Indira Offerman

Indira Offerman vede il suo lavoro con i video come una forma di resistenza, in cui la musica è la vera scintilla che fa nascere le immagini nella sua mente. Attraverso racconti che si muovono in cerchio, l’artista esplora la fragilità dei ricordi e mette in dubbio la realtà, dimostrando che le immagini non dicono mai una verità assoluta. Il suo è un tentativo di trasformare sogni, memorie d’infanzia e vecchi archivi per liberarli dal loro significato passato, lasciando lo spettatore davanti a domande aperte che non cercano una risposta definitiva.

Indira Elena Villa, in arte Indira Offerman.

PRESENTAZIONE 

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? Di cosa ti occupi?

Mi chiamo Indira Offerman, ho 28 anni, vengo dal Venezuela e vivo in Italia da quando avevo 15 anni. Attualmente sto frequentando il biennio di Arti multimediali del Cinema e del Video all’Accademia di Belle Arti di Brera e lavoro come videomaker e fotografa.

INTERESSI 

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito? 

La musica è sempre stata fondamentale nella mia vita. Prima di interessarmi all’arte ho studiato musica, ho imparato a suonare diversi strumenti tra cui la chitarra, la tastiera e il cuatro (tipico del mio Paese) e ho studiato canto per molti anni.

Trovo spesso difficile pensare a un cantante o a un gruppo preferito: le mie preferenze vanno a periodi e tendo ad affezionarmi più alla musica che agli artisti in sé. Però posso dire che negli anni ho sempre apprezzato molto il lavoro di Damon Albarn, sia con i Blur che con i Gorillaz. Invece, una canzone che mi diverte tantissimo e che considero tra le mie preferite è Cellphone’s Dead di Beck.

Indira Offerman, still da “I see them, they see me”, video 3 min 33 sec (loop), 2025.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere? 

Quarto Potere di Orson Welles.

– Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe? 

Solaris di Stanisław Lem.

-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura,  performance, ecc.? 

In generale, quelle che preferisco sono il video, la fotografia e la performance.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione? 

Hito Steyerl, senza dubbio.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente? 

Quella frazione di tempo tra le 4 e le 6 del mattino.

Indira Offerman, still da “I see them they see me”, video 3 min 33 sec (loop), 2025.

LAVORO 

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Credo che il mio interesse per la ricerca artistica abbia origine nella mia passione per la musica, tuttora un elemento fondamentale nel mio lavoro. Molti dei miei progetti nascono dalle immagini che associo a brani specifici, a dei testi o a suoni che mi trasmettono determinate sensazioni. A un certo punto mi sono accorta che la musica mi faceva da punto di partenza per immaginare interi montaggi nella mia testa.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o? 

Ho intrapreso un percorso accademico perché volevo approfondire questa propensione verso le immagini in movimento. La scelta del mezzo è stata quasi naturale, come se il linguaggio video fosse quello che, tra tutti, mi permetteva di parlare chiaramente agli altri.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori? 

Più che un’emozione, direi una sensazione di estrema concentrazione che difficilmente riesco a trovare in altri ambiti della mia vita.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Non avevo assolutamente idea di che cosa bisognasse fare, né so cosa si possa definire “necessario”. La mia ricerca nasce come un tentativo di rielaborare la realtà, di indagare sull’affidabilità della memoria e di mettere da parte ogni pretesa da parte delle immagini di rappresentare una verità assoluta. Attraverso narrazioni non lineari, prevalentemente circolari, il mio lavoro è quello di cercare di attivare un meccanismo che possa svuotare le immagini del loro significato passato, lasciando spazio a nuovi interrogativi destinati a non trovare risposta.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai? 

A volte arriva subito, a volte solo alla fine, quando sento di non dover aggiungere altro.

Indira Offerman, still da “I see them they see me”, video 3 min 33 sec (loop), 2025.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? 

Spesso parto da titoli che nascono da frasi o parole che richiamano le sensazioni che sto cercando; frequentemente questi mutano con l’evolversi del lavoro o, semplicemente, arrivano da soli alla fine.

-Quale sarebbe il loro significato? 

A volte sono dei piccoli suggerimenti, a volte delle vere e proprie dichiarazioni.

Indira Offerman, still da “Inexorable”, video 18 min 09 sec (loop), 2023.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Quando non ho più niente da dire. Come quando arriva la consapevolezza che è il momento di andare via da un posto.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di  pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi? 

Non mi piace fermarmi davanti alla mancanza di materiale. Piuttosto, porto avanti altri aspetti del lavoro mentre cerco di risolvere il problema.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri? 

Penso che per me I see them, they see me, Inexorable e Two of Swords siano quelli che funzionano di più. 

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro? 

Alcuni dei miei lavori nascono da sensazioni, da sogni particolarmente lucidi o da ricordi d’infanzia; altri dal ritrovamento di materiali come immagini d’archivio o documenti di vario tipo. Tutti, però, sono accomunati dalla stessa necessità: quella di processare quell’informazione e di trasformarla in qualcos’altro.

Indira Offerman, still da “Inexorable”, video 18 min 09 sec (loop), 2023.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari. 

Ha sicuramente avuto i suoi pro e i suoi contro. Dal punto di vista teorico mi ha dato tanto: ho avuto l’opportunità di conoscere tantissimi artisti che ora apprezzo molto e che hanno influenzato il mio percorso. L’unica cosa che mi sento di criticare è la scarsa formazione tecnica e la mancanza di strumenti per affrontare il mondo del lavoro come artista. Nessuno ti dice che la parte creativa è solo una piccola frazione del processo rispetto a tutto quello che arriva dopo, come la comunicazione, il networking, ecc.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Non saprei dire quale sia il più apprezzato. Quello a cui sono più affezionata è Two of Swords, forse perché tra tutti è stato il più difficile da realizzare, quello in cui ho raggiunto risultati che all’epoca non avrei immaginato. Inoltre, mi ha dato la possibilità di lavorare a stretto contatto con un mio caro amico, Stefano Giordano, che ha recitato nei panni del protagonista, con cui ora collaboro e che stimo molto.

Indira Offerman, still da “Two of Swords”, video 8 min 14 sec, 2021.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO 

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed  essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Ho un rapporto ambivalente con i social: da un lato sento una certa resistenza verso tutto quello che riguarda i social media, nonostante io sia cresciuta con internet e sia chronically online ormai da tanti anni; dall’altro sono consapevole che possano essere utili per far conoscere il mio lavoro.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

La trovo una città stimolante, ma la frequento poco, motivo per cui non è il tipo di luogo a cui mi sento più legata.

Indira Offerman, still da “Mother Mountain”, video 1 min 25 sec, 2020.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Concludere gli studi e concentrarmi sul lavoro e sulla realizzazione di un progetto che pianifico da tempo.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Il mio primo lungometraggio.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Una forma di resistenza, un costume da indossare, una luce in fondo al tunnel (quando non è un treno).

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Miriam Pilia, Nasim Arefi e Federico Montaresi in arte Trasparente.


Ringraziamo Indira Offerman per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

Scopri altri artisti emergenti sulla nostra rivista Venticento Art Magazine.