Greta Salipante utilizza l’arte come linguaggio intimo, poetico e viscerale, in cui memoria, territorio e immaginazione si uniscono in un processo creativo in cui la dimensione onirica si fonde con il suo vissuto emotivo. Profondamente legata alle sue origini laziali, Greta cerca di canalizzare nella sua produzione i sentimenti che difficilmente riesce ad esprimere a parole, spesso ricorrendo all’immagine di una casa appena abbozzata.

PRESENTAZIONE
– Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Sono Greta Salipante, ho 26 anni e vengo da Gaeta, una piccola cittadina del basso Lazio che, per molti artisti e musicisti, è stata una dimensione quasi catartica in cui rifugiarsi. Ne è l’esempio Cy Twombly che si innamorò delle coste e della storia che avvolge queste terre tanto da viverci e alternare la sua permanenza tra Gaeta e Roma. Per anni ho vissuto a Gaeta come un luogo sicuro, una sorta di riparo, portando la sua storia come tematica all’interno del mio lavoro artistico. Fin da bambina ho mostrato un fortissimo interesse nei confronti della pittura tanto da spingermi a studiare lontana da casa già a 13 anni per inseguire la mia passione.
– Di cosa ti occupi?
Al momento sto lavorando ad alcuni progetti editoriali che porterò nelle scuole come Lo racconta il mare e 1861: due albi illustrati che raccontano le storie della mia città. Si tratta di racconti orali che rischiano di andare perduti e che vengono rivalutati e messi per iscritto con la presenza di illustrazioni che rafforzano la struttura narrativa. E’ un lavoro personale al quale tengo molto perché non nasco come una scrittrice, prediligo piuttosto la comunicazione dal punto di vista visivo. Nonostante questo mi sono messa in gioco e mi ritengo piuttosto soddisfatta del lavoro.

INTERESSI
– Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual è il tuo brano preferito?
Per anni ho suonato il violino, ho alle spalle una storia di musica classica dalla quale però mi sono distaccata. Non posso dire di avere un cantante o gruppo preferito. Tuttavia non c’è brano che mi commuove di più di Tears in Heaven di Eric Clapton, soprattutto se a suonarla è mio padre.
– Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Forse direi la Ciociara per le tematiche affrontate di cui non si parla così spesso, purtroppo. Un film che tenta di restituire dignità alle vittime delle marocchinate e che, a parer mio, dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ciascuno di noi.
– Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?
Sicuramente Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk. Mi rivedo un po’ nel protagonista, Kemal, che ossessivamente colleziona oggetti anche banali appartenenti alla ragazza di cui è innamorato. Non ho atteggiamenti ossessivi, chiaramente, ma il guardare con poesia le piccole cose credo conferisca un significato più profondo al modo di vivere odierno che si basa molto sull’estetica e l’apparenza.

– Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Non ho alcuna preferenza, in realtà. Ho imparato ad apprezzare tutte le forme d’arte con l’Accademia, ma se proprio dovessi scegliere credo che sarebbe la pittura. In particolare sono innamorata del linguaggio e della forza espressiva dei quadri di Leonora Carrington.
– C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Sono molto legata alla dimensione onirica, un legame che ad oggi non sono ancora in grado di decifrare. Ritengo sia interessante il fatto che spesso mi capita di sognare immagini capovolte che suggeriscono dei nuovi modi di osservare. Sulla base di questa premessa direi, perciò, la notte.

LAVORO
– Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
La mia ricerca artistica procede su due linee parallele che talvolta si intrecciano. Il mio operato è diviso tra illustrazione e pittura. Ho frequentato il liceo artistico di Latina e subito dopo mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il mio modo di lavorare nel corso degli anni è cambiato parecchio, sono partita da un linguaggio iperrealista e scolastico che inizialmente mi dava soddisfazione ma che poi ho capito essere una gratificazione solo dal punto di vista tecnico.
Una volta accettato questo aspetto sono dovuta ripartire da zero e sperimentare per trovare un mio personale modo di dipingere. Ho giocato molto con i materiali e questo mi ha portato ad una sperimentazione illustrativa di cui sono molto soddisfatta, rendendomi conto anche del fatto che il messaggio arriva in modo molto più diretto. Ho provato ad adattare questo modo di operare anche sulla pittura, con l’uso del collage fotografico che andava a sostituire la mia esigenza di reale. Ho sviluppato una sintesi del tratto che imita quello infantile e tutto questo è avvenuto in un periodo della mia vita molto difficile e l’arte è stata per me una valvola di sfogo notevole.
– Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Sono stata ricoverata nel reparto psichiatrico di una città vicino Gaeta a causa della mia depressione e del mio disturbo alimentare che mi ha impedito di vivere serenamente. Ero diventata un pericolo per me stessa, per questa ragione sono stata portata in ospedale dove hanno concordato la mia permanenza in struttura. Lì l’ambiente è particolarmente difficile e non vedevo l’ora di uscire. Ricordo che le finestre erano oscurate, non si poteva guardare fuori mai. Il contatto con l’esterno era vietato, non potevo abbracciare o toccare la mia famiglia. In questo clima di tensione il mio cervello ha reagito quasi in modo automatico, spontaneo, con l’esigenza di dover dire qualcosa.

– Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Per fortuna quando lavoro la testa viaggia in un mondo parallelo di tranquillità e serenità, mi trovo spesso a sorridere da sola quando lavoro, quindi direi che queste sono le parole che utilizzerei.
– Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Non mi interessava fare qualcosa di diverso. Avevo bisogno di comunicare, di arrivare a realizzare qualcosa che parlasse per me perché io non ne sarei stata capace in quel momento. Le idee arrivavano mentre lavoravo, mano a mano. Sapevo solo che le immagini fotografiche dovevano essere di reportage, perché fosse tutto più vero. Non avevo intenzione di usare riviste di moda, non volevo l’artefatto, le pose, la finzione. Volevo frammenti di vita vera, di sofferenza, di nudità.
– Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Parto con il dire che i miei lavori non sono mai finiti davvero, vorrei sempre continuare a lavorarci all’infinito, ma non è possibile. Il tutto prende forma mentre dipingo e disegno, faccio in modo di trovarmi predisposta a questo genere di operazione. Non saprei come descriverlo, credo sia una specie di flusso di coscienza.

– Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Per la maggior parte i miei dipinti sono senza titolo. Ultimamente ho iniziato a dare una piccola dicitura che può essere considerato titolo in tutto e per tutto come nel caso di Inside. Un progetto che nasce durante il mio ultimo ricovero in psichiatria ed è poi stato continuato una volta dimessa.
– Quale sarebbe il loro significato?
Il titolo Inside, accostato alle immagini proposte nel progetto, è un riferimento al concetto di dentro/fuori che per me è stato molto importante. Uno spazio senza tempo in cui le giornate erano scandite dall’assunzione dei farmaci. La sensazione di essere bloccati, letteralmente. Infatti nel progetto appare sempre una casa, rappresentata in modo essenziale come farebbe un bambino. Non sempre la casa ha un’accezione positiva, può essere un rifugio come può essere ambiente angusto, senza finestre dalla quale si sente la necessità di fuggire.
– Quand’è che senti che il lavoro è finito?
La testa mi dice di fermarmi, anche se oggettivamente ci sarebbe ancora molto da fare. Potrei continuare ad intervenire all’infinito e non sentirmi mai davvero soddisfatta.

– Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
No, piuttosto mi arrangio con i materiali che ho a disposizione. Se dovessi fermarmi temo che potrei non trovare la stessa ispirazione o lo stesso stato d’animo con il quale ho iniziato.
– Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
1861. L’albo illustrato pubblicato nel 2025 con Aliribelli che racconta la storia dell’Unità d’Italia dal punto di vista del Sud, da chi ha subito l’unificazione. E’ un lavoro editoriale che mira a raccontare, sotto forma di fiaba, storie e dolore. Le illustrazioni monocromatiche vedono l’utilizzo del blu per conferire alle tavole una sorta di drammaticità che possa accompagnare la fiaba storica.
– Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Molti dicono di lavorare anche quando non si ha la predisposizione per farlo, con me questo modo di pensare non funziona. Non devo mai forzarmi a lavorare, preferisco avere davvero qualcosa da dire e aspettare di sentirmela davvero. Quando ciò accade guardo immagini, ne guardo tantissime, che siano sculture o fotografie. Guardo i lavori di mia madre che è una fotografa e cerco di trarre ispirazione dai dettagli, guardare attraverso i suoi occhi, oppure attraverso le ricerche per immagini dei grandi artisti. Deve scattare qualcosa, un colpo di fulmine quasi, che possa darmi il via. Cerco di visualizzare l’immagine nella mia testa e vado ad intervenire direttamente su tela. Non sono solita fare bozzetti oppure disegnare prima di andare a lavorare sul supporto, mi muovo istintivamente. Se dovesse non funzionare vado a coprirlo con un altro colore e ricomincio.
– Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Ho mantenuto i rapporti con alcuni professori ed ex studenti. Quando possiamo ci vediamo e ci tengo molto ad avere un confronto sui progetti che sto portando avanti. Devo ammettere che all’inizio avevo un sentimento contrastante nei confronti dell’Accademia. Durante il biennio sono riuscita a fare spazio all’affetto che provo per la città di Milano e alla struttura che mi ha ospitata per anni e a cui devo molto.
– Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E qual’è quello che tu preferisci?
Dal punto di vista pittorico direi Inside, ha riscosso particolare successo. Dal punto di vista editoriale Lo racconta il mare, per adesso.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
– I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Mi piacerebbe essere meno bloccata all’idea di condividere ciò che faccio con le altre persone. Sono sempre timorosa che ciò che faccio non venga colto davvero e che possa essere frainteso, quindi questo mi porta a pubblicare sui social molto meno della produzione effettiva.
– Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Direi che Milano, per una giovane ragazza, può essere una grandissima opportunità di crescita soprattutto per chi viene da un piccolo centro come il mio. Mi ha resa più autonoma e con una visione assolutamente più ampia e sono molto grata per questo. Questa magia milanese ha sicuramente influenzato il mio modo di lavorare. Anni fa non mi sarei mai sognata di realizzare opere come quelle che produco oggi. Ero molto più concentrata sull’estetica di un elaborato che sul concetto che si nasconde al suo interno.
– Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Al momento sto lavorando su un grande progetto editoriale che prevede la collaborazione con alcuni ex studenti della Scuola Holden di Torino per la scrittura di storie pensate per bambini e accompagnate da illustrazioni realizzate da me. E’ una splendida opportunità e vedere il progetto prendere forma è per me gratificante.

– Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Ho lasciato incompiuto un progetto sull’esoterismo che spero di concludere per la mostra personale di gennaio presso la Pinacoteca Antonio Sapone a Gaeta. Sarebbe una splendida occasione per me portare alla luce un progetto così grande.
– Cosa significa per te essere artisti oggi?
È una domanda che mi mette in difficoltà. Una parte di me direbbe essere in grado di comunicare con i mezzi espressivi appresi e essere in grado di farsi portavoce di tematiche anche importanti e saperle interpretare. Dall’altra parte non amo utilizzare la parola “artista” per definire qualcuno.
Basti pensare all’Art Brut o all’Outsider Art in cui persone che non hanno avuto una formazione artistica sono comunque in grado di far arrivare il loro mondo interno attraverso l’arte.
– Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Ammiro e stimo molte persone appartenenti alla dinamica braidense, tre di queste sicuramente sono Ljubica Scepovic, Gabriella Pugliano e Susanne Carrara. Avere avuto a che fare con loro e avere tutt’ora scambi dal punto di vista artistico è per me un modo arricchente di coltivare rapporti con colleghe e amiche.
Ringraziamo Greta Salipante per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguila sul suo profilo Instagram.
Scopri gli altri artisti emergenti sulla nostra rivista Venticento Art Magazine.