La ricerca di Elisa Pini si focalizza sull’unità materiale di uomo e mondo naturale.
E’ interessata all’ambivalenza della vita sotto forma di amore e violenza, alla dissolvenza dei corpi per la loro caducità e per il metabolismo confuso a cui appartengono.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? -Di cosa ti occupi?
Sono Elisa Pini, fondamentalmente pittrice, nata nel 2001 a Milano, tuttora vivo e lavoro qui.
Ho quasi terminato gli studi in accademia, con una ricerca focalizzata sull’unità materiale di uomo e mondo naturale.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Ho quasi sempre qualcosa in sottofondo, spesso musica, ma devo dirmi una persona che tende a fissarsi, sono entrata nel rabbit hole recentemente con i Baustelle, i Violent Femmes ed i Pulp, alla lista si aggiungono altri disparati che ho amato ed amo tuttora molto.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Persona, di Ingmar Bergman, ma non mi sento abbastanza cinefila da poter esprimere un giudizio realmente sentito.

-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Non vorrei cadere nel banale, il mio debole più forte temo sia per Hirst, per produzione e personalità sono convinta sia la storia dell’arte contemporanea, quindi a modo suo assoluto.
Amo in generale tanti artisti che utilizzano il corpo animale nel lavoro, come Berlinde De Bruyckere. La pittura di Miriam Cahn, che stimo molto per l’impegno politico oltre che artistico. Ultimamente osservo molto Anna Weyant.
Amo guardare, non saprei cosa più di altro, ma le mostre sono un altro pretesto per farlo.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina presto. È un momento che ho sempre mal sopportato, ma credo sia la mattina a rivelarti come stia andando la tua vita.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho sempre disegnato, o prodotto piccoli oggetti, senza un fine o un senso predeterminato.
Mi fa sorridere il fatto che già da piccola, a 7-8 anni, disegnavo soggetti simili a quelli che ora dipingo, o costruivo con carta pesta parti del corpo da regalare ai compagni di classe. I maestri non erano particolarmente felici data la loro natura a volte inquietantemente pornografica.
Alle superiori ho avuto problemi con i supporti, disegnavo su qualsiasi cosa mi capitasse e questo innervosiva un po’ tutto il personale scolastico. Sono approdata poi ai tatuaggi, una parentesi velleitaria direi, infine in accademia. Un flusso abbastanza coerente.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Mi interessa la dissolvenza dei corpi, inizialmente per la loro caducità, poi per il metabolismo confuso a cui appartengono. È una linea sottile che divide i corpi dall’ambiente in cui si trovano, saturo di vegetazione, con presenza di elementi fini, delicati.
L’ambivalenza della vita sotto forma di amore e violenza.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Eccitazione erotica mista a panico generalizzato quando le cose non funzionano.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Penso che la ricerca artistica debba sempre mantenersi aperta ad ogni forma di influenza, anche all’imprevisto, senza restare sterile o peggio ancora, fine a se stessa.
Dipingo corpi nascosti tra le piante, diafani, in un gesto di riposo, lotta, affetto o danza. Mi interessano questi momenti perché non hanno bisogno di linguaggio, esistono nella loro forza naturale, legata ai bisogni e all’immaginario umano.
Cercare qualcosa di non ancora narrato è il senso stesso della ricerca. Nessuno vuole ritrovare ciò che è già stato detto. La novità non è un’invenzione del mercato, ma una necessità dello sguardo che richiede lavoro.
Le idee, dopotutto, restano spesso solo ossessioni.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Parto da un’idea, che però muta continuamente durante il lavoro, utilizzando pittura su più layer trasparenti l’immagine si muove in continuazione, si aggiunge sempre qualcosa e i pesi cambiano.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Credo siano decisivi, finali. Ho avuto dei forti litigi con i titoli, sono un dettaglio che oggi mi sembra sia sotto gli occhi di tutti, un po’ come i bordi, tanta attenzione su qualcosa di esterno alla pittura e intimo, sono un altro terreno di battaglia.

-Quale sarebbe il loro significato?
Per me rappresentano un’estensione dell’opera su un altro piano di lettura.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Nel caso della pittura il dialogo è direttamente tra te e la tela, la conversazione finisce, gli passi voce da dare agli altri e lo rendi in grado di comunicare anche con l’esterno (o almeno lo speri). Soprattutto sapersi fermare al momento giusto è una delle caratteristiche che rende un artista un bravo artista. Ogni lavoro può continuare all’infinito.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Direi di no.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Beh, facendo una citazione, sono sempre gli ultimi nati i preferiti.
-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Guardo molto la pittura rinascimentale fiamminga, le piante e i bitorzoli delle persone in metropolitana, mescolando queste cose temo.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
L’accademia è stata una figura materna nel mio caso. Ho fatto un sogno da piccolina in cui la frequentavo.
Sono quasi al termine del percorso e sinceramente non vedo l’ora di passare oltre, ma quasi tutto quello che so viene da artisti determinanti che ho incontrato e dalle amicizie strette in questo periodo.
Palestra.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Li uso quasi solo per mostrare il lavoro, sono un buon canale e nel mio caso direi si stiano rivelando utili, o meglio utile, dato che utilizzo solo Instagram.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Sono di Milano e insomma, non saprei. Il mio luogo safe e di confronto è lo studio (Studio Pistola!), ho la fortuna di condividerlo con bravi artisti che non si fanno problemi a parlare del lavoro proprio e a dare consigli su quello altrui, finché la situazione rimane simile a questa il mio luogo d’influenza resterà questo. Mi ritengo molto fortunata. Poi beh, Milano pullula di luoghi meravigliosi dove scoprire e vedere, è un’altra fortuna.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Sono scaramantica ed esordirò con un banalissimo No comment! :O
-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Temo sia una scoperta continua. Per ora, pensando a chi conosco, vedo una folle ed incomprensibile ossessione per qualcosa, riescono a trasmutarla in un linguaggio, è qualcosa di molto intelligente, sensibile e facilissimo, niente elucubrazioni e algebrosate inutili. Credo nell’arte per l’arte, sistema autonomo, rapporto ieratico con la vista, gli oggetti, le vite.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Massimo Pugliese, Anita Dal Sasso e il duo Venerdisabato.
Ringraziamo Elisa Pini per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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