Infanzia, memoria e mancanza sono i temi chiave della ricerca di Rossana La Verde, giovane artista visiva e costumista. Attraverso materiali sensibili come il tessuto, il suo lavoro riflette sul corpo, sui suoi confini e sulle possibilità di trasformazione, creando installazioni materiche dal forte coinvolgimento emotivo, che fanno leva sul ricordo e sull’immaginazione.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Rossana La Verde e penso che questo racconto riassuma tante cose importanti per chi sono oggi. Quando ero alle superiori ho assistito a un momento magico al Teatro Greco di Siracusa: alla fine di uno spettacolo, quando è uscita la costumista, ho provato un’emozione nuova, una scintilla che mi ha fatto pensare: “Io voglio fare questo nella vita.”
Attraverso una serie di concatenazioni e casualità sono arrivata sorprendentemente vicina a quel desiderio. Credo che alla fine tutto torni sempre. Il caso, o qualsiasi altro nome abbia, mi ha posto davanti una serie di scelte che hanno modellato il mio percorso. Mi piace credere che alla fine tutto si incastri e le cose trovino il loro posto, funzionando tra loro e acquisendo un senso, almeno per me.
Quindi è successo che ho studiato Scultura all’Accademia di Brera, per poi proseguire con un percorso magistrale allo Iuav di Venezia, laureandomi in Moda e Arti Visive. Ho 28 anni e sono nata in Sicilia, cosa che tengo sempre a sottolineare perché con la mia terra, per molteplici ragioni, ho un legame profondo nonostante non ne conservi l’accento, visto che vivo a metà tra Milano e Lecco da quando sono piccola.

-Di cosa ti occupi?
Sono un’artista visiva e costumista per spettacoli teatrali e performance. La mia ricerca si articola attorno ai temi del lutto e dell’assenza, che si intrecciano con immaginari infantili e solo in apparenza leggeri. All’interno di questo dialogo continuo, rifletto sul corpo e sui suoi confini che intendo come riscrivibili e sempre in trasformazione.
Lavoro da sempre con una pluralità di medium e materiali e negli ultimi anni ho sviluppato una particolare affinità con i tessuti, perché grazie alla loro dimensione tattile ampliano la possibilità di instaurare con l’opera un rapporto di prossimità, quasi intimo, che mi interessa molto.
INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Vado un po’ a fasi, ultimamente sto ascoltando molto Caterina Barbieri, il suo video girato sull’Etna mi fa impazzire. E poi Bon Iver, che porto nel cuore da quando ero adolescente grazie alla mia migliore amica, che aveva gusti musicali decisamente più interessanti dei miei.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
“Estate 1993” di Carla Simón lo trovo un film delicato e profondo. Mi colpisce molto il modo in cui affronta il tema dell’infanzia e del lutto: si tratta di un approccio complesso, che lascia all’infanzia il suo spazio naturale e le permette di mescolarsi con il silenzio, il dolore, i tempi giusti, le risate e le piccole scoperte. È un film che ti lascia entrare in un’atmosfera intima, a contatto con la piccola protagonista, e in cui ogni gesto diventa rivelazione.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Trovo difficile rispondere a questa domanda perché non ho una vera e propria preferenza, tendenzialmente apprezzo un lavoro nel suo complesso e nella sua complessità, in base alla sua capacità di aprire uno spazio che sia emotivo o concettuale, in cui posso riconoscermi o perdermi.
In questo momento mi sento vicina alla ricerca di Lucy McRae: mi affascina la sua complessità, la natura stratificata del suo approccio e il modo in cui utilizza il corpo come luogo di trasformazione e possibilità. Nella sua lettura del mondo, sospesa tra immaginazione e scenari apocalittici, ritrovo molti dei temi che attraversano anche il mio lavoro.
Louise Bourgeois, invece, rappresenta per me una lingua familiare. Il suo lavoro ha aperto in me uno spazio emotivo in cui mi sono riconosciuta con una nitidezza sorprendente.
Ci sono poi opere che mi accompagnano da anni e che hanno contribuito a formare il mio sguardo. “Sometimes something leads to nothing” di Francis Alÿs è una di queste: in quel gesto minimo e in quel nothing che diventa tutto, trovo una verità che continua a parlarmi. L’altra è “Untitled (Placebo)” di Felix Gonzalez-Torres, che considero una delle opere che più mi emoziona, un gesto semplice e capace di contenere un dolore immenso e ineludibile.
Alla fine, questi lavori, ciascuno a suo modo, raccontano un vuoto che resta e che riconosco essere un nodo centrale della mia ricerca.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Dopo cena e anche la mattina molto presto: sono due momenti che per me hanno un valore speciale. Non amo particolarmente svegliarmi presto, ma quando accade mi sento fresca, come se avessi la vita tra le mani e tutto mi sembra più nitido. Il dopo cena, invece, mi avvolge sempre in una sorta di morbidezza e, che io sia stanca o meno, diventa un tempo di cura, un piccolo spazio in cui la giornata si raccoglie e si lascia ascoltare. È un momento che mi porta spontaneamente alla riflessione, come se una parte di me finalmente si sedesse a fare ordine.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica? Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Il nucleo della mia ricerca nasce da un evento legato alla mia infanzia: la perdita di un fratello poco dopo la nascita. Negli anni ho attraversato racconti familiari legati alla me bambina, scoprendo di aver posto, in quel periodo, una domanda rimasta senza risposta, dopo che mio fratello non era tornato con mia madre dall’ospedale.
Per questo, la mia poetica prende forma da un’assenza, e le mie opere sono sempre tentativi di colmare e rispondere a quella domanda. La mia ricerca si sviluppa come un tentativo costante di ricucire una ferita antica, riflettendo sulla fragilità dell’esistenza e sulla trasmissione del dolore attraverso le generazioni. Questo processo scaturisce da un bisogno intimo e urgente di recuperare ciò che resta enigmatico nella memoria.
In questo senso, il mio lavoro si configura come un atto di evocazione e attraverso materiali tattili e delicati cerco di dare forma a ciò che rimane indefinito, affidandomi a racconti tramandati dalle persone care, che diventano parte di una memoria condivisa. La mia ricerca si concentra così sulla responsabilità emotiva e sulla possibilità di riparazione attraverso la pratica artistica.
Negli ultimi anni, il mio lavoro si è sviluppato come una sorta di lettera aperta alla mia infanzia, in un’esplorazione emotiva che oscilla tra ricordo e immaginazione. L’immaginario che guida la mia pratica conserva una qualità infantile, dove tenerezza e dolore coesistono e dove l’atto dell’immaginare diventa uno strumento di ricostruzione per affrontare ciò che è stato perduto troppo presto.
Per me, l’infanzia è uno spazio da esplorare e nasce da qui il desiderio viscerale di ritrovare ciò che mi è stato sottratto. Le installazioni che realizzo diventano dimensioni sospese, in cui il silenzio affiora per trasformarsi in materia viva. La mia pratica assume così la forma di un’indagine emotiva, nutrita da frammenti drammatici, che tracciano i contorni di un’assenza costante, destinata a riaffiorare attraverso ciò che resiste al passare del tempo.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Mi sento me stessa e questo mi commuove. La mia pratica mi permette di dare voce al mio dolore e di mettermi in ascolto di certe sensazioni che altrimenti, probabilmente, resterebbero inespresse. In questi momenti, sento di essere nel posto giusto, al centro di ciò che davvero mi appartiene.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Avevo bisogno di trovare risposte attraverso le cose che mi circondavano. Per questo ho iniziato a rivolgermi agli elementi legati all’infanzia, nel tentativo di riappropriarmi della mia, dei ricordi che non possiedo più e della storia che cerco di riscrivere attraverso la memoria della mia famiglia.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro?
Dipende. A volte ho immagini molto nitide nella mente e cerco di rimanere fedele a quelle, ma il processo è sempre imprevedibile. Spesso emergono dettagli inaspettati e bellissimi, come è successo a Ficarra con Situ Festival. Sto ancora imparando a dare voce all’istinto, per poi tornare sul lavoro dopo qualche tempo, rileggerlo e riequilibrarlo,
lasciando che l’opera trovi la sua forma definitiva attraverso questo dialogo tra intenzione e scoperta.

-Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Tendenzialmente parto da un assetto teorico e progettuale, ma a volte sento il bisogno di prendere in mano i materiali per verificare se ciò che ho in mente funziona concretamente.
È proprio in quel momento che spesso nascono nuove idee, inizio a vedere i dettagli e le possibilità che prima mi sfuggivano, e il lavoro comincia a rivelarsi in modi inaspettati.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?
Per me i titoli sono fondamentali. La mia poetica si sviluppa parallelamente a una pratica di scrittura poetica, infatti, i titoli diventano parte integrante dell’opera, orientando consapevolmente la sua lettura. A volte il titolo arriva prima e il lavoro si costruisce intorno a esso, invece, altre volte emerge a metà o verso la fine del processo. In ogni caso, deve fare “click”, solo quando lo percepisco come quello giusto, mi sento soddisfatta e nella direzione giusta.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Questa è una domanda complicata, perché dipende molto dal lavoro. Se ho un’idea chiara e riesco a mantenerla fino alla fine, posso percepire l’opera come chiusa. Spesso, però, i nuovi lavori nascono come una prosecuzione di quelli precedenti, in modi che a volte non mi aspettavo e che possono non risultare immediatamente comprensibili; talvolta resta un legame che percepisco solo io.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Di solito cerco di avere un quadro generale di ciò che mi serve con un po’ di anticipo, ma mentre lavoro possono modificarsi i piani e può succedere che il progetto cambi e prenda una piega diversa. Cerco di capire dal lavoro stesso se ho davvero bisogno di quella cosa o se posso fare altri tentativi.
Per me è sempre una montagna russa, tra momenti di certezza e momenti di sconforto, per questo cerco di lasciare sempre spazio a intuizioni e cambiamenti lungo il percorso.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Non so se ne riesco a individuare uno in particolare, ma il più recente che mi ha spinta a riflettere è stato “Ho provato a dare peso al dolore che mi hai donato”, realizzato durante la mia residenza a Ficarra, in Sicilia, con Situ Festival, dove mi sono accorta che tutto tornava senza che io, forse, lo sapessi.
Infatti, di recente ho ripensato alla performance che ho deciso di fare non appena ho percorso per la prima volta le scale verso il luogo dove avrei dovuto lavorare. Ho indossato le opere con il loro peso verso quella altura, facendomi seguire per immortalarne il processo.
Ho pensato molto al mio progetto e, forse, spesso, durante il processo non ci si accorge di alcune cose fatte per istinto, e non gli si da abbastanza valore, al momento. Riguardando le foto della mia processione verso il Castello di Ficarra mi sembra che tutto si sia riconciliato, tutto tornava senza che io ne fossi pienamente consapevole. I gesti che mi erano necessari e che mi sono concessa sono diventati l’opera stessa.
A volte succede che lo sguardo che si allontana riesce a vedere dei bagliori impossibili da percepire quando si è immers* all’interno del processo, forse per questo dovrei crederci di più, perché alla fine, poi, tutto si incastra.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o altro?
Non succede mai nello stesso modo. Tendenzialmente succede che io unisca i punti mentre faccio ricerca, ma mi sento costantemente in uno stato di attivazione. Un’idea, un’immagine, una frase può arrivare in maniere differenti: mentre sto guidando, mentre parlo con qualcun* o quando sto per addormentarmi.
Osservo molto ciò che mi circonda e sono sempre in una modalità di accoglimento, anche per questo ogni cosa può dimostrarsi uno spunto da cui partire o con cui costruire.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Credo che l’Accademia abbia formato molto come lavoro e penso oggi. In accademia ho conosciuto divers* professor* che mi hanno dato spinte diverse e che considero fondamentali per il mio percorso artistico e per il mio modo di guardare il mondo.
Fabrizio Gazzarri, che purtroppo è venuto a mancare qualche anno fa, è stato il primo corso che ho seguito a Brera e mi ha formata, tra le altre cose, nell’attenzione ai dettagli, che fossero di natura teorica o pratica. Letizia (LETIA) Cariello è stata una figura centrale per imparare a costruire una poetica che fosse autenticamente mia. Con lei ho imparato a filtrare ciò che vedevo, leggevo e sentivo, trasformandolo in un progetto, a guardare il mondo con i miei occhi e a individuare sempre elementi utili per leggere la realtà, formando così il mio senso critico.
Bruno Muzzolini mi ha insegnato a osservare le cose da prospettive diverse, a usare la lente di ingrandimento e ad andare a fondo, mentre Donata Lazzarini mi ha spronata e guidata nella costruzione di una narrazione coerente, dandomi numerosi spunti e punti di riferimento che si sono rivelati molto puntuali rispetto alla poetica che man mano andavo a delineare.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
“Mi stringo, mi incastro, giro e cado” è il progetto che nasce come collezione finale per il laboratorio con Fabio Quaranta e Simone Rossi allo Iuav, ma ha poi assunto vite diverse in contesti molteplici girando molto: è stato utilizzato da stylist per alcuni editoriali, è finito sulla copertina di un album musicale e ha fatto dei viaggi in Rai. Adesso si sta dirigendo verso un altro spazio, ancora romano, e non mi sembra vero (presto ne parlerò).
Io invece non riesco ad avere un progetto preferito, però la performance “Il mio soliloquio con la pancia di mia madre” mi emoziona sempre, e nel suo cambiare leggermente ogni volta mi connette più profondamente alle mie forme. Forse gli voglio bene anche perché è stata la prima volta in cui ho usato il mio corpo per interagire con un mio lavoro.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Non è un linguaggio con cui ho particolare confidenza, ma cerco di costruire una narrazione del mio lavoro che funzioni per me. Lo uso un po’ come una sorta di portfolio e, tra l’altro, mi è capitato di ricevere diverse proposte interessanti proprio grazie a questo strumento.

-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano la ho vissuta intensamente durante gli anni di accademia, è una città complessa che offre molto, ma spesso capita che possa schiacciare. È un equilibrio difficile da sostenere, e devo dire che adesso, che la frequento meno spesso, le voglio un bene diverso, più maturo.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Ho alcuni progetti che mi porteranno ad andare un po’ su e giù per l’Italia ma non posso ancora fare spoiler, però c’è del movimento e sono felice. Nel frattempo sto anche portando avanti una performance con Beatrice Valessina e lo spettacolo KaraOCHE di Lucia Di Pietro, per il quale ho fatto da costumista, sta preparando alcune date.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?
Mi piacerebbe partecipare ad altre residenze, perché trovo sempre prezioso il confronto diretto con altr* artist*. Per ora ho in mente alcuni progetti, e mi sento in un flusso, piano piano le cose stanno trovando il loro posto e il loro spazio. Intanto, sto portando avanti quello che potrei definire un grande parco giochi morbido ed etereo.

durante la gravidanza, scultura in eco-pelliccia con le dimensioni attuali del ventre materno, musica di Andrea Greco, Traffic Gallery (foto di Beatrice Valessina).
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Essere artista può voler dire tante cose. Io, attraverso frammenti sparsi nel tempo, sto assorbendo cosa potrebbe significare per me. Sono profondamente legata all’idea di raccontare ciò che mi attraversa, perché credo nel corpo come filtro imprescindibile per pensare, soprattutto nell’arte. Per me questa risposta si annida in vari tentativi, come nel cercare di avvicinarmi a ciò che è ignoto attraverso forme di linguaggio che non siano solo linguistiche, riappropriandomi di memorie offuscate per rimettere insieme dei pezzi e interrogarmi, ogni volta, sul perché di ogni gesto. In questo percorso, creare legami con il mondo contemporaneo nelle sue contraddizioni e tensioni diventa essenziale, quindi la sfida è sempre quella di aprire il discorso, slabbrarlo, affinché l’arte possa mostrare altre domande che prima non esistevano.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Gaia Michela Russo, Rosa Frazzica, Gregorio Vignola e Pierfilippo Gatti.
Ringraziamo Rossana La Verde per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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