La ricerca artistica di Gaia Michela Russo nasce dal bisogno di comunicare e trasformare emozioni interiori in immagini, esplorando numerosi linguaggi. Molto attenta al mondo e ai temi dell’infanzia, della memoria e dei riti quotidiani, Gaia si muove in continuazione tra il gioco, la riflessione e la connessione emotiva.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Sono nata il 29 agosto 1998 a Milano, con i treni di stazione centrale come sottofondo costante delle mie giornate.
-Di cosa ti occupi?
Nella vita mi sono occupata di tante cose. L’arte sta al centro, tutto il resto ci ruota intorno per cercare di aggiungere senso e sostanza a quello che faccio. Ho lavorato come babysitter per moltissimi anni per pagarmi gli studi, e questo ha inevitabilmente influenzato e trasformato la mia pratica: spesso i miei lavori dialogano con il mondo dell’infanzia e si trasformano in giochi, laboratori, dispositivi di apprendimento e di crescita. Ho lavorato tanto anche in teatro e anche questo mi ha portata a riflettere sul corpo e sulla performance come mezzo potente per raccontare e per evolvere.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Amo molto la musica ma non ho un preferito, non lo ho quasi in nessun ambito della vita. Mi impunto, mi fisso e ascolto la stessa canzone per giorni, poi mi stanco e passo ad altro. A volte poi ritorno lì e sento tutto quello che sentivo prima, come se potessi tornare indietro nel tempo.
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Anche qui, come sopra, non ho preferenze. Per me il medium è direttamente collegato al significato e al messaggio che l’opera vuole trasmettere. Non c’è dunque un mezzo che prediligo, sia nella fruizione che nella realizzazione: c’è il giusto medium per ogni cosa, l’importante è che queste due sfere siano in contatto e funzionino.
Un’artista che ha segnato profondamente il mio rapporto con l’arte è Marina Abramovic. All’inizio della mia pratica ho sicuramente preso ispirazione da lei. Ora mi sento invece piuttosto lontana ma rimane un’artista e una donna che stimo, soprattutto per la forza, la determinazione e l’intelligenza con cui è riuscita a sfuggire ad un passato complesso. Forse in questo continuo a rispecchiarmi.
Un altro artista che amo molto è Francis Alys: la sua poetica mi tocca profondamente.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
In questo momento della vita no, tutto va molto veloce ed è difficile scegliere un tempo in cui mi trovo meglio di un altro. Ho però un rapporto speciale con le ore serali: quando ero bambina ero terrorizzata dal buio, dai sogni e dal momento del sonno. In adolescenza invece è diventato il momento più fertile: mi chiudevo in camera e disegnavo, cucivo, modellavo la creta, sempre con la musica (e i treni della stazione) nelle orecchie. Mi sentivo in pace in un momento della vita in cui pace non c’era mai. Adesso guardo a quei momenti, sia nell’infanzia che nell’adolescenza, con estrema dolcezza. Uno degli ultimi lavori che ho realizzato – per la residenza “Nutrimenti”, ma mi piacerebbe continuare a svilupparlo – racconta proprio del momento della buonanotte come un momento magico, catartico e curativo.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Il mio interesse non è nato dalla ricerca ma dal fare, dal trasformare in immagine tutto quello che mi ribolliva dentro e che ancora non conoscevo. Ora che ho scoperto cos’era, ora che gli ho dato un nome e un cognome, riesco a vederlo tutto dentro quei tentativi acerbi e maldestri di fare arte.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Non è mai stata un’idea e non amo neanche dire che è stata un’esigenza. Semplicemente mi ci trovavo bene. Per molto tempo ho avuto grosse difficoltà a comunicare con il mondo esterno e l’arte mi ha dato questa immensa possibilità, che mi ha permesso di evolvermi e aprirmi all’altro. Mi piace pensare che abbia permesso anche agli altri di vedermi un po’ di più.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Quello che faccio ora è molto “intellettuale”: il fare ha lasciato il posto al pensare, all’interagire e al creare collegamenti. Quello che provo è eccitazione. Sono felice, ansiosa di arrivare al risultato ma anche ansiosa di non riuscire. I lavori per me si avvicinano più a un gioco. Quando però metto le mani a lavoro torna quella pace che sentivo quando il fare era al centro di tutto.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Sentivo semplicemente che fare mi faceva stare bene. Poi con lo studio e la ricerca ho capito dove incanalare quelle energie, cosa volevo comunicare e perché.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Il mio cervello lavora in una maniera tutta sua. Io vivo, faccio le mie cose, lavoro, esco con gli amici e non penso. A un certo punto arriva una sorta di illuminazione, che illuminazione non è. Tutto quello che è successo in background nella mia testa si unisce e magicamente arriva l’idea. Da quando arriva l’idea a quando il lavoro è pronto, se non ci si mette di traverso la vita, è questione di giorni, perché entro in un vortice che mi fa fare tutto in un attimo. Poi più nulla per mesi.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Dipende dal tipo di lavoro, tendenzialmente sono molto importanti, se non parte dell’opera stessa. Arrivano sempre un po’ a metà, come l’ultimo tassello di quell’idea che si manifesta. È un po’ come quando nasce un bambino: viene al mondo, quindi ha bisogno di un nome. Non è ancora la persona che diventerà, ma quel nome, in qualche modo, inizia già a plasmarlo.
-Quale sarebbe il loro significato?
Il significato del titolo spesso aggiunge un’ulteriore stratificazione a quello che si vede (e che si legge: spesso uso la parola all’interno dell’opera stessa). È un modo per rendere più completo il lavoro, per aggiungere un’altra chiave di lettura, per permettere a chi guarda l’opera di leggere qualcosa del mio personale significato, senza andare a toccare il lavoro stesso, lasciando intatto quello che lo spettatore può cogliere.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Il lavoro è finito quando è esattamente come lo avevo in mente.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Quasi mai. Se mi manca qualcosa me lo invento, trovo qualcosa per sostituirlo, mi arrangio, perché la smania di arrivare alla fine è troppa.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Come dicevo il mio processo creativo è un po’ imprevedibile. Tendenzialmente però la scintilla scatta da un input, un tema (prima era per gli esami, adesso per bandi e residenze) che mette in moto qualcosa. Mi piace molto creare collegamenti di parole, di immagini, di senso, andando a creare una sorta di stratificazione di significati.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
I primi tre anni all’Accademia sono stati molto belli e intensi. Al di là dell’aspetto formativo, sono stati per me un’occasione di crescita personale: mi hanno dato modo di sfidarmi, di confrontarmi con alcune fragilità e di migliorarmi come persona — e quindi anche come artista.
Un incontro particolarmente significativo è stato quello con la professoressa Donata Lazzarini, che mi ha aiutata a guardare all’arte in modo più aperto e libero, meno accademico, paradossalmente. Il suo approccio era cucito addosso alla persona, all’artista e alle sue peculiarità, dando spazio e fiducia al guizzo creativo, senza l’obbligo di aderire a canoni prestabiliti.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Quale sia stato il più apprezzato non lo saprei dire. Ho spesso ricevuto riscontri positivi ma non saprei davvero quantificare.
Quello a cui sono più affezionata forse è “Lo stato originale delle cose”. Mi rimanda indietro tante sensazioni che sono profondamente mie ma anche diametralmente lontane. Il senso di malinconia che mi arriva è sì per un tempo che è andato ormai perduto ma anche per un tempo che così, giallo, gioioso, allegro, non l’ho mai percepito.
La risata brillante della mia meravigliosa attrice (una dell* bimb* a cui ho fatto da babysitter per più tempo, tornando a come il lavoro “obbligato” si sia riversato nella mia pratica) mi provoca grande gioia e commozione e insieme un senso profondo di sconforto: quel tempo non è andato perduto, semplicemente non è mai esistito. Eppure proprio da lì si apre una porta: se non è mai esistito, allora posso costruirlo — con l’arte, con la vita.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Non la reputo fondamentale ma ha comunque un suo senso. Ho provato ad usare i social in maniera più “professionale” ma non mi riesce. La vita è già piena di cose da fare, se devo anche pensare a trasformare Instagram in una vetrina non riesco a starci dietro. Però lo uso: pubblico quello che faccio, più come un diario, per il piacere di condividerlo con gli amici, sperando che comunque possa essere utile.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Sono nata, cresciuta e rimasta a Milano fino a due settimane fa. Per me Milano è la normalità, gli stimoli che ti dà sono gli stimoli del mondo e le possibilità non sono diverse. Poi guardando e guardandomi dall’esterno è inevitabile rendersi conto delle differenze, degli input che può darti una città come Milano. Sicuramente poter andare a visitare un posto come l’Hangar Bicocca da quando ho iniziato a frequentare il liceo ha dato un’impronta importante sia al mio modo di essere che alla mia pratica. Certamente il luogo ha un’influenza su chi lo abita, non è scontato però riuscire a prenderne il meglio o a non esserne sopraffatti.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Adesso, per rimanere in tema, mi sono appena trasferita a Genova, dunque il mio obiettivo principale è quello di ri-costruirmi una rete qui sul territorio. Mi piacerebbe riuscire a portare avanti la mia ricerca attraverso esperienze di residenza, sono un modo meraviglioso per conoscere nuove persone, nuovi luoghi e nuove modalità, riuscendo a portare avanti la propria pratica e avendo i mezzi per sviluppare idee altrimenti irrealizzabili.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Come accennavo prima, mi piacerebbe poter sviluppare il lavoro di raccolta e archivio delle storie della buonanotte, delle ninna nanne e degli oggetti transizionali. Credo che un momento così intimo e al contempo così universale possa restituire una visione laterale dell’essere umano e della sua natura, scavando in quello che appare come un istinto primordiale nonostante – soltanto all’apparenza – non abbia nulla a che vedere con un bisogno primario.
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Essere artista, per me, dovrebbe significare essere a servizio della comunità. Creare luoghi, connessioni, dispositivi in grado di restituire qualcosa alla collettività, dare degli strumenti per leggere la realtà in modo diverso e, perché no, anche per riscriverla.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano o hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Luna Curri, Rossana La Verde, Jessica Calizzi e Selene Ghiglieri.
Ringraziamo Gaia Michela Russo per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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