Alla scoperta del mondo e di sé attraverso l’arte
Giulia Santambrogio (Sogni.della.gradiva su Instagram) è un’artista poliedrica e sincera. La diversità delle pratiche artistiche con cui si esprime riflette il motivo del suo fare arte, orientato alla conoscenza profonda di sé stessa e alla curiosità verso qualsiasi tipo di stimolo, intuizione corporea, mentale o spirituale. Così come la Gradiva della novella di Jensen, fanciulla che incede con passo leggero ma deciso verso mete ignote, Giulia avanza alla scoperta del mondo e di sé, attraverso l’arte.

PRESENTAZIONE
–Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Giulia Santambrogio. Sono nata a Monza, ho 26 anni e vivo a Brugherio, appena fuori Milano.
-Di cosa ti occupi?
Mi occupo di arte sostanzialmente, in particolare di arte visiva, tessile e performativa.
Sto portando avanti una formazione amatoriale in danza, che utilizzo tanto all’interno della mia pratica performativa. Il mio corso è un po’ “danza terapia”. C’è una parte di tecnica e una parte di rielaborazione personale, quasi terapeutica, che spesso utilizzo come momento per studiare le mie performance, anche con l’aiuto dell’insegnante.
Al momento sono insegnante in una scuola media a Brugherio e sto portando avanti l’apertura del mio studio. Sono inoltre educatrice Scout, quindi ho molto a che fare anche con l’istruzione e l’educazione dei ragazzi.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Mi piace la musica che mi fa ballare. Ho studiato flamenco e rockabilly 50 jive, quindi amo quelle sonorità. Al momento ballo con piacere su ritmi tribali.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Sono legata sentimentalmente a diversi film, ma non so se tutti debbano vederli. Il mio film preferito comunque è “A piedi nudi nel parco”.
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Amo quando le arti sono in dialogo tra loro. Quindi pittura, scultura, fotografia, installazioni, video: tutto. Quando riesco, assisto a spettacoli di danza contemporanea. Perché è bello studiarla e guardare i video, pero’ vedere il ballerino sul palco è un’altra cosa.

L’artista che reputo assoluto è Louise Bourgeois, perché è stata proprio lei la prima ad iniziarmi all’arte contemporanea quando, in gita con il liceo, andai alla TATE Modern di Londra e vidi per la prima volta i suoi acquerelli. Mi piace che lei sperimenti con tantissimi materiali, che è una cosa fondamentale nella mia pratica. È scultrice ma non solo, artista ma non solo… giovane e vecchia, piccola ma forte. Vorrei essere lei da grande.
Questa suo aspetto mi piace tantissimo perché io non mi do limiti. A parte quello del movimento che è un tema chiaro della mia arte, non mi piace definirmi, specializzarmi in una cosa e farla all’infinito.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina, quando tutto è ancora da fare. In particolare il recap del “to do” e la colazione.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho cominciato con il liceo artistico, quindi è sempre stata una cosa molto mia. Da piccola volevo fare la stilista, poi negli anni la moda non mi è più interessata ma ho attraversato diverse fasi e desideri che coinvolgevano sempre l’arte.
Al liceo realizzai un bellissimo lavoro conclusivo, che tra l’altro ho esposto recentemente, ma non mi sentivo artista. Iniziai il primo anno dicendo: “Ah, in quinta mi colorerò i capelli perché sarò veramente un artista”. Invece sono arrivata alla fine della scuola così come sono entrata, più o meno.
Mi piaceva comunque la Storia dell’Arte, volevo studiare il Patrimonio Artistico, quindi poi mi sono iscritta al corso di Valorizzazione dei Beni Culturali all’Accademia di Brera.

Ho affrontato con passione ogni singolo corso del triennio, ma mi sono presto accorta che tutto quello che studiavo volevo rielaborarlo in maniera personale ed esprimere qualcosa di mio. Il viaggio a Sofia con il corso di Arte Sacra Contemporanea mi ha permesso di mettermi in gioco come artista anziché come curatrice e mi è piaciuto molto.
In questo viaggio, c’è stata parallelamente una ricerca spirituale sui testi della Bibbia e dell’Antico Testamento – io sono credente – che mi ha fatto crescere. Ho riflettuto sul tema attraverso l’arte, in modo visivo e usando anche il mio corpo. In quel primo lavoro ho utilizzato infatti delle fotografie del mio corpo nudo, che poi ho rielaborato e messo ancora in un’altra forma. Ragionare in quel modo mi ha aiutata a sbloccarmi e a chiudere il cerchio. Mentre ero nelle aule dell’Accademia di Sofia, ho avuto un momento in cui mi sono detta: “Bello, voglio fare questo nella vita. Questa sensazione la voglio replicare, facendo altre mille cose diverse”.
Durante il triennio ho avuto alcune occasioni per mostrare il mio lavoro del liceo, mi piaceva esporre cose mie, ma non ancora nella pittura. È stato un percorso molto graduale, forse una “vena” che è andata sotto terra per un po’ di anni, e poi è riemersa grazie a questo viaggio. Subito dopo infatti ho deciso di concludere il percorso in Accademia con il biennio in Pittura.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
La pittura mi ha da subito messo in gioco in modo corporeo. Ho iniziato ad essere modello di me stessa. Non volevo copiare – a me non piace tutta quell’arte che prende immagini già fatte, le cita e le ricita. Volevo capire e creare a partire da ciò che ero e che conoscevo, scoprendo poi di non conoscermi davvero fino in fondo.

È stata una sfida, un esercizio difficilissimo di mettermi nella mia “scomfort” zone. Nel primo periodo non usciva niente, anche in Erasmus non ho eccelso nella produzione di chissà quali lavori artistici, però ho sperimentato e studiato tanto, partendo soprattutto dal mio corpo (come mi vedo, come mi percepisco, come mi riproduco). Lavoro molto su me stessa. E’ un esercizio introspettivo, perché mi guardo dentro, e proiettivo, perché ciò che vedo lo proietto all’esterno.
Con il corso di Didattica dell’Arte sono entrata in contatto con il filo e la materia tessile e da allora sto lavorando a una serie di abiti performativi, tornando al mio sogno di bambina di fare la stilista.
Gli abiti sono sculture tessili e oggetti performativi utilizzati all’interno di danze rituali e terapeutiche.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Un’alternanza di tensione e liberazione. Nel lavoro vivo piccole e continue epifanie.
Sono anche tensioni fisiche. Per esempio, adesso per me è un momento di tensione. Non sto producendo nulla da praticamente due mesi e mezzo/tre, quindi arriverà il momento della liberazione. Anzi, in realtà questa è la fase di restringimento. Come una fisarmonica, in cui comprimo e condenso quelle che io chiamo intuizioni. Sono dei piccoli segnali. È come se pian piano unissi tutti i puntini. Possono essere immagini, messaggi di contenuto esperienziale o materiali che magari trovo casualmente nel mio magazzino. Alla fine scopro il filo che mi fa collegare tutte le varie intuizioni.
So che sembra un po’ “randomico”, ma la cosa che mi preme è che sia tutto il più autentico e naturale possibile.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Negli anni accademici mi sono spesso sentita persa. Ero sola nella fase dell’accaparramento di tutti gli stimoli necessari per poter cercare qualcosa che davvero parlasse di me. Preferivo non fare niente piuttosto che fare qualcosa che non mi soddisfacesse.
Sebbene non abbia un repertorio vasto di lavori, le mie sono tutte creazioni che hanno richiesto un lungo tempo di incubazione e di esecuzione e di cui sono molto soddisfatta, in cui vedo parti di me. Ora, mentre faccio un lavoro ho già in mente quello successivo.
Nonostante questo non lavoro senza sosta. Ogni creazione mi richiede tantissime energie fisiche e mentali e al termine devo proprio riposare e contemplare.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro?
Trascorro lunghi periodi senza fare niente o facendo poco. Leggo, guardo mostre, film e spettacoli, mi confronto con amici artisti e non, ma tengo sempre la soglia dell’attenzione alta per cogliere tante intuizioni. Le scrivo e poi capisco come iniziare il lavoro e quali materiali mi servono. A volte l’idea c’è già ed è proprio un materiale a dare avvio al lavoro.

-Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Non riesco e non mi piace partire con un’idea fissa di come sarà il lavoro. Ho delle idee guida, degli obiettivi, ma mi faccio guidare dalla materia e improvviso, come nella danza.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Non ci ho mai pensato. In realtà il nome di solito esce da solo.
Può venir fuori durante o alla fine del lavoro e prendere spunto anche dal soprannome che gli assegno durante l’esecuzione (Sto finendo il “…”, sposta la “…”).
Per l’oggetto della scultura tessile, ad esempio, se la forma non è ancora chiara ma alla fine prende le sembianze di una rete, la chiamo in questo modo perché quello è ciò che è. Lo stesso vale per “Strato” e “Bussola per orientare sé stessi”. Sono nomi e titoli che riflettono la funzione delle opere. Per la performance invece è un po’ più complicato perché è un momento fatto di tanti passaggi, ed è più una condensazione dei vari i messaggi.
-Quale sarebbe il loro significato?
I lavori che faccio sono carichi di significati. Trovare un titolo mi aiuta a semplificare e a nominare l’oggetto che realizzo in base al loro utilizzo, come nel caso degli abiti performativi o a raccogliere tutte le fasi dei momenti performativi in un titolo “contenitore”.

-Quand’è che senti che un lavoro è finito?
Potrei andare avanti all’infinito. Diciamo che alcuni espedienti tecnici con cui ho concluso alcune opere sono dipesi, in parte, dalla necessità di finire.
Per esempio, per “Strato” erano nove mesi che cucivo all’uncinetto ed ero proprio esausta. Ad un certo punto ho eseguito uno riempimento a zig zag, che era sì un espediente tecnico, però mi piaceva, l’intreccio funzionava e quindi l’ho tenuto per terminare il lavoro. Cerco un po’ di venirmi incontro. E’ in questo modo, comunque, che scopro nuove cose. Io imparo facendo, un atteggiamento molto “scout”.
Anche in “Rete” sarei potuta andare avanti all’infinito e avrei potuto ingrandire il lavoro. In quel caso però mi sono basata sulle dimensioni del mio corpo. È un metodo che ho imparato in Accademia. I quadri e le opere tessili soprattutto, dato che hanno una forte simbiosi col mio corpo e sono abiti, tendo a realizzarli su misura ed in base alla mia statura.
Ad ogni modo, di solito so che un lavoro è finito quando sento che la forma è conclusa ma ancora aperta e in tensione verso altro.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Cerco di recuperare tutto il materiale prima di iniziare un lavoro. Può capitare che mi fermi più per stanchezza o perché non so come risolvere un problema formale/tecnico. Mi allontano e la soluzione arriva nel giro di una passeggiata o di una chiacchierata.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
L’ultima performance, Oferta. Credo sia il lavoro che più di tutti non parla solo di me, ma attraverso me.
-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Il mio lavoro parte da un’esperienza mentale, corporea e spirituale. Da intuizioni, sensazioni fisiche, psichiche o emotive. Cerco sempre di dare una forma a quello che provo e in questa ricerca la danza mi aiuta molto. Se sono tesa o sono nervosa, cerco di capire da dove proviene la tensione, quale ne sia la causa e provo a lavorarci sopra per risolvere – mi piace molto la medicina naturale.
Un’altra artista che io guardo molto, soprattutto per la pittura, è Maria Lassnig, che realizza quadri ad olio figurativi molto colorati e con elementi “strani” e deformati del suo corpo. La Lassnig adopera una pratica chiamata “Body scan”, una tecnica diffusa anche in danza e in teatro che consiste nel capire le tensioni del tuo corpo attraverso l’ascolto e la visualizzazione di immagini. Io lavoro molto per metafore che diventano figure. La danza ne è piena: movimenti che danno forme e qualità fisiche a visioni, che si creano e si distruggono in continuazione.
Ho realizzato alcuni dipinti, all’interno del ciclo “sono corpo”, in cui lavoro su questo tema; della mia tensione corporea e psichica. In quei quadri io mi dipingo proiettando i punti di tensione.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Bene, male, a disagio, da sola, in/compresa, spronata, libera. Ho attraversato diverse fasi. Se non ci fossero stati gli artisti, vivi e morti, con le loro storie non sarei andata avanti con i soli insegnamenti. Ho imparato che ognuno ha il suo percorso e soprattutto, che se non lo vuoi davvero, nessuno lo farà per te. Sarò banale… Questo credo in tutti i campi, ma l’artista in particolare deve essere il protagonista del suo percorso, non si scampa.
Per la mia esperienza è stato fondamentale l’Erasmus a Marsiglia. L’Accademia è immersa nella natura, una benedizione per corpo e anima. Durante quei mesi ho partecipato ad un workshop di una settimana con l’artista Iris Dittler, dalla quale ho appreso la pratica del “Body Scan”. Durante il corso abbiamo eseguito una serie di esercizi che hanno sbloccato in me dei piccoli tasselli di possibilità. Con lei ho riunito danza, disegno e oggetto.
Nel corso di Didattica dell’arte ho invece scoperto la materia tessile, realizzando un progetto personale, che per me è stato “Strato”, e uno collettivo sempre tessile. Aggiungo che mia nonna era sarta e che in famiglia avevano una merceria – che poi è stata dismessa – quindi ho sempre potuto attingere da una vasta “riserva” di materiale.
In questi ultimi anni sto inoltre riscoprendo una passione per la moda che avevo da piccola. Il mio sogno sarebbe, dopo aver realizzato tutti i miei abiti performativi, di usarli all’interno di uno spettacolo.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
L’ultima performance Oferta.
La villa in cui abbiamo esposto è un luogo di cui si sa poco. L’idea della curatrice era di tornare ad abitarla senza riportarla ai fasti originali, bensì donandole una nuova anima. Con la mia performance ho desiderato dare una collocazione a questa villa abitata da una nuova vita, attraverso il recupero dei punti cardinali. Il lavoro è consistito proprio nel trovare il Nord e trovare il Sud.
Questa sensazione è la stessa che ho provato in un viaggio che ho fatto in Perù, dove l’opera di fatto è nata. Le componenti materiali della performance, la croce e gli elementi naturali, si ispirano al rito dell’offerta alla Madre Terra (il nome dell’ opera performativa è “Madre Tierra per Oferta”).
Durante questa esperienza ho avuto proprio bisogno di capire io dove fossi nel mondo. Dove fosse casa mia, dove il mio fidanzato, dove il mare e dove le montagne. Sono stata catapultata, io e gli altri ragazzi con cui ero, in un mondo totalmente nuovo ed in una realtà sconosciuta per cui ho avuto bisogno di riprendere dei punti d’appoggio. Mentre eravamo a Lima, la nostra guida, in cima alla montagna, ci ha fatto rivivere il rituale azteco dell’offerta, mettendo una pietra al Nord, una piuma al Sud e collocando ad Est il sole e ad Ovest l’Oceano. Ha legato i quattro punti cardinali agli elementi naturali ed infine, al centro, ha sotterrato una caramella, la nostra offerta alla Madre Terra.

Quindi nella croce che ho realizzato per la performance (“Compàs para ofrecerse”), io ci ho rivisto la Croce di Cristo – che appartiene alla mia religione- e quella della bussola e dei punti cardinali. Nella performance la danza rituale che eseguo rappresenta l’offerta, in cui io impersonifico tutti gli elementi, da tutti gli elementi traggo qualcosa ed offro me stessa alla Madre Terra.
In quest’opera penso di essere riuscita a parlare molto di me stessa, ma tanto anche di altro: della cultura azteca e dei collegamenti che ho fatto. Mentre le mie altre performance sono molto autobiografiche ed introspettive, con “Oferta” sento di essermi aperta di più ed essere uscita dal guscio.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Uso tantissimo Instagram. Sto facendo il mio sito ma con difficoltà, perché sono indecisa sui lavori da includere. Se andassi ora a vedere troveresti i miei lavori del liceo. A me piacciono, però non so se effettivamente siano da diffondere. Quindi per ora uso Instagram, anche perché mi dà tanti strumenti: ci sono le stories con cui posso comunicare momenti di vita quotidiana nello studio, e i post dove posso pubblicare foto più significative. Ho imparato anche a fare i reel!
Inoltre penso che i social siano importanti per conoscere e conoscersi tra artisti. Non sempre ho la possibilità di visitare tutto, quindi Instagram mi da la possibilità di seguire artisti che usano delle pratiche simili alle mie, oppure gallerie e musei che pubblicano cose che mi interessano.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Vivo poco fuori Milano, ma non la frequento e non l’ho frequentata moltissimo. Qualche mostra ogni tanto. Mi ispira di più la natura.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Nell’immediato: trasferirmi nel mio nuovo studio.
Poi desidererei partecipare ad una residenza artistica. Mi piacerebbe lavorare per una commissione, inserendomi all’interno di un contesto che ti parla e ti stimola e mettendomi in gioco realizzando qualcosa di personale.
E magari vendere qualcosa…
Per quanto riguarda progetti di opere, vorrei sicuramente realizzare un altro abito performativo, un altro oggetto, e ho in mente tante performance, sempre sulla scia del tessile e dello spirituale.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Gli ultimi due della domanda precedente (partecipare ad una residenza artistica e vendere qualche opera).

-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Domanda difficile. Significa inserirsi in un sistema che alterna estremi e compromessi. Anche continuare a imparare su di sé e sul mondo, sperimentare attraverso la materia e l’immagine che le infinite possibilità si concretizzano in scelte.
Inoltre io non parto con l’idea di voler sacrificare la mia vita all’arte, rinunciando alle mie relazioni, ai miei interessi e a quello che sono. Al centro per me c’è altro. Per me arte è quel modo meraviglioso che ha un sacco di possibilità e di vie per potermi esprimere. L’arte è la strada.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Alice Capelli (conosciuta tramite il progetto Elisir, lavora molto con corpo, pittura e performance)
Andrea Mirabelli
Marco Esteban Cavallaro (nelle sue opere lavora molto con la scrittura ripetitiva)
Lidia Bianchi (fotografa di natura)
Ringraziamo Giulia per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
Scopri altri artisti emergenti sulla nostra rivista online Venticento Art Magazine.

