laura De Ponti per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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