Per Cristina de Pedrojuán, l’arte è l’espressione della propria sensibilità: una necessità, un piacere che la fa stare bene e una libertà conquistata nel lavorare la materia. La sua passione nasce dal desiderio di giocare e sperimentare con installazioni e video 3D. Per lei, l’opera d’arte è un essere vivente che evolve e muta nel processo creativo, generata dall’urgenza di dare forma a un’idea e di scoprirne l’esito.

PRESENTAZIONE
Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Cristina, ho 28 anni e vengo da Aranda de Duero, una città vicina a Madrid.
Di cosa ti occupi?
Sono un’artista visiva, lavoro principalmente con le istallazioni e con il video 3D.

INTERESSI
Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Sulla musica mi lascio trasportare tantissimo dal momento in cui mi trovo. Non ascolto le stesse canzoni durante l’anno, dipende sempre dal giorno e dall’umore. Nell’ultimo periodo mi sto lasciando influenzare dalle persone che mi stanno vicine, sperimentando con nuovi generi come il jazz e il funky anche se non mi hanno mai ispirato. Tra gli stili che preferisco, sicuramente c’è il flamenche la drum and bass! Quando ascolto un artista, mi piace ascoltare gli album interi, mi deve piacere il pensiero che si sta cercando di mandare.
Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Con i film è un po’ lo stesso discorso della musica. Mi piacciono molto e difatti ne guardo tantissimi. Al momento per esempio, sto lavorando in fondazione Prada, dove ho l’occasione di guardarne molti facendo parte della regia. Uno degli ultimi bei film che ho visto è a “Ghost tail”, oppure anche “Muchos hijos, un mono y un castillo” dove viene evidenziata la bellezza della Spagna. Se dovessi scegliere un genere che non riesco a guardare, penso che siano i musical.

Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Non preferisco una forma d’arte in particolare, sono dell’opinione che l’arte si possa esprimere in tanti modi anche differenti. Se devo scegliere una mostra da visitare, preferisco vedere una mostra incentrata sulle installazioni oppure di pittura del ‘900. Poco fa sono stata a Parigi, appositamente per vedere la mostra retrospettiva di David Hockney, che ha sicuramente rispettato le aspettative. Sono stata anche in Germania a visitare l’istituzione Frankfurter Kunstverein, anch’essa magnifica.
Anche a Milano ci sono spazi fantastici come quello del Chez Plinio, pieno di ragazzi molto capaci e talentuosi, tra cui Andrea Ferrero di cui ho avuto la possibilità di vedere l’esposizione di una sua installazione. Tra gli artisti non ho un ideale definito, o uno in particolare che prediligo, esploro tutto quello che mi piace nelle sue diverse forme. Tra gli artisti che ammiro ci sono Goya e Velazquez, ma penso che si dovrebbe dare spazio anche ad artisti contemporanei poco conosciuti.
C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Dipende, in generale mi basta che ci sia il sole, mi piacciono anche le serate d’inverno, non mi faccio troppi problemi, ma preferisco decisamente quando il sole è presente, che spesso influisce sul mio umore.

LAVORO
Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho cominciato il mio percorso artistico alle superiori, frequentando quello che in Italia è considerato il liceo artistico. Ho proseguito poi frequentando l’accademia di Belle Arti a Salamanca in Spagna e grazie a una borsa di studio ho avuto la possibilità di frequentare l’ultimo anno a Granada. In Italia ho proseguito gli studi del biennio all’accademia di Belle Arti di Brera. Ho intrapreso questo percorso perché per me l’arte è una necessità, un piacere, mi fa stare bene, è libertà che ritrovo nel fare.
Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
E’ stato tutto molto naturale come processo, che si è evoluto dalla voglia di giocare e sperimentare.
Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Sinceramente non saprei, sono troppo concentrata per rendermene conto. Mio padre mi ha sempre detto che quando sono molto concentrata tendo a tirare fuori leggermente la lingua.

Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Solitamente parto con degli schizzi in maniera molto libera per mettere giù l’idea ma l’opera non finisce mai per essere quella da cui parto all’inizio. L’opera è un essere vivente che si crea e muta con l’elaborazione, si evolve. Quando mi viene un’idea, sento il bisogno irresistibile di realizzarla: devo scoprire quale sarà l’esito del mio lavoro, a cui dedico lo stesso amore di tutte le mie creazioni, a prescindere dal risultato.
Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Il titolo tendo a metterlo alla fine di un lavoro, anche se è un fattore a cui vorrei dedicare più tempo a rifletterci. Ho la stessa mentalità di Pino Pascali, che quando presentava un opera, se di essa aveva sviluppato un altra opinione, ne cambiava il titolo, creando un bel problema però per i curatori; quindi non mi dispiace se metto un titolo ma non mi piace, non sono mai definitivi, posso sempre cambiarli.

Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Semplicemente lo sento, arriva un momento in cui non voglio più mettere mano alla mia opera. Quando non so se è finito o non voglio continuare, nascondo il lavoro dalla vista, per evitare di continuare a lavorarci su.
Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
In studio ho davvero tanti materiali, quindi spesso mi arrangio, oppure in estrema mancanza vado a comprare quello che mi serve, ma generalmente vado già con le idee ben chiare di quello che farò e quello che dovrò usare.
Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Onestamente non lo so, non ho un lavoro di cui ho un’opinione più alta rispetto a un altro. Per me sono tutti belli, tutti hanno il loro valore, non si può chiedere a una madre quale figlio preferisce.

Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Comincia tutto dal desiderio di un voler fare, creare, costruire ma soprattutto dalla voglia di giocare e sperimentare; se ho lo stimolo mi butto a capofitto.
Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
L’accademia che ho frequentato in Spagna mi ha insegnato la parte pratica del lavoro, quindi ad usare i materiali e a sperimentare, mentre in Italia ho appreso la parte teorica, come comunicare e difendere le mie opere.
Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
La mia opera più apprezzata penso che sia “4 tulipani” un’installazione realizzata con della rete di plastica e del tessuto vellutato che ho esposto alla Kromya Art Gallery di Verona. La mia preferita invece, credo siano delle palline da giocoliere realizzate con dei palloncini e del cibo che altrimenti sarebbe andato buttato, in quanto oggetto interattivo lo uso tutti i giorni e per questo lo adoro; chiunque sia stato nel mio studio ha avuto la possibilità di giocarci!

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Sono fermamente convinta che i social siano solo uno spazio di condivisione di immagini, di cui sono libera di scegliere se pubblicare o meno. Instagram non è il mio portfolio. Penso che si dia troppo importanza a quelle a quelle immagini condivise su un social network che in poco tempo ci chiede una velocità di interazione e di espressione altissima, alla massima potenza. Non si può ridurre il lavoro di una persona a un’attimo, ai famosi “15 minutes of fame”.
Sei stata a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Sono venuta a Milano un po’ per caso. Non mi dispiace come città, a volte la amo, a volte anche la odio o non sento proprio nulla. E’ comunque una città in cui sono cresciuta artisticamente e mentalmente, uno spazio di evoluzione. Non mi precludo che in un futuro però io non decida di continuare a viaggiare.
Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
I progetti sono molti. Ho in programma una serie di collettive a Busto Arsizio e a Verbania. Ho da poco realizzato una bipersonale a Spazio Parallelo insieme a Giovanni Tronfi. Sono molto contenta perché ho davvero fatto tantissimo, ma non guardo troppo avanti però perché non voglio stressarmi.

Quali sono i progetti che non sei ancora riuscita a realizzare?
Non credo di avere dei progetti che non sono ancora riuscita a realizzare, se sento la necessità fare qualcosa ci provo. Se non mi esce “subito” vuol dire che non è il momento giusto e ci riproverò più avanti, non mi toglie il sonno quello che non riesco a fare, ogni cosa ha bisogno del suo tempo e al momento sono molto soddisfatta di quello che sto facendo e come lo sto facendo.
Cosa significa per te essere artisti oggi?
Semplicemente esprimere la propria sensibilità tramite un mezzo prescelto, è un mestiere.
Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Stimo moltissimo Lorenzo Dalva, Valentina Schito, Valerio Rimoldi.
Ringraziamo Cristina de Pedrojuán per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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