Stefano Recanati

La ricerca artistica di Stefano Recanati si sviluppa attorno allo studio della forma, intesa come pura, astratta e “aliena”. La scultura è il centro della sua pratica: forme tridimensionali che occupano lo spazio e dialogano con l’osservatore. Attraverso superfici pulite e senza difetti, il suo lavoro si svincola dal mondo terrestre per proporsi come un’esperienza assoluta e soprattutto sincera.

Stefano Recanati.

PRESENTAZIONE

– Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Ciao a tutti sono Stefano, vengo da Spirano, un piccolo paesino in provincia di Bergamo. Sono un ragazzo di 23 anni e studio pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera con il professor Alessandro Spadari.

– Di cosa ti occupi?

Studio pittura, mi manca solo la tesi. Intanto sto imparando a lavorare.

Stefano Recanati, “Forme in stampa 2”, stampa su carta, 2024.

INTERESSI

– Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual è il tuo brano preferito?

Si. Antonello Venditti

– Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Non c’entra con l’arte, ma consiglio “Il buono, il brutto e il cattivo”.

– Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

La forma d’arte che preferisco, che è quella che preferisco anche nei miei lavori è la scultura. L’artista contemporaneo che reputo una fonte di ispirazione è César, soprattutto le compressioni e le espansioni.

– C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Il momento della giornata che preferisco penso sia dalle 18 alle 20, quando mi alleno.

Stefano Recanati, “Forma 6018”, mdf rivestito con poliestere, 2024.

LAVORO

– Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

L’interesse per la mia ricerca nasce attorno al 2020, quando ero alle superiori. È un interesse che è nato pian piano, nel momento in cui ho scoperto le mie forme. È stato tutto un po’ casuale: ho iniziato a voler scoprire cosa le forme potessero diventare. Così ho iniziato a lavorare con loro.

– Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

Tutto nasce quando ho fatto delle prove alle superiori per sperimentare, per trovare dei nuovi materiali e stavo un po’ giocando con i colori. Ho fatto cadere delle gocce su un foglio, poi le ho trasportate e da lì avevo trovato delle forme interessanti. Ero incuriosito dall’effetto, perché quando trasporti l’acrilico sulla carta, le gocce di colore non si mescolano fra di loro ma escono dalle forme ben definite, con i contorni ben definiti, quindi molto pulite. 

Questo effetto mi incuriosiva e calzava a pennello con un compito che ci mi aveva dato una mia professoressa: ovvero fare un modulo. Allora ho avuto l’idea di utilizzare le forme per realizzare questo modulo. Ho estrapolato le forme che mi attiravano di più, le ho lavorate un po’, le ho rese più semplici. Ovviamente secondo il mio piacere visivo. Poi è nato tutto un processo, mi sono lasciato trasportare da queste forme fino ad arrivare a quelle che creo oggi. Alle sculture, alle stampe e a tutto quello che poi viene dopo.

– Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Pace. Sintonia. Sincerità.

Stefano Recanati, “Primari orizzontale”, mdf dipinto, 2020.

– Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

All’inizio non mi sono posto nessuna domanda su quello che stavo facendo. È stata più una cosa istintiva, data dalla mia passione o il mio piacere per queste forme. Non avevo un’idea di quello che bisognava fare, mi sono lasciato proprio trasportare. È stato un percorso che è nato insieme alle forme. Mi sono fatto trasportare da loro, quindi non sapevo bene la direzione in cui sarei andato, però ci sono andato, mi sono un po’ buttato.

– Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Allora, dipende dal tipo di lavoro. Le sculture le ho ben in mente, sono ben definite. Magari ci sono delle piccole modifiche che faccio mentre le creo. Secondo una mia idea, forse ho dei paletti un po’ inconsci sulla forma che voglio ottenere, quindi capita che io faccia piccole modifiche. Ma di solito la forma che che voglio realizzare ce l’ho già in mente e vado a realizzare quello. Non ho bisogno di bozzetti, né altro. 

Mentre per quanto riguarda ad esempio le stampe, lì non ho bene in mente cosa fare. Devo fare molti bozzetti per arrivare ad una composizione di 3 forme, che sono solitamente quelle su cui mi trovo meglio. Faccio tanti bozzetti per arrivare a trovare la composizione che preferisco. 

Solo una volta a fare una scultura, che è stata una commissione, avevo fatto questa forma che però, mentre la realizzavo, continuavo a guardarla e non riuscivo ad andare avanti. Perché di solito quando faccio una forma, c’è uno scopo. Se il lavoro mi piace davvero lo realizzo, quando capisco che non mi piace davvero è perché non inizio subito a farlo, quindi tendo ad aspettare un po’. In quel caso l’avevo fatta ma non riuscivo a andare avanti, a finirla. Così l’ho lavorata un po’, ne ho tagliata un pezzo e poi l’ho finalizzata. A quel punto funzionava, anzi, mi piaceva molto. Quella è stata una delle poche volte che ho fatto proprio una modifica più definitiva.

Stefano Recanati, “Forma 1028”, mdf rivestito con poliestere, 2025.

– Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?

In realtà sui titoli all’inizio ero molto difficoltà perché non sapevo mai il titolo da mettere. Ho questa ideologia: per me le forme sono sempre qualcosa di astratto, che vanno a rappresentare loro stesse. Sono qualcosa di aliene ed assolute. Vado sempre a mettere dei titoli che non richiamo nulla di terrestre, così una persona quando legge il titolo riguarda l’opera e non trova appigli terresti, rimane tutto qualcosa di astratto. Quindi devono essere dei codici illeggibili. Sulle prime opere usavo soprattutto i colori per definirle. Più che un codice utilizzavo titoli come primario orizzontale, o arancio e azzurro orizzontale. Titoli del genere, che si riferivano al colore, ma nulla di terreste.

Mentre sulle sculture ho trovato una soluzione che preferisco, perché faccio riferimento al colore, anche se poche persone se ne accorgano davvero. Riprendo il Ral della bomboletta che utilizzo, che è un codice. Ad esempio Forma 3000, che sarebbe il colore rosso fuoco, è Ral 3000. Per me è utile perché identifico il lavoro, dando un titolo, pur rimanendo qualcosa di astratto e nulla di tangibile. È lo stesso motivo per cui cerco sempre il risultato pulito, senza errori: qualsiasi crepa o segno è qualcosa che lega le forme al mondo umano. Nel momento in cui vedi un errore si capisce che viene dalla manualità dell’uomo, la rendi terrestre.

– Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Sulle stampe faccio tanti bozzetti finché trovo una composizione che funziona, solitamente sulle tre forme. Invece sul lavoro che io reputo un po’ più importante per la mia ricerca, ovvero le sculture, penso già alla scultura finita. Poi quando la realizzo è in polistirolo e prima di rivestirla continuo a lavorarci. Mentre la lavoro continuo a guardarla finché arriva un momento in cui ho quasi timore a toccarla. In quel momento lì vuol dire che ci siamo, che funziona. Da lì inizia il rivestimento. Dal polistirolo allo stucco non cambia tanto, c’è solo un centimetro in più di materiale, quindi riesco a capire se funziona o meno anche prima.

Stefano Recanati, “Azzurro arancio orizzontale”, mdf dipinto, 2020.

– Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?

Per quanto riguarda le sculture questa cosa mi succedeva all’inizio: quando le sculture che volevo fare erano delle prove. Usavo lo stucco, resine, usavo dei materiali non adatti alla scultura quindi era tutto una prova e mi capitava che facessero delle reazioni strane. Quindi lì era più un problema di tecnica e materiali. Ora invece che ho stabilito i materiali che funzionano, di solito li acquisto prima di iniziare il lavoro, dal mio ferramenta con cui ho fatto amicizia.

– Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

La scultura penso che funzioni di più perché si presta di più all’obiettivo della mia ricerca. La scultura è un lavoro tridimensionale, che occupa lo spazio, che lo rende vivo, staccato dalle pareti, su nessun supporto. Occupa davvero lo spazio. Diventa qualcosa di puro, alieno, una forma assoluta che interagisce con le persone. 

– Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Di solito i pannelli e le stampe sono sempre legate a una commissione o a degli esami o qualcosa di vendibile, che poi permettono la realizzazione delle sculture. Se dovessi pensare davvero a dei lavori che voglio realizzare e che sento l’esigenza di realizzare sono le sculture: più impegnative, che richiedono molto tempo e che, per partecipare a mostre, spesso hanno bisogno di lavori di accompagnamento quindi più facili da trasportare, più veloci da realizzare, più vendibili… come stampe e pannelli. Ma se dovessi pensare a dei lavori che mi spingono davvero a continuare la mia pratica artistica sono sempre le sculture. Io farei solo quelle.

Le sculture sono quelle che nascono in maniera un po’ inconscia, dai miei pensieri. Penso spesso alle forme, sono legate una con l’altra, come se fosse un percorso che continua da anni. La scultura, una volta realizzata, sembra una cosa a sé, ma in realtà è legata a quella prima: quelle precedenti influenzano quelle dopo in qualche modo. Il mio obiettivo è quello di incuriosire, quindi cerco di ascoltare anche quello che pensa il pubblico e modifico di conseguenza le mie creazioni.

Stefano Recanati, “Forma 0325”, mdf rivestito con poliestere, 2024.

– Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Io ho un po’ un rimpianto. Secondo me potevo sfruttare meglio questo percorso in Accademia, soprattutto dal punto di vista teorico e di influenza artistica. Mi sono sempre concentrato sul mio lavoro, che non è per forza una cosa negativa, perché c’è gente che magari si è concentrata su altri ambiti e ha lavorato poco. Io invece ho lavorato tanto, un po’ sperimentando con i materiali, finché non ho trovato quelli giusti per me. Probabilmente avrei dovuto sfruttare meglio alcune lezioni teoriche o lezioni con dibattiti artistici. Ho anche vissuto poco la classe perché ho sempre lavorato a casa: spesso seguivo lezioni obbligatorie, toccata e fuga. Quello che mi sono goduto di più erano i laboratori, soprattutto quello di incisione calcografica, dove ho imparato tecniche che uso tutt’ora. Tutte le stampe che faccio, infatti, utilizzano proprio le tecniche imparate in quell’occasione.

All’inizio ero molto deluso dall’Accademia, perché cercavo dei professori che mi dessero consigli pratici per arrivare alla mia idea. Alla fine l’ho trovato, ma dopo un paio di anni. Ho fatto tanta parte di sperimentazione che potevo evitare. Per fortuna ho trovato professori e assistenti che mi hanno consigliato e aiutato a trovare materiali. 

– Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E qual’è quello che tu preferisci?

Il lavoro più apprezzato secondo me è la scultura rossa, Forma 3000. Pensavo fosse per una questione di colori, il rosso attira, in realtà penso sia per la forma in sé, che si attorciglia, è più curiosa, è più sensuale e secondo me è per quello che piace di più, sicuramente il colore incide.

Il lavoro che io preferisco, oltre alla scultura rossa, è Forma 1028, quella gialla. Forse anche per la situazione in cui l’ho realizzata: ero malato, stavo male e ho impiegato più tempo a creare la composizione, che è la cosa che preferisco. Ma alla fine l’ho lavorata molto ed è uscita veramente bene.

Stefano Recanati, “Forma 3000”, polistirolo rivestito con poliestere, 2024.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

– I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

I social sono fondamentali, dipende dal lavoro che uno fa, ma per noi lo sono. Molti all’inizio mi dicevano di fare video, di far vedere di più. Mi hanno detto spesso che il mio lavoro avrebbe potuto funzionare molto, ma io ho sempre avuto timore. Ho un’idea un po’ romantica dell’arte. Non dico che i social escludano questa idea, non per forza se uno diventa famoso sui social va contro al lato più nobile e romantico di una ricerca artistica, ma spesso è così. Vedo tante persone che diventano famose e magari iniziano a fare sempre la stessa cosa: la loro ricerca si ferma sul lavoro su cui sono diventati famosi. Spesso tutto questo diventa vendita, vendita pura. Quindi i social più che una vetrina diventano un vero e proprio supermercato: cercano di vendere trattando le loro opere come merce.

Non dipendere dall’arte ed essere indipendenti economicamente porta anche a una maggior libertà creativa, posso fare quello che voglio. 

Io sui social cerco di mostrare i miei lavori a persone a cui piacciono e cerco di stare attento affinché non diventi qualcosa di troppo pubblicitario e soprattutto freddo. Cerco di portare soprattutto video alle mostre o mentre lavoro, perché secondo me vedere i video del processo è molto interessante e crea molta più curiosità. Quindi tratto i social come il mio sito web dove mostro i miei lavori e quello che ci sta dietro soprattutto.

Stefano Recanati, “SS 6”, mdf dipinto, 2023.

– Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Milano, come ti dicevo, l’ho vissuta molto poco e penso di aver perso un’occasione. A Milano ovviamente ci sono tanti contatti, ho visto mostre, ma mai in maniera esagerata. Avrei potuto sfruttare meglio l’occasione di essere qua a studiare. Ho visto e studiato, ad esempio, l’opera di Oldenburg: ora per la tesi sto facendo un’opera in uno spazio pubblico quindi è interessante anche dal punto di vista organizzativo. 

Poi in generale il luogo in cui vivo, che è Spirano, ha influenza su di me. Nel senso che sono un po’ nella mia bolla, sono isolato: ho il mio laboratorio, sono poco disturbato da stimoli esterni… Per me il mio laboratorio è proprio un luogo piacevole da frequentare. Sia perché sono da solo, quindi poche influenze e disturbi, riuscendo ad entrare in una dimensione di pace e tranquillità; sia perché spesso, quando lavoro, mi passano persone a salutare, cosa che mi fa molto piacere.

Mi passano a trovare i miei amici, passa mio papà, passa il ferramenta che mi consiglia materiali… Si creano tutti questi rapporti legati ai miei lavori che una persona quando guarda le mie opere non vede, ma dietro c’è tutto un lavoro, delle conoscenze, delle persone che passano tempo con me, mentre io lo passo con le mie forme. Tutto questo arricchisce la mia giornata e il tempo legato alle mie creazioni. E a me questa cosa piace tantissimo.

Se avessi il laboratorio a Milano probabilmente incontrerei molte meno persone. Ci sono tanti che si rinchiudono nel loro studio a lavorare. Anche io lo faccio, ma è bello che ci siano persone che vengono da me per fare due chiacchiere, per guardare quello che sto creando… Poi una cosa che mi piace molto è anche chiedere alle persone che non sanno nulla di arte, cosa vedono nei miei lavori. Ogni volta che qualcuno passa lo chiedo, alcuni scherzano però è divertente e stimolante. 

La prima scultura che ho fatto era una forma rosa a goccia e mio zio passa spesso nel mio laboratorio e mi aveva detto: “Cos’è quella lì, la sella della Vespa?”.

Stefano Recanati, “Forma 4003”, polistirolo rivestito con poliestere, 2024.

– Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

La tesi, che prevede anche una scultura in uno spazio pubblico, è il mio obiettivo principale. Dopo ho in mente dei progetti che mi piacerebbe fare, sui quali ci lavorerò con più calma con i tempi e i modi in cui voglio. Non dovrò più dipendere da nessuno.

– Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

In realtà il primo esame che ho fatto in scultura è nato come una riflessione visiva sul mio viaggio fatto a Singapore: lo riprendevo con delle forme. Viaggiando avevo notato questi palazzi giganti e io avevo creato delle forme che riprendessero un po’ l’ambientazione: avevo ripercorso il mio viaggio e le mie sensazioni attraverso delle forme.

Un lavoro che mi piacerebbe fare, in futuro, è proprio una stanza con all’interno le mie forme che interagiscono tra di loro, trattando non per forza il tema del viaggio, ma magari qualcosa che mi piacerebbe vivere. Sicuramente è una cosa complessa perché dovrei realizzare tantissime forme, ma è una cosa che mi piacerebbe realizzare.

Stefano Recanati, “Forma 2009”, poliestere rivestito con stucco universale, 2025.

– Cosa significa per te essere artisti oggi?

Questa è una bella domanda… un po’ come in tutto, secondo me i social e la velocità dell’immagine di oggi influenza molto la cosa. Una volta c’era la questione che si prendeva un lavoro molto seriamente, si imparava a fare quello, in generale e non solo nell’arte, e si viveva di quello, facendolo molto bene. Adesso, invece, mi sembra che tutto sia un po’ effimero. Tutto è veloce: si fanno dei lavori per un anno, poi ci si reinventa e si inizia a fare qualcosa di completamente diverso. Tutto è più incerto, meno stabile. Anche nell’arte è così, secondo me: ci sono persone che magari si buttano a capofitto, altre che si buttano un po’ a caso, fanno un video che diventa virale e magari iniziano a diventare artisti esclusivamente per quello. Questo secondo me è una cosa negativa.

Io, con tutte le mie lacune, reputo di essere sempre sincero e questa secondo me è la cosa fondamentale nel mondo del lavoro e dell’arte. Io non voglio strafare niente: penso di essere sincero con i miei lavori e con gli altri nel mostrare i miei lavori e questa penso sia la cosa principale. La sincerità e l’equilibrio.

– Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Antonio Alberti, Luis, Chiara Maffezzoni e Sofia Savoldi.


Ringraziamo Stefano Recanati per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguila sul suo profilo Instagram.

Scopri gli altri artisti emergenti sulla nostra rivista Venticento Art Magazine.