Marta Gritella è una giovane artista, originaria della provincia di Torino, la cui pratica si sviluppa a partire da un lavoro di riflessione sul rapporto tra memoria, tempo e fragilità. Le sue opere, che spaziano dalle fotografie ai disegni ed ai libri d’artista, riflettono il suo approccio che unisce curiosità, coscienza politica e un amore profondo per l’errore come strumento espressivo autentico.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Sono Marta, sono nata e cresciuta in provincia di Torino. Ho girovagato un po’ a Milano e soprattutto in Spagna, dove dovrei trasferirmi un po’ più definitivamente a breve. Ho ventidue anni e sto concludendo il diploma triennale in Pittura a Brera.
-Di cosa ti occupi?
Per me l’autodefinirmi artista è una novità di questi ultimi mesi, da quando ho iniziato a lavorare in maniera più cosciente e sistematica. Non che io creda che la definizione di artista – sempre che ne esista una – dipenda direttamente dal lavoro o da un riconoscimento esterno.
In generale rifletto molto spesso sul valore dell’arte nel mondo, soprattutto in relazione con altre cose che ritengo importanti, come la coscienza politica o sociale. Il pensiero relativo al mondo che mi circonda, e a come io per prima mi relaziono con esso, è alla base di ogni mia opera e solitamente prende la forma della fragilità, della tenerezza e di qualcosa che sfugge. Tutto, per me, ruota intorno all’accettare queste ultime (fragilità, tenerezza, ecc).
Lavoro soprattutto con le tematiche della memoria, del tempo e della separazione, di solito partendo da qualcosa che mi è vicino o familiare, e poi allargandolo nello spazio e nel tempo in una dimensione più collettiva. Mi interessano le storie piccole, timide, con pochi dettagli ma forti, per chi li sa leggere. Cerco di raccontarle. Una delle poche costanti è che lo faccio sempre attraverso un amore viscerale per l’errore, che per me è un elemento espressivo potentissimo e profondamente umano.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Sono cresciuta ascoltando la musica, è proprio una tradizione familiare. Nella mia famiglia sono tutti musicisti, c’è chi è più bravo, chi meno. Io invece conosco tanta musica ma purtroppo (per gli altri) ascolto solo reggaeton.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Amo tantissimo il cinema e quindi è difficile rispondere, ma su due piedi devo dire “Frances Ha” di Noah Baumbach (2012), un film delizioso che pur nella sua leggerezza secondo me esprime alla perfezione cosa vuol dire essere una giovane donna nel mondo di oggi. Frances ha 27 anni, fa la ballerina ma è goffa, e dice di non essere ancora una persona reale.
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Mi mette molta pace andare a vedere una semplice mostra di quadri. Mi piace però anche attraversare spazi più sperimentali in cui lo spazio e il come le cose vengono esposte assumono molta importanza.
In questo senso ammiro molto Kiki Smith, l’arte ùtil di Tania Bruguera, La Chola Poblete, Jane Dixon, Alessandra Ferrini, River Claure.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Quando il sole è già dietro le montagne e il cielo è bluette.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Sicuramente sono una persona molto incline alla curiosità e molto influenzabile: quando qualcosa, in qualche modo, mi parla devo andarci a fondo a la mia vita ne viene un po’ invasa.
Ad oggi mi interessa la ricerca artistica come metodo di conoscenza che si può estendere ad altri ambiti.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata?
Nel mio ultimo progetto “Ci avete seppellito ma non sapevate che eravamo semi” ho sentito fin da subito che quello che stavo facendo non era solo per me, ma per qualcosa di più grande. Ho iniziato a fare fotografie di piloni votivi nelle Alpi un po’ perché sono amante del kitsch, poi mi sono incuriosita e ho scoperto un mondo, un metodo fotografico e conoscitivo che, nel mio piccolo, vorrei provare a estendere ad altri soggetti e ad altre aree geografiche.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
L’ultimo lavoro che ho realizzato è un progetto di ricerca lenta per il quale mi sono presa molto tempo, anche perché implicava lo spostamento in luoghi non sempre facili da raggiungere, e in cui sono andata volutamente a piedi. In questo caso ho proprio vissuto alcuni momenti come una vecchia signora di montagna, lasciandomi influenzare progressivamente dalla natura, dalle sensazioni.
In altri casi lavoro più velocemente e di getto, per esempio con il disegno.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Per me l’importante è stare dove sono, al massimo andare indietro, ma solo per capire meglio il presente.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Anche qui dipende dal lavoro. A volte parto dai materiali, perché mi incuriosiscono. Qualche volta mi capita di fare qualcosa istintivamente, una foto a quella cosa lì, disegnare quest’altra; mi viene rivelato il senso di quello spunto solo dopo mesi, a volte anni, e da lì parte la ricerca. Sicuramente però inizio un lavoro quando sento che qualcosa mi parla, mi stimola e ispira. Quando mi manca questa ispirazione è drammatico ma penso che bisogna avere fiducia, perché considero questi spunti quasi come se fossero loro a cercare me.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Il mio rapporto coi titoli è complesso. Alcune volte mi arrivano subito, altre non esistono mai. Altre volte ancora sono così incerta che sposto virgole e parole all’infinito.
-Quale sarebbe il loro significato?
La maggior parte delle volte mi servono come parte stessa di un lavoro, come qualcosa che ne conclude il senso, o che serve ad accompagnarvi dentro
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Quando non ne posso più! O quando qualcosa non mi appartiene più, o ancora, se continuo a modificare alcune parti fino a che il tutto diventa troppo forzato.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Mi capita di fermarmi perché manca un materiale, o perché vedo che sono troppo stanca e inizio a fare pasticci. In generale per me fermarmi è importantissimo, anche se dovesse essere per mesi: le pause mi hanno sempre portato cambiamento e maturazione.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Per la mia tesi (si tratta sempre del lavoro “Ci avete seppellito”) sto editando un libro in cui prende forma il mio progetto fotografico al fianco di tantissimi altri elementi per me non meno importanti: appaiono testi, illustrazioni, materiale d’archivio, testimonianze che ho raccolto nella mia ricerca sul campo. Soprattutto, il libro prende una dimensione fisica, funziona come se fosse una guida escursionistica, diventa un cammino emotivo tra i monti e la memoria. Sento che questo lavoro funzioni non solo di per sé, per l’argomento di cui tratta, ma anche perché lo posso riutilizzare anche per altre future ricerche. Per me scavare nella memoria personale e collettiva e ragionare sul linguaggio artistico legato ad essa è qualcosa che può davvero entrare in relazione con una visione anche politica di quello che sto facendo.
Lo vedo proprio come (piccolo) atto resistente di fronte al periodo storico complicatissimo che stiamo vivendo, in cui il dissenso e la creatività sono elementi completamente appiattiti e non ci sono spazi dove coltivarli. Per me già solo il fatto di fare alcune copie del mio lavoro e portarle nelle Pro Loco o nei musei locali che mi hanno aiutata nella ricerca è un gesto di collaborazione culturale, di salvaguardia, esterno a logiche estetiche elitiste o di profitto.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Spesso parto da un materiale o da una intuizione (un’immagine, qualcosa che attira la mia attenzione, una forma che devo tracciare). O anche da un linguaggio: grafico, pittorico, fotografico. C’è una parte del mio lavoro che è schematizzare ciò penso, cosa voglio comunicare, perché. A volte riempio pagine senza senso, altre creo come delle piccole istruzioni per me stessa perché penso che l’unico modo di lavorare per me sia autodisciplinarmi, visto che sono cresciuta nella mia completa disorganizzazione. Creo schemi sulla base di come funziona la mia testa.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
La formazione teorica e concettuale è ottima. Trovo però assurdo aver fatto un percorso di Pittura senza quasi aver mai avuto accesso a spazi adeguati in cui esercitarlo. Credo aver imparato di più andando all’estero, dove il discorso artistico mi è sembrato essere un po’ meno chiuso in se stesso.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Credo sempre il mio libro per la tesi. Oppure “Far fiorire il legno”, un lavoro che è partito come diramazione della ricerca più grande sui piloni, ma che vorrei in un futuro prossimo cercare di estendere a una dimensione più condivisa.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Attualmente credo che i social non mi piacciano affatto per innumerevoli ragioni, e che l’unico motivo positivo per cui continuo a usarli sia proprio quello del mio lavoro artistico e per usufruire di quello di altr@.
-Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Ho vissuto a Milano pochi mesi e non mi sono trovata molto bene. Poi per me è estremamente importante l’ambiente in cui lavoro. Anche se non ne ho uno fisso, perché mi sono spostata tanto negli ultimi anni, deve essere completamente mio. Non importa che sia ordinato o disordinato, ma prende tutto la forma di quello che penso; scrivo molto, attacco foto che mi ispirano, scrivo frasette sui muri. La mia casa è il mio processo creativo e anche la mia opera. Mi piacerebbe prima o poi lavorare anche su questo. Come gli schemi di cui parlavo prima: ho imparato come adattarli a come penso io
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Ho trovato un lavoro in un importante studio di scultura; insieme a quello, vorrei portare avanti la mia ricerca.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?
Vorrei poter estendere, sia fisicamente, sia tematicamente, uno dei miei ultimi lavori e portarlo come opera pubblica e collettiva nel paesino di montagna da cui è ispirato (si tratta di nuovo di “Far fiorire il legno”) .
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Non è una domanda semplice.
Proprio l’altra sera ho assistito a una lettura pubblica che recitava “non voglio essere poeta di fronte al genocidio”. Mi ci rivedo molto. Allo stesso tempo, però, è personalmente importantissimo definirmi artista e non potrei essere nient’altro. Al momento penso che essere artisti sia una cosa potentissima, non perché creda che l’arte debba essere per forza politica, ma perché già il fatto che esista di per sé conserva ancora quella scintilla di umanità e identità che, in altre dimensioni, si sta perdendo completamente. Forse è una visione molto naive e distaccata dal pensiero analitico e concettuale dell’arte, ma per me davvero è artista chiunque conservi gelosamente quella propria scintilla, anche non dovesse mai condividerla con nessuno.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Certo! Giulia De Vita e Carolina Prieto, non solo perché stimo tantissimo il lavoro di entrambe, ma anche perché siamo state compagne di riflessioni bellissime e interminabili e mi hanno dato un enorme supporto per il mio progetto di tesi.
Ringraziamo Marta Gritella per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram e sul suo sito.
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