Gaia Michela Russo

La ricerca artistica di Gaia Michela Russo nasce dal bisogno di comunicare e trasformare emozioni interiori in immagini, esplorando numerosi linguaggi. Molto attenta al mondo e ai temi dell’infanzia, della memoria e dei riti quotidiani, Gaia si muove in continuazione tra il gioco, la riflessione e la connessione emotiva.

Gaia Michela Russo.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Sono nata il 29 agosto 1998 a Milano, con i treni di stazione centrale come sottofondo costante delle mie giornate.


-Di cosa ti occupi?

Nella vita mi sono occupata di tante cose. L’arte sta al centro, tutto il resto ci ruota intorno per cercare di aggiungere senso e sostanza a quello che faccio. Ho lavorato come babysitter per moltissimi anni per pagarmi gli studi, e questo ha inevitabilmente influenzato e trasformato la mia pratica: spesso i miei lavori dialogano con il mondo dell’infanzia e si trasformano in giochi, laboratori, dispositivi di apprendimento e di crescita. Ho lavorato tanto anche in teatro e anche questo mi ha portata a riflettere sul corpo e sulla performance come mezzo potente per raccontare e per evolvere.

Gaia Michela Russo, “Daily Actions”, video-performance, 2024.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Amo molto la musica ma non ho un preferito, non lo ho quasi in nessun ambito della vita. Mi impunto, mi fisso e ascolto la stessa canzone per giorni, poi mi stanco e passo ad altro. A volte poi ritorno lì e sento tutto quello che sentivo prima, come se potessi tornare indietro nel tempo.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Anche qui, come sopra, non ho preferenze. Per me il medium è direttamente collegato al significato e al messaggio che l’opera vuole trasmettere. Non c’è dunque un mezzo che prediligo, sia nella fruizione che nella realizzazione: c’è il giusto medium per ogni cosa, l’importante è che queste due sfere siano in contatto e funzionino.

Un’artista che ha segnato profondamente il mio rapporto con l’arte è Marina Abramovic. All’inizio della mia pratica ho sicuramente preso ispirazione da lei. Ora mi sento invece piuttosto lontana ma rimane un’artista e una donna che stimo, soprattutto per la forza, la determinazione e l’intelligenza con cui è riuscita a sfuggire ad un passato complesso. Forse in questo continuo a rispecchiarmi.

Un altro artista che amo molto è Francis Alys: la sua poetica mi tocca profondamente.

Gaia Michela Russo, “Fantasmagoria”, installazione video, 2021, qui in mostra al Museo Civico di Castelbuono (Palermo).

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

In questo momento della vita no, tutto va molto veloce ed è difficile scegliere un tempo in cui mi trovo meglio di un altro. Ho però un rapporto speciale con le ore serali: quando ero bambina ero terrorizzata dal buio, dai sogni e dal momento del sonno. In adolescenza invece è diventato il momento più fertile: mi chiudevo in camera e disegnavo, cucivo, modellavo la creta, sempre con la musica (e i treni della stazione) nelle orecchie. Mi sentivo in pace in un momento della vita in cui pace non c’era mai. Adesso guardo a quei momenti, sia nell’infanzia che nell’adolescenza, con estrema dolcezza. Uno degli ultimi lavori che ho realizzato – per la residenza “Nutrimenti”, ma mi piacerebbe continuare a svilupparlo – racconta proprio del momento della buonanotte come un momento magico, catartico e curativo.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Il mio interesse non è nato dalla ricerca ma dal fare, dal trasformare in immagine tutto quello che mi ribolliva dentro e che ancora non conoscevo. Ora che ho scoperto cos’era, ora che gli ho dato un nome e un cognome, riesco a vederlo tutto dentro quei tentativi acerbi e maldestri di fare arte.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?

Non è mai stata un’idea e non amo neanche dire che è stata un’esigenza. Semplicemente mi ci trovavo bene. Per molto tempo ho avuto grosse difficoltà a comunicare con il mondo esterno e l’arte mi ha dato questa immensa possibilità, che mi ha permesso di evolvermi e aprirmi all’altro. Mi piace pensare che abbia permesso anche agli altri di vedermi un po’ di più.

Gaia Michela Russo, frame da “Lo stato originale delle cose”, video, 2023.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Quello che faccio ora è molto “intellettuale”: il fare ha lasciato il posto al pensare, all’interagire e al creare collegamenti. Quello che provo è eccitazione. Sono felice, ansiosa di arrivare al risultato ma anche ansiosa di non riuscire. I lavori per me si avvicinano più a un gioco. Quando però metto le mani a lavoro torna quella pace che sentivo quando il fare era al centro di tutto.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Sentivo semplicemente che fare mi faceva stare bene. Poi con lo studio e la ricerca ho capito dove incanalare quelle energie, cosa volevo comunicare e perché.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Il mio cervello lavora in una maniera tutta sua. Io vivo, faccio le mie cose, lavoro, esco con gli amici e non penso. A un certo punto arriva una sorta di illuminazione, che illuminazione non è. Tutto quello che è successo in background nella mia testa si unisce e magicamente arriva l’idea. Da quando arriva l’idea a quando il lavoro è pronto, se non ci si mette di traverso la vita, è questione di giorni, perché entro in un vortice che mi fa fare tutto in un attimo. Poi più nulla per mesi.

Gaia Michela Russo, “My man”, installazione video e meccanica, 2019.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Dipende dal tipo di lavoro, tendenzialmente sono molto importanti, se non parte dell’opera stessa. Arrivano sempre un po’ a metà, come l’ultimo tassello di quell’idea che si manifesta.  È un po’ come quando nasce un bambino: viene al mondo, quindi ha bisogno di un nome. Non è ancora la persona che diventerà, ma quel nome, in qualche modo, inizia già a plasmarlo.

-Quale sarebbe il loro significato?

Il significato del titolo spesso aggiunge un’ulteriore stratificazione a quello che si vede (e che si legge: spesso uso la parola all’interno dell’opera stessa). È un modo per rendere più completo il lavoro, per aggiungere un’altra chiave di lettura, per permettere  a chi guarda l’opera di leggere qualcosa del mio personale significato, senza andare a toccare il lavoro stesso, lasciando intatto quello che lo spettatore può cogliere.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Il lavoro è finito quando è esattamente come lo avevo in mente.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?

Quasi mai. Se mi manca qualcosa me lo invento, trovo qualcosa per sostituirlo, mi arrangio, perché la smania di arrivare alla fine è troppa.

Gaia Michela Russo, “Senza titolo” (realizzato per la residenza artistica “Nutrimenti”), installazione realizzata con lenzuolo ricamato a mano, audio e disegni, 2025.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Come dicevo il mio processo creativo è un po’ imprevedibile. Tendenzialmente però la scintilla scatta da un input, un tema (prima era per gli esami, adesso per bandi e residenze) che mette in moto qualcosa. Mi piace molto creare collegamenti di parole, di immagini, di senso, andando a creare una sorta di stratificazione di significati.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

I primi tre anni all’Accademia sono stati molto belli e intensi. Al di là dell’aspetto formativo, sono stati per me un’occasione di crescita personale: mi hanno dato modo di sfidarmi, di confrontarmi con alcune fragilità e di migliorarmi come persona — e quindi anche come artista.

Un incontro particolarmente significativo è stato quello con la professoressa Donata Lazzarini, che mi ha aiutata a guardare all’arte in modo più aperto e libero, meno accademico, paradossalmente. Il suo approccio era cucito addosso alla persona, all’artista e alle sue peculiarità, dando spazio e fiducia al guizzo creativo, senza l’obbligo di aderire a canoni prestabiliti.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Quale sia stato il più apprezzato non lo saprei dire. Ho spesso ricevuto riscontri positivi ma non saprei davvero quantificare.

Quello a cui sono più affezionata forse è “Lo stato originale delle cose”. Mi rimanda indietro tante sensazioni che sono profondamente mie ma anche diametralmente lontane. Il senso di malinconia che mi arriva è sì per un tempo che è andato ormai perduto ma anche per un tempo che così, giallo, gioioso, allegro, non l’ho mai percepito.

La risata brillante della mia meravigliosa attrice (una dell* bimb* a cui ho fatto da babysitter per più tempo, tornando a come il lavoro “obbligato” si sia riversato nella mia pratica) mi provoca grande gioia e commozione e insieme un senso profondo di sconforto: quel tempo non è andato perduto, semplicemente non è mai esistito. Eppure proprio da lì si apre una porta: se non è mai esistito, allora posso costruirlo — con l’arte, con la vita.

Gaia Michela Russo, “Senza titolo” (realizzato per la residenza artistica “Nutrimenti”), dettaglio della composizione grafica realizzata con gli abitanti della città, 2025.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Non la reputo fondamentale ma ha comunque un suo senso. Ho provato ad usare i social in maniera più “professionale” ma non mi riesce. La vita è già piena di cose da fare, se devo anche pensare a trasformare Instagram in una vetrina non riesco a starci dietro. Però lo uso: pubblico quello che faccio, più come un diario, per il piacere di condividerlo con gli amici, sperando che comunque possa essere utile.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Sono nata, cresciuta e rimasta a Milano fino a due settimane fa. Per me Milano è la normalità, gli stimoli che ti dà sono gli stimoli del mondo e le possibilità non sono diverse. Poi guardando e guardandomi dall’esterno è inevitabile rendersi conto delle differenze, degli input che può darti una città come Milano. Sicuramente poter andare a visitare un posto come l’Hangar Bicocca da quando ho iniziato a frequentare il liceo ha dato un’impronta importante sia al mio modo di essere che alla mia pratica. Certamente il luogo ha un’influenza su chi lo abita, non è scontato però riuscire a prenderne il meglio o a non esserne sopraffatti. 

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

Adesso, per rimanere in tema, mi sono appena trasferita a Genova, dunque il mio obiettivo principale è quello di ri-costruirmi una rete qui sul territorio. Mi piacerebbe riuscire a portare avanti la mia ricerca attraverso esperienze di residenza, sono un modo meraviglioso per conoscere nuove persone, nuovi luoghi e nuove modalità, riuscendo a portare avanti la propria pratica e avendo i mezzi per sviluppare idee altrimenti irrealizzabili. 

Gaia Michela Russo, frame da “Se dovessi imparare a parlare”, video-installazione, 2021.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?

Come accennavo prima, mi piacerebbe poter sviluppare il lavoro di raccolta e archivio delle storie della buonanotte, delle ninna nanne e degli oggetti transizionali. Credo che un momento così intimo e al contempo così universale possa restituire una visione laterale dell’essere umano e della sua natura, scavando in quello che appare come un istinto primordiale nonostante – soltanto all’apparenza – non abbia nulla a che vedere con un bisogno primario.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Essere artista, per me, dovrebbe significare essere a servizio della comunità. Creare luoghi, connessioni, dispositivi in grado di restituire qualcosa alla collettività, dare degli strumenti per leggere la realtà in modo diverso e, perché no, anche per riscriverla. 

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano o hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Luna Curri, Rossana La Verde, Jessica Calizzi e Selene Ghiglieri.


Ringraziamo Gaia Michela Russo per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.

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