Giulia Tani racconta la propria ricerca artistica, in cui la musica diventa il punto di partenza per composizioni astratte e processi creativi spontanei, esplorando il rapporto tra emozione, gesto e sperimentazione pittorica.

PRESENTAZIONE
–Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? Di cosa ti occupi?
Mi chiamo Giulia Tani, sono nata a Milano, ho 23 anni e, dopo aver frequentato il liceo classico, mi sono iscritta alla facoltà di pittura all’Accademia di Brera: ora sto concludendo il terzo anno.
L’arte, in varie forme, occupa da sempre un posto importantissimo nella mia vita. Attualmente, al centro del mio interesse c’è la pittura, coinvolta in un rapporto sinestesico con la musica contemporanea, che è fonte di ispirazione per i miei dipinti.
Sono anche un’appassionata di concerti, in occasione dei quali mi piace sperimentare un’altra mia passione, che è la fotografia.
Mi interessano molto anche altri ambiti, come la curatela.
INTERESSI
–Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual è il tuo brano preferito?
Devo dire che ascoltare la musica per me è diventata, nel corso degli anni, una vera e propria ossessione, perché mi accompagna ormai in moltissimi momenti della vita e, come dicevo prima, è anche fonte di ispirazione per la mia ricerca artistica attuale.
Mi piace molto la musica pop e indie, ascolto anche un po’ di rap e rock, sia di artisti italiani che stranieri.
A prescindere dal fatto che la musica di base mi piace praticamente tutta, potrei indicare sia alcuni gruppi del passato (i Queen e i Beatles), sia più attuali come i The Vamps, Dua Lipa, Fulminacci, Rkomi e tanti altri.
Un’artista che mi ispira particolarmente (a livello artistico e personale) è sicuramente Rose Villain: ho fatto un po’ mia la sua poetica in cui coesistono elementi antitetici tra loro, come luce e ombra, che sono entrambe necessarie. Condivido il concetto secondo cui anche i momenti “di oscurità” che ci appaiono difficili sono essenziali per “fiorire e arrivare alle stelle”.

-Se dovessi identificarti in un libro, quale sarebbe?
Non ritengo ci sia proprio un libro in cui io possa identificarmi; vorrei però citare Fiabe danesi a cura di Bruno Berni e Gli dei dell’Olimpo. Storia di una sopravvivenza di Barbara Graziosi, che ho trovato molto interessanti perché sono appassionata di mitologia e folklore popolare nordico.
-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?
Sicuramente, come detto in precedenza, la pittura è la forma che preferisco, ma credo che siano altrettanto interessanti la produzione di stampe con tecniche calcografiche e la scultura, materie che ho sperimentato quest’anno e che mi hanno appassionato.
–C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Tra i vari artisti che mi ispirano costantemente, vorrei ricordare in particolare Jack Coulter, artista irlandese nato nel 1994, che è un pittore sinestesico che dipinge opere astratte ispirate all’ascolto musicale.

–C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Un momento della giornata che sicuramente mi affascina è l’ora del tramonto, per i colori che solitamente lo caratterizzano e anche perché è un momento di passaggio tra la luce e le tenebre. Devo dire che anche la notte mi affascina molto: da piccola avevo molta paura del buio, mentre adesso lo associo a un momento di quiete e di possibilità di riflessione; mi intriga molto.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Fin da piccola ho sempre dipinto e disegnato molto. Mi sono però iscritta al liceo classico e ho continuato a dedicarmi all’arte pratica guardando dei tutorial online e sperimentando un po’ per conto mio. Successivamente ho sentito dentro di me che non volevo che tutto ciò fosse solo una passione, ma che diventasse parte anche della mia professione futura, così mi sono iscritta all’Accademia.
-Da dove ti è venuta l’idea/come ci sei arrivata?
L’idea riguardo ciò che sto facendo adesso nasce da un’esigenza di poter tirare fuori il mio mondo interiore: dipingere mi ha aiutato tanto a capirmi e a conoscere parti di me che mi erano sconosciute. Devo dire però che, con il passare del tempo, sono riuscita un po’ a “liberare” la pittura da un obbligo che le avevo un po’ imposto, di dover a tutti i costi esprimere sempre e solo il mio stato emotivo, e a ritrovare l’aspetto più ludico e di curiosità che è quello che mi ha portato, fin da quando sono piccola, ad avvicinarmi all’arte.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Faccio fatica a nominarne una sola, perché dipende proprio dal momento in cui sto dipingendo e dalla canzone che sto ascoltando: sicuramente cerco di essere molto concentrata e “dentro” l’opera che sto realizzando.
-Prima di cominciare a lavorare hai già un’idea chiara di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Prima di iniziare a lavorare cerco proprio di non avere un’idea a priori, perché voglio che tutto il processo sia il più spontaneo possibile e sia guidato dall’ascolto della musica. A volte parto con le idee chiare sui colori che voglio utilizzare se conosco già bene il brano musicale su cui decido di lavorare, ma anche in questo caso dipende un po’ dal momento: a volte sembra quasi che il quadro si componga da solo.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Qual è il loro significato?
Io tendo a non dare titoli ai miei lavori, ma a scrivere, in caso, il riferimento della canzone da cui mi sono ispirata, perché preferisco lasciare alle persone la libertà di poter vedere quello che vogliono all’interno di ciò che dipingo.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
È difficile da dire, tendenzialmente lo sento e basta: è una cosa istintiva.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Ne direi due in particolare. Il dipinto ispirato all’ascolto del brano di Lucio Corsi, realizzato l’anno scorso, è il primo. Ero in un momento un po’ difficile perché mi sentivo poco ispirata e facevo lavori che non mi soddisfacevano molto; a un certo punto ricordo di aver deciso di provare davvero a fare qualcosa di non mediato dalla razionalità (che spesso interviene troppo quando lavoro) e così ho dipinto lasciandomi libera di rapportarmi al supporto pittorico: mentre lo stavo realizzando ho sentito di essere riuscita a trovare un equilibrio perfetto tra il mio stato emotivo e razionale.
Il secondo è l’opera ispirata all’ascolto di “Last Night” (The Vamps), perché anche qui ho percepito, mentre lo stavo realizzando, una sensazione di totale libertà.
-Raccontaci come nasce il tuo lavoro. Parte da un’idea, una sensazione o che altro?
Non esiste un modo preciso a priori: a volte scelgo di assecondare uno stato emotivo del momento e lavoro sull’ascolto di musica coerente con questo mio sentire; altre volte, come nel caso della serie di dipinti realizzata con la polvere di ferro ossidata, faccio una riflessione a monte sul concetto che voglio esprimere (in questo caso, la dinamicità che ogni brano porta con sé, espressa attraverso un cambiamento cromatico che si ossida progressivamente).

-Hai fatto un percorso all’Accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio? Come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Questo percorso non è stato solo un percorso dove ho imparato tante cose, ma è stato proprio un viaggio dentro me stessa: essendo una persona molto timida e introversa, all’inizio, nonostante sapessi di voler effettivamente fare l’artista, vedevo questo mondo come qualcosa di difficile per me, perché l’idea di dover condividere qualcosa che riguarda la mia interiorità mi spaventava molto.
Piano piano ho imparato a superare questo limite e, come ho già detto, la pittura mi ha aiutato ad accettarmi di più e ad andare oltre al limite.
L’Accademia mi ha anche offerto la possibilità di incontri significativi sia con insegnanti che con alcuni compagni.
-Qual è il lavoro che è stato finora più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
I lavori più apprezzati sono i cinque realizzati con inchiostri acrilici e polvere di ferro (serie “senza titolo”, ispirati a “Click Boom!” di Rose Villain).
Per quanto riguarda il mio gusto personale, me ne piacciono diversi: oltre a questa serie e ai lavori citati in precedenza in risposta alla domanda “quali secondo te funzionano di più”, direi anche l’opera realizzata con i colori nero e rosso violaceo, che si presenta come una trama fitta e allude ai concetti contrastanti di oscurità/rinascita che appartengono alla vita di tutti noi, ma che sento particolarmente forti come tematica personale. L’opposizione ma anche la coesistenza di opposti è infatti un altro aspetto che fa parte della mia ricerca artistica ma anche della mia persona.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
–I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti: tu come vivi questa dimensione? E soprattutto quanto la reputi importante per ciò che fai?
I social sicuramente possono essere sfruttati in modo positivo, usandoli come vetrina per mostrare i propri lavori e per creare una rete di contatti, anche importanti. Penso però che sia fondamentale coltivare i rapporti dal vivo e soprattutto tenere conto che avere le opere fisicamente davanti a sé è completamente diverso rispetto a vederle attraverso uno schermo, non solo per il rapporto con lo spazio e con l’ambiente circostante, ma anche per l’impatto che l’opera d’arte reale esprime.

-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano è la città in cui sono nata, quindi le sono sicuramente molto legata ma, allo stesso tempo, in più di un’occasione mi sta un po’ stretta: è il tipico rapporto “amore e odio”. Stando qui ho imparato che si può raggiungere ogni cosa che si desidera se ci si impegna per davvero (e aggiungerei, se ci si crede fino in fondo!).
Questo insegnamento mi serve per ricordarmi di dedicarmi con costanza, entusiasmo ed energia alla mia arte. Sicuramente, a volte, questa mania di dover essere sempre attivi è stressante e un po’ patisco la pressione di non concedermi quasi di potermi fermare.
Mi viene spesso da pensare che se Milano avesse il mare (che amo molto) metà dei problemi sarebbero risolti
-Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e progetti? Quali sono quelli che non sei ancora riuscito a realizzare?
I miei prossimi obiettivi sono sicuramente continuare a formarmi tanto, imparare e sperimentare con altre tecniche e altri materiali. In più, sicuramente realizzare altre mostre oltre a quelle che ho già fatto e quella che sto organizzando per il mese di agosto.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
È una domanda complessa.
Innanzitutto penso che essere artisti voglia dire avere la capacità di vedere le cose in modo diverso e con occhi sempre nuovi, senza far finta, chiaramente, che le cose negative che stanno succedendo non esistano.
Mi è capitato di rivedere su Instagram un video di una piccola parte del film “La storia infinita”, che ho visto parecchi anni fa, in cui il regno di Fantàsia, che scaturisce dai sogni dell’umanità, rischia di svanire a causa del dilagare del “Nulla”, alimentato dal fatto che le persone non hanno più capacità di sognare e, per questo, sono ormai prive di speranza. Penso che l’arte, stimolando l’immaginazione, possa migliorare questo mondo, facendo stare bene non solo chi la realizza ma anche chi ne usufruisce. Mi impegnerò affinché, nel mio, possa sempre essere così.

–Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Tra le varie persone che ho incontrato, mi sento di menzionare le tre che, ciascuno in modo diverso, hanno contribuito alla mia evoluzione artistica e/o personale: Greta Salerno, Ilaria Jorizzo e Antonio Alberti.
Ringraziamo Giulia Tani per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram!
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