Matilde Verganti è un’artista molto empatica e sensibile, i suoi lavori nascono da sensazioni che la coinvolgono e la toccano internamente. Maneggiare l’argilla e stare a stretto contatto con il materiale nell’attesa del risultato finale, la elettrizza, come l’arte partecipativa e l’art sound, realtà che la affascinano e la coinvolgono particolarmente, portandola a sperimentare sempre con elementi nuovi e differenti.

PRESENTAZIONE
Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Matilde, sono nata a Brescia e ho 23 anni.
Di cosa ti occupi?
Attualmente frequento il biennio di pittura a Brera. Lavoro molto con la ceramica e le installazioni, mi sono dedicata anche a progetti di arte partecipativa e relativi al suono.

INTERESSI
Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Ascolto tantissima musica. Non ho un cantante preferito, perché i miei gusti variano di periodo in periodo, ad esempio al momento sto ascoltando molto Joni Mitchell. Una cantante a cui sono molto affezionata è Mitski.
Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Non guardo molti film, quindi non ho una grande libreria da cui pescare (anche perché faccio molta fatica a non empatizzare con le storie e i personaggi). Se dovessi però davvero scegliere, credo che “Gli Aristogatti” sia la scelta giusta, sono convinta che non possa esserci qualcuno a cui non piace!

Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere:fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Adoro guardare performance, ascoltarne i suoni e tutto quello che riguarda soprattutto la body art. Come artisti al momento sto approfondendo molto Mona Hatoum e Yōko Ono.
C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Dipende molto dal meteo! Se è nuvoloso, la mattina è molto bella. Se invece non è nuvoloso, preferisco il tramonto. Una condizione climatica che trovo sempre attraente è la neve.

LAVORO
Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Per me l’arte è un mestiere come un altro. Ho sempre sentito la necessità di fare ricerca, e non necessariamente è sempre stato nel campo dell’arte. Questa è una domanda curiosa, perché per come mi sento io, mi è “capitato tra le mani” questa consapevolezza di dover portare avanti delle ricerche artistiche.
Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Altaleno molto tra stress e pace, raramente sono in una condizione neutra e serena, ed è una cosa a cui sto cercando di lavorare. Quello che provo mentre lavoro dipende spesso dal progetto che sto realizzando; sono più stressata, se devo lavorare sul significato che deve trasmettere l’opera e che quindi non è più necessariamente espressione mia ma comunica con un panorama sociale diverso, più esigente. Mi piace tantissimo lavorare così ma devo ancora imparare ad essere più sciolta e sicura. Al contrario, quando si tratta di scultura, maneggiare l’argilla, stare accanto al materiale, vado da un’altra parte, sono più tranquilla. La vicinanza alla materia per me è davvero importante, per quanto possa essere ripetitivo e alle volte noioso, lì trovo la pace.

Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Generalmente parto da un’idea, mai dal foglio bianco, ma come credo capiti a tutti, man mano che si realizza qualcosa, esso ha la possibilità di mutare, si trasforma, soprattutto nelle sculture e nelle installazioni in serie, in cui parto in un modo ma finisco in un altro, dato anche dal fatto che mi scontro con il materiale, con quello che è effettivamente possibile realizzare. Il lavoro parte da lì e quella sfida di vedere e aspettare il risultato finale, è la parte che mi elettrizza di più.
Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Dipende, ritengo che il titolo per certi tipi di lavori sia fondamentale, sia il segno che aiuta ad entrare nel lavoro. Alcune opere invece mi trovo a cambiarne il titolo ancora oggi in base a come io percepisco il mio lavoro e a come cambia il mio rapporto con esse.
Quale sarebbe il loro significato?
In alcuni casi è al fine di costruire il lavoro, può essere un mattone in più a quello che già sto dando con l’opera in sé, altre volte ha un fine più narrativo.

Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Ci sono dei momenti in cui la mia parte attiva finisce su quello che sto facendo, però passivamente il dialogo non finisce mai. Mi permetto altre volte di entrare e continuare a cambiare. Quindi di per sé non c’è una forma definitiva, ma persiste un dialogo costante.
Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Sempre e costantemente!! Non c’è mai una volta che non succede, è una battaglia costante con il materiale.
Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Ho un amore infinito per il lavoro che ho portato come tesi “Senza titolo (anagramma)”, che parte dalla linguistica strutturale, e che funziona formalmente di più anche rispetto al concetto.

Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Le sensazioni sono importantissime! Il mio lavoro parte sempre da storie che sento, soprattutto di persone che amo e a me care, riguardo alle loro esperienze, che mi risuonano dentro e che danno vita ai miei lavori.
Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
L’accademia per me è un ambiente molto complesso. Mi sono trovata molto bene per determinati aspetti ma male per altri.

Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
I miei lavori più apprezzati probabilmente sono le ceramiche come “Bussola” e l’altarino con il gatto, che personalmente piacciono molto anche a me; anche i fumetti hanno riscontrato un responso positivo. Se dovessi scegliere però, credo che “senza titolo (anagramma)” sia quello a cui sono più legata, il quale è un ciclo di quattro lavori di due festoni e due vassoi di biscotti. Il lavoro nasce dalla parola “tradimento”, più precisamente dall’etimologia latina “tradere” che significa tramandare, il che si scosta completamente dalla parola in sé e il significato italiano che le attribuiamo oggi. Una parola che si tradisce da sola.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Sfortunatamente, li reputo fondamentali. Preferirei avere un rapporto più neutro con i social, così da essere più felice di farne parte, anche perchè trovo molto conflittuale l’immagine dell’artista, nel riuscire a gestirsi in modo professionale, ma allo stesso tempo mostrarsi per quello che si è veramente. Anche se non è sempre necessario presentarsi come si è, ma cercare di distaccarsi dall’immagine che si crea di sé sui social; è inevitabile che ci sia un distacco.
Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Tantissimo! ho lavorato molto sul concetto di casa, molte delle mie sensazioni e lavori partono da lì. Spostando, aggiungendo una “casa” e venendo ad abitare a Milano, è cambiato molto quello che faccio. Milano mi ha influenzata molto, mi ha cambiata, anche se non voglio sapere se in bene o in male. Ora però ho bisogno e sento la necessità di cambiare luogo, e cercare di continuare a “trasformarmi”, continuare a costruire invece che cominciare da zero.

Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Attualmente sono un pò in crisi dal punto di vista artistico, per mancanza di tempo e di spazi. Mi piacerebbe molto continuare a lavorare la ceramica, ad avere un contatto con la materia, e anche sperimentare con l’arte partecipativa, video e audio.
Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Sto cercando di realizzare un progetto inerente a un territorio milanese sulle Terme De Montel, ma non voglio dire troppo perché sono un po’ scaramantica.

Cosa significa per te essere artisti oggi?
Credo che la miglior qualità che può essere ricercata sia quella del saper ascoltare.
Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Elisa Gazzini – Dana Tescari – Elisa Remonti – Angela Giovanardi – Zito Martina – Sofia Orleans – Anna Villa – Celeste Luna Sala – Vittoria Montesano – Elio Uyu – Giorgia Guaglione – Cristian Mondella – Valentina Marchetti – Giulia Gastoldi
Ringraziamo Matilde Verganti per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
Scopri altri artisti emergenti sulla nostra rivista Venticento Art Magazine.