Pietro Fanti

La ricerca di Pietro Fanti, giovane artista milanese, indaga l’immagine fotografica e il suo significato in costante mutamento. La sua pratica si muove tra fotografia tradizionale e trasformazione digitale, che vengono da lui utilizzati come strumenti di interrogazione critica della realtà. I suoi lavori nascono spesso da domande e associazioni visive, guidati dalla convinzione che l’arte possa diventare un modo per dare forma al pensiero e al dubbio.

Pietro Fanti.

PRESENTAZIONE

-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?

Sono Pietro Fanti, ho 27 anni e sono di Milano.

-Di cosa ti occupi?

Mi occupo di arti visive, in particolare di ciò che gira intorno all’immagine fotografica e al suo significato in costante mutamento. Mi muovo in parallelo tra processo fotografico nella sua forma più tradizionale e la trasformazione digitale della fotografia.

INTERESSI

-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?

Assolutamente. La musica è l’altra mia grande passione e una costante compagna di viaggio. Sarebbe impossibile identificare un musicista preferito (probabilmente mi ridurrei a una scelta banale, à la Beatles) ma nell’ultimo periodo sto ascoltando tanta musica contemporanea dal Regno Unito, come Yard Act, Idles, Black Country New Road, DeadleZer e Sleaford Mods.

Pietro Fanti, “La rappresentazione corretta: A mighty monument to pagan brutality – The Colosseum”, fotogrammetria da stereoscopia, 2022.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?

Da quando è uscito non smetto di consigliare a chiunque mi presti la minima attenzione “The Lighthouse”, di Robert Eggers.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?

Questa è un’altra domanda difficile: ogni medium risponde a necessità diverse ma attinge a piene mani da tecniche estranee a esso. Ciò che trovo più raro e cui adoro trovarmi davanti è un’opera che, a prescindere dalla sua tecnica, esca fuori dagli standard installativi e museali.

Per il modo in cui ha professato la priorità totale delle idee rispetto al modo in cui manifestarle inserirei David Lynch come costante fonte di ispirazione.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?

L’alba ha sempre avuto per me un’identità magica, sia perché è determinata dalla sua sospensione e dal suo senso di infinite possibilità, sia per il fatto che è l’unico momento di cui non ho esperienza quotidiana. Spesso lavoro di notte e quando invece mi sveglio all’alba, ancora oggi persiste un senso di sorpresa.

Pietro Fanti, “(Dove sei stato oggi?) Ero in Svizzera con te, non ricordi?”, 60 x 100 x 4.5 cm, compositing, fotografia e fotogrammetria stampa inkjet, 2023.

LAVORO

-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?

Con tutta probabilità lo devo a tutte quelle figure cardine, a partire dai miei genitori, che durante la crescita hanno incoraggiato la mia attitudine verso la creatività e mi hanno dato gli strumenti per sviluppare una curiosità critica.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivato?

Pur avendo una naturale inclinazione nel sollevare dubbi e nel mettere in discussione costante la mia identità, non riesco a trovare un momento della vita in cui non abbia sentito il bisogno di creare.

-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?

Ho un flusso di lavoro un pò nevrotico fatto di emozioni che si rispondono le une alle altre, entusiasmi che diventano delusioni e che si sospingono, dandosi e privandosi di energia a vicenda.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?

Penso tutt’ora di non avere le idee chiare. Invece che procedere pensando di fare qualcosa di diverso o andare oltre, penso semplicemente di dover soddisfare il bisogno di materializzare delle idee, dar forma a un pensiero, per quanto questo possa essere banale o già affrontato, per il semplice fatto di dovermi interrogare e rispondere in prima persona, prendendomi la responsabilità di farlo.

Pietro Fanti, “La rappresentazione corretta: The Telescope Gallery, Crystal Palace”, fotogrammetria da stereoscopia, 2022.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?

Cominciando quasi sempre da una domanda, è raro che riesca a visualizzare in modo preciso un percorso o un risultato finale. Insieme alle domande arrivano spesso delle immagini, dei suggerimenti un po’ fumosi. Questo fa parte del processo ed è il motivo per cui mi risuona definirla ricerca artistica.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?

Non ho mai assegnato metodicamente un titolo in una fase precisa del lavoro. Pur ricoprendo un ruolo delicato e importante, penso che un titolo non debba essere preso troppo sul serio e che debba arrivare in modo coerente all’opera che gli si chiede di presentare.

-Quale sarebbe il loro significato?

Un titolo a volte è una chiave di lettura, a volte è un nuovo punto interrogativo: in ogni caso deve essere un propulsore verso l’opera.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?

Mi sembra sempre di dover recidere in maniera consapevole il cordone ombelicale che si manifesta tra me e quello che faccio: ho l’impressione di poter sempre approfondire, aggiungere, ripetere quelle stesse domande che mi portano a cominciare un progetto. Arriva quindi un momento in cui mi costringo ad allontanarmi e a guardare il lavoro dall’esterno per potermi concedere di considerarlo terminato.

Pietro Fanti, “(Dove sei stato oggi?) Al lavoro di papà”, 70 x 100 x 4.5 cm, compositing, fotografia e fotogrammetria stampa inkjet, 2023.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?

Sicuramente, anche se il pezzo mancante è più spesso sotto forma di un’idea più che di una componente fisica. È un tassello che si deve sedimentare, che necessita di tempo per essere identificato. Un tempo aspettato attivamente, leggendo, guardando, camminando, ascoltando.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?

“Dove sei stato oggi?” è per certi versi l’unico lavoro che sento come davvero funzionante nel suo percorso: è stato generato da un’esperienza personale profonda ma nel tempo si è allontanato dalla sfera emotiva cercando di diventare una riflessione condivisa.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?

Spesso parto da una domanda, un’associazione di immagini che arriva nei momenti più disparati del quotidiano. Per quanto sarebbe più suggestivo dire che tengo traccia di questi momenti in un diario che porto sempre con me, la realtà è che segno tutto sulle note del telefono.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti: come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.

È stata un’esperienza di cui sono grato ma di cui ho anche visto le fragilità. È stato un viaggio solitario durante il quale noi studenti non siamo stati affiancati nel delineare un possibile percorso professionale. Ha tuttavia offerto stimoli diversificati che con le giuste attitudini e la dovuta serietà il singolo studente può cercare di interpretare e rendere effettivi.

Quello che ho capito più di tutto è come fare ricerca e come pensare criticamente alla realizzazione di un progetto. Non sono le competenze tecniche il cuore dell’insegnamento dell’Accademia, ma la formazione di autori in grado di pensare in modo critico a ciò che guardano e ‘consumano’, nella costruzione di un’idea. Questi sono insegnamenti che passano più inosservati ma che sono al cuore, penso, di ogni produzione creativa.

Pietro Fanti, “La rappresentazione corretta: The Rialto and Grand Canal, Venice, Italy”, fotogrammetria da stereoscopia, 2022.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?

Guardandolo dall’esterno ma con amore, “Dove sei stato oggi?” è il mio lavoro più maturo e che mi sta costando più fatica. Sono molto affezionato anche al progetto “La rappresentazione corretta”, che nella sua ingenuità parte da una riflessione che trovo ancora a oggi stimolante. Penso tuttavia di essere a un punto tale per cui ho bisogno di più tempo e di realizzare più lavori per capire quello che gli altri pensano della mia produzione.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO

-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti: tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?

Riconosco con facilità l’importanza fondamentale che avere una presenza online comporta sia nel potersi promuovere che nel creare connessioni con altri colleghi e operatori del settore, tuttavia ammetto di non aver trovato ancora il modo di condividere a cuor leggero il mio lavoro attraverso la rete, sia per paura di svalutarlo che per insicurezza. Il cambiamento che vorrei attuare asap è proprio prendere meno sul serio questi strumenti ma viverli come un supporto.

-Sei stato a Milano: come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?

Milano è la mia città, un luogo che amo profondamente malgrado tutti i suoi difetti. Essendo cresciuto qui, riconosco tutte le possibilità che offre, benché sappia bene che rispetto ad altre città più grandi e cosmopolite, essa abbia un raggio limitato. Milano è diventata una sorta di Check Point, è un panorama che non mi basta, limitato e a volte limitante ma che funge da casa base. Cambiare il proprio punto di vista anche fisicamente trovo sia fondamentale, e aiuta guardare casa propria con altri occhi.

Pietro Fanti, “(Dove sei stato oggi?) Qui, a casa”, 25 x 30 cm, fotografia, stampa da negativo, 2025.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?

L’obiettivo per questo nuovo anno è quello di riuscire a mettere al parola Fine a questo progetto che mi sta prendendo tante energie, cercando poi di portarlo in giro ed esporlo. In generale uscire un po’ di più dalla zona di confort, questo è il mio obiettivo più urgente. Anche accettare il vostro invito così gentile fa parte di questo nuovo obiettivo.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?

Significa trovare il tempo e lo spazio mentale per dedicarsi a se stessi malgrado la spinta che dall’esterno ci arriva sia quella di cercare di assomigliare a qualcun altro. Questa spinta motiva la mia circospezione nei confronti dei social media, ma penso che debba e che possa essere contenuta. Vuol anche dire essere consapevoli della difficoltà di realizzare qualcosa di originale in una società delle immagini come quella in cui viviamo. Bisogna perseverare nell’essere al servizio di un’idea e delle energie che la muovono.

-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano o hanno frequentato l’Accademia di Brera?

Tra i miei colleghi ho avuto modo di apprezzare diverse personalità brillanti, chi da più vicino e chi solo da molto lontano. Non riesco a sceglierne solo tre ma voglio citare Valeria Limongi, Lucia Gianformaggio, Alessia Gancitano, Martina Saeli, Arianna Caratozzolo, Alice Beretta.


Ringraziamo Pietro Fanti per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.

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