Gabriele Barbagallo

Le opere di Gabriele Barbagallo ci mostrano un processo artistico non tradizionale, un’indagine dell’immagine attraverso il linguaggio fotografico. Il lavoro di Gabriele consiste nel sottolineare le potenzialità della fotografia, mezzo artistico che come ogni altro strumento si evolve e ci rende partecipe dell’evoluzione dell’arte. La condivisione e la collaborazione sono fondamentali nella vita di Gabriele che ci mostra come l’arte possa contribuire ad un cambiamento.

Gabriele Barbagallo.

PRESENTAZIONE

Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Mi chiamo Gabriele Barbagallo, ho 24 anni e vengo dalla Sicilia. Attualmente vivo a Milano, dove frequento il biennio di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.

Di cosa ti occupi?

Mi occupo principalmente di fotografia, ma non nel senso più tradizionale del termine. Il mio interesse si concentra sul mezzo fotografico come linguaggio e dispositivo, inteso in chiave post-fotografica.

Mi interessa indagare come l’immagine, oggi, possa evolversi e contaminarsi con la tecnologia, la scienza e la cultura visiva contemporanea.

Gabriele Barbagallo, “Warmbodies”, fotogrammetria, 2024.

INTERESSI

Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Sì, la musica è per me una delle forme d’arte più totalizzanti, riesce a coinvolgermi completamente, anche fisicamente. Tra gli artisti che amo di più ci sono Rosalía e Arca — due figure che sento molto affini per la loro capacità di fondere linguaggi e identità, di creare universi sonori e visivi radicali.

Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

“All of Us Strangers” è uno dei film che più mi ha colpito recentemente. Ha un tono sospeso, atemporale, intimo e allo stesso tempo etereo. È uno di quei film che riescono a parlare di relazioni, memoria e desiderio in modo universale.

Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Amo assistere a performance o concerti dal vivo: credo che la dimensione performativa, il corpo e la presenza fisica dell’artista creino un tipo di coinvolgimento che nessuna immagine statica può replicare. Mi ispirano artisti capaci di creare universi paralleli al nostro in chiave post umana, come ad esempio Frederick Heyman.

C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

Il mattino. È il momento in cui la mente è più lucida e riesco a essere davvero produttivo e creativo. Ho bisogno di quella calma delle prime ore per costruire, devo infatti sempre alzarmi presto.

Gabriele Barbagallo, “Fantômes”, frame di video animazione in 3D, 2024.

LAVORO

Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Il mio interesse per la ricerca artistica non nasce da un contesto particolarmente stimolante o da esperienze museali precoci, in Sicilia, dove sono cresciuto, le occasioni di incontro con l’arte contemporanea erano rare. È nato piuttosto da una curiosità personale verso l’immagine fotografica e le sue potenzialità espressive. Da lì è diventato un linguaggio necessario.

Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?

All’inizio non pensavo affatto in termini di “arte”. Era un modo per giocare, per sperimentare, per creare insieme ad altri. Ho sempre lavorato in gruppo, con amici, credo che la condivisione e lo scambio siano da sempre alla base della mia pratica.

Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Direi la frenesia. È una sensazione costante — sono una persona impaziente e quando inizio un progetto non riesco a fermarmi finché non lo vedo prendere forma. Lavoro in modo molto rapido, quasi compulsivo, come se tutto dovesse uscire prima che si raffreddi.

Gabriele Barbagallo, “Warmbodies”, fotogrammetria, 2024.

Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

I miei progetti non sono mai nati dalla volontà di essere speciale, soprattutto all’inizio, non mi sono mai chiesto se fossero “nuovi” o “speciali” mi sono sempre chiesto se mi rappresentassero e se parlasse di quello che stavo vivendo in quel momento.

Non avevo e non ho tuttora mai un’idea chiara di quello che vado a fare, tutto parte da una singola idea o immagine che mi si crea e da li tutto si costruisce piano piano senza nessuna pianificazione.

Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

No, non ho mai pianificato, ho sempre voluto divertirmi nel far fluire le idee. La pianificazione nel mio caso avviene alla fine, quando riorganizzo tutto ciò che ho prodotto in un corpus finito.

Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

I titoli arrivano sempre alla fine. Come dicevo, per me l’organizzazione del progetto avviene solo dopo averlo portato a termine: il titolo, infatti, diventa una sorta di chiusura, un modo per sigillare e dare forma definitiva a qualcosa che ormai è compiuto.

Quale sarebbe il loro significato?

Spesso i titoli li interpreto come delle formule magiche che racchiudono tutto il senso del progetto, come se fossero una sorta di immagine essi stessi che possano racchiudere l’idea o la sensazione di quel lavoro.

Gabriele Barbagallo, “Warmbodies”, fotogrammetria, 2025.

Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Lavoro in modo molto intenso ma per periodi brevi. Dopo alcune settimane di immersione totale sento quando qualcosa si chiude naturalmente. Non riesco a portare avanti lo stesso progetto per mesi o anni: per me ogni lavoro nasce da un preciso stato d’animo o momento di vita, e prolungarlo significherebbe tradirne l’urgenza.

Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Più che per mancanza di materiali, mi capita di dovermi fermare a causa della tecnologia: software che non funzionano, tempi di rendering, o la necessità di imparare procedure nuove. Lavorare con strumenti digitali significa anche accettarne i limiti e i tempi di apprendimento, è un continuo processo di adattamento e scoperta.

Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

Non saprei dirlo io. Ogni progetto nasce da una necessità diversa, per cui è difficile metterli a confronto. Se affrontassi lo stesso tema più volte, potrei riconoscere quale lavoro funziona meglio, ma solitamente ogni serie è autonoma.

Gabriele Barbagallo, “Warmbodies”, fotogrammetria, 2024.

Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Non mi forzo mai a produrre. So che se mi impongo di creare, non lo farò. Ogni progetto nasce nel momento in cui deve nascere, da un’immagine, un’intuizione o un’urgenza. Quando accade, mi ci dedico completamente, in
modo totalizzante, fino a esaurirne il potenziale.

Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

Ho frequentato sia il triennio che il biennio a Brera. È stato un percorso importante, che mi ha dato una solida formazione teorica e mi ha insegnato a strutturare le mie idee. Ma soprattutto mi ha permesso di conoscere persone con cui condividere processi e progetti, che considero parte integrante della mia crescita artistica.

Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Credo che “Warmbodies” sia quello che ha avuto più riscontro esterno. Personalmente, sono molto legato a “Fantômes”, forse perché è quello in cui mi riconosco di più a livello emotivo e di ricerca.

Gabriele Barbagallo, “Fantômes”, frame di video animazione in 3D, 2024.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Credo che i social siano oggi strumenti fondamentali per diffondere il proprio lavoro e costruire reti. Allo stesso tempo, sono consapevole di quanto richiedano tempo ed energia per comunicare in modo coerente con i loro linguaggi. È un equilibrio difficile, cercare visibilità senza perdere autenticità.

Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Milano è una città che mi ha formato e influenzato profondamente. Non solo per le opportunità e l’energia culturale, ma per le persone e i contesti che ho incontrato. Ogni luogo in cui vivo diventa una componente del mio lavoro: i temi, le urgenze e persino il ritmo della città entrano sempre nei miei progetti.

Gabriele Barbagallo, “Warmbodies”, fotogrammetria, 2024.

Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Sto lavorando all’ampliamento di Alt_Ra, una piattaforma curatoriale dedicata alla realizzazione di mostre in realtà aumentata. L’obiettivo è renderla un progetto internazionale, capace di connettere artisti, curatori e istituzioni in nuove forme di fruizione digitale. So che richiederà tempo, ma credo nel suo potenziale.

Cosa significa per te essere artisti oggi?

Essere artisti oggi, soprattutto per un giovane in Italia, è una condizione complessa. Significa innanzitutto imparare a non assecondare, a non adattarsi passivamente a ciò che viene richiesto, ma continuare a credere nei propri progetti anche quando sembrano fuori contesto. Credo che oggi fare arte significhi affermare con forza il proprio pensiero, non per negare o distruggere ciò che è venuto prima, ma per contribuire a un cambiamento, per spostare lentamente la prospettiva da cui guardiamo le cose.

-Infine, ci indicheresti degli giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Sofia Salerno.


Ringraziamo Gabriele per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram .

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