La ricerca di Lux Aeterna, giovane performer di origini torinesi, riflette sui temi alchemici di morte, caos, rinascita e chiarificazione spirituale, che trovano la loro conclusione nella sintetizzazione dell’oro filosofale. Le performance di Lux Aeterna vogliono essere un rituale di catarsi sia per chi ne prende parte attivamente sia gli spettatori, che l’artista riesce a trasportare in una dimensione altera grazie alle sue ambientazioni ed alle sue composizioni musicali.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Ho 21 anni e vengo da Torino, dove ho frequentato il liceo artistico con indirizzo arti figurative. Una cosa interessante che mi è successa durante il percorso liceale è che, con un collettivo studentesco di cui facevo parte, ho partecipato ad un bando indetto da una banca che metteva a disposizione dei fondi: sorprendentemente abbiamo vinto questi finanziamenti che ci hanno permesso di avere uno spazio nostro al di fuori della scuola per dedicarci all’arte. Ovviamente eravamo tenuti a proporre eventi e ad interagire con il quartiere, però questa esperienza mi ha permesso, già durante gli anni del liceo, di portare avanti oltre alla mia pratica artistica questa attività esterna che è stata sia il mio laboratorio che il luogo dove ho organizzato le mie prime mostre.
Adesso il collettivo è diventato un’associazione culturale, mentre io ho deciso di concentrarmi sulla mia crescita e sulla mia ricerca personale. Questo mi ha portato a trasferirmi a Milano per studiare all’Accademia di Brera, dove attualmente frequento il terzo anno del triennio di Pittura. Per fortuna qui il corso è molto libero, al contrario di Torino.

-Di cosa ti occupi?
Oltre ad essere un artista e performer in quest’ultimo anno ho iniziato a suonare come DJ a delle serate tekno e fare modelling.
INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Questa domanda è interessante perché non penso che avrò una risposta “definitiva”. In questo momento mi sento più vicino a delle figure più dark, per esempio Marilyn Manson e in particolare alla sua fase iniziale, legata all’industrial metal. Quando suono io faccio tekno industrial e acid. Direi che mi ispiro a personalità industrial, vicine al metal e al post-punk, che possono anche ricordare vibes un po’ gotiche.
Mi vengono in mente anche, soprattutto per quando produco musica per le mie performance o installazioni, i Sunn O)), una band sperimentale che fa noise e musica drone montando degli impianti giganti dentro chiese e cattedrali. Un’altra mia ispirazione è Marco Fusinato, che ha esposto anche in Biennale. Quando cerco vibes un po’ più auliche ascolto Anna von Hausswolff, una compositrice svedese che suona l’organo.
Direi che la mia anima si può dividere in due parti: una più cattiva e noise/industrial e un’altra più acida e psichedelica, aulica e sacra. Sono i miei due io.

-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Direi i film di Cronenberg e Tarkovskij. Mi piacciono molto “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick (1968) e “Arrival” di Villeneuve (2016). Un film che consiglio, parecchio strano, è “Taxidermia” (György Pálf, 2006). Parla di tre cose che riguardano l’uomo ed in particolare il suo corpo (morte, cibo e sesso) e racconta di come essi degenerino attraverso la storia delle diverse generazioni di una famiglia. Devo dire che, sia per personalità che per estetica, mi sento molto vicino ad artisti dell’est Europa. Non so dire bene perché ma mi piacciono molto le loro vibes dark, a cui mi sento molto vicino.
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Le installazioni e le performance sono i media che mi piacciono di più: sento che sono più immersivi e coinvolgenti sia come spettatore che come artista: quando ne realizzi una il processo è molto diverso rispetto a quando devi dipingere o scolpire da solo in studio.
Un artista di particolare ispirazione per me è Anne Imhof, che realizza performance/installazioni me si occupa più della parte di regia e di produzione artistica. Parla spesso di alienazione e potere, che non sono gli argomenti a cui mi dedico io, ma ha una vibe generale ed estetica che si ispira alle sub culture che mi piace molto.

-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Il mio momento preferito della giornata è quando mi alzo e come prima cosa faccio colazione senza guardare il telefono: questo è l’istante in cui mi sento più presente perché non sto ancora pensando a tutte le cose che devo fare. Mi piace molto questo tipo di “bolla” in cui non sto lavorando. In realtà anche quando lavoro o performo si crea una specie di “bolla”, una dimensione di iper-focus che mi piace molto perché mi permette di dimenticare l’ansia che provo quando penso a tutte le cose che devo fare.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Pensandoci a posteriori ho realizzato che ho sempre disegnato e che questa azione per me è sempre stata un modo per esprimere delle cose che avevo dentro che non riuscivo a comunicare a parole. Sono sempre stato una persona una persona molto timida e chiusa, anche se forse oggi non si direbbe, soprattutto quando devo parlare delle mie emozioni. Disegnando riuscivo a “buttare fuori” qualcosa che se fossi rimasto dentro sarebbe diventato un sentimento troppo forte e magari avrebbe preso il sopravvento.
Al liceo ho iniziato a sperimentare con varie tecniche, anche già performative, ispirandomi molto alla pratica di altri artisti. Dipingevo anche a olio su tela e le tematiche iniziavano ad essere già quelle che sto portando avanti anche adesso, anche se ovviamente con molta meno consapevolezza, quindi queste tematiche legate al sacro inteso come maniera per conoscere se stesso.
Per me la spiritualità è una cosa innata dell’uomo, fondamentale anche per mantenere una sanità mentale: il contatto con il sacro e certe pratiche rituali servono a liberarsi dalle pressioni dell’inconscio. che altrimenti diventerebbero “troppo”.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Sono arrivato a questo livello di consapevolezza leggendo molti libri, Jung in particolare. Leggendo “Psicologia e Alchimia” (1944) ho proprio detto: “Questo è esattamente quello che voglio dire!”. Inizialmente magari un artista fa delle cose a livello istintivo, perché le sente, poi con il tempo sorge la necessità (anche banalmente per partecipare a bandi di concorso) di saper parlare del proprio lavoro: questo ti richiede necessariamente di esserne consapevole. Alcune lezioni che ho frequentato qua a Brera mi hanno aiutato molto a capire meglio il mio lavoro.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
In questo periodo l’ansia: sento di avere troppe cose da fare e sono overwhelmed dagli stimoli, dalle scadenze incombenti. Non mi piace lavorare con l’ansia e so che se avessi più tempo a disposizione questo sentimento sarebbe molto più mite, quell’ansia positiva che senti sempre quando stai facendo qualcosa a cui tieni.
Quando lavoro con più tranquillità le emozioni che provo possono essere diverse: quando scolpisco cerco di entrare in un iper-focus, mentre quando performo o suono cerco di essere presente ma ad un livello più di trance. In realtà non devo impegnarmi troppo, solitamente “ci cado”: a volte mi succede che le persone mi chiedano se le ho viste nel pubblico e io non riesco mai a rispondere, perché è come se in quel momento prendesse il sopravvento un’altra parte di me, meno cosciente.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Le mie idee nascono spesso per una necessità che ho di dire qualcosa. Non faccio arte concettuale perché non voglio avere la pretesa che quello che io ho da dire sia la tesi corretta: non voglio affermare nulla sulla realtà, parlare della realtà in maniera “intellettuale” o “logica”. Il mio obbiettivo è creare delle esperienze estetiche dalle quali possono nascere delle emozioni. Tutta la mia ricerca nasce dalla necessità di esprimere ciò che provo e sento: mi piace mettere in scena rituali collettivi in cui coinvolgo anche il pubblico per trasportarlo con me in una dimensione che possa essere catartica anche per loro.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Idealmente sì, poi tra il dire e il fare… Una cosa fondamentale che ho capito di recente è che devo avere chiari gli obbiettivi di ciò a cui sto lavorando, però nel corso della realizzazione devo permettere all’idea di mutare: rimanere ancorato all’idea originale in realtà ti può allontanare dalla realizzazione dell’opera. Per me non è fondamentale essere fedele alla mia idea iniziale, anche se essa era già magari completa.
Quando inizio un nuovo lavoro utilizzo molto schizzi e moodboard per mettere a fuoco quello che voglio fare, poi passo alla fase della composizione del team: mi piace lavorare in gruppo e penso che uno dei principali pregi dell’arte sia il suo potere di creare delle comunità sociali forti che possono comprendere gli spettatori quanto gli artisti ed i curatori. Creare un legame di amicizia con il mio team è per me un aspetto fondamentale, anche in quanto all’interno dei miei progetti ricopro anche il ruolo di art director.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro? Quale sarebbe il loro significato?
Penso che i titoli possano facilitare la comprensione. Spesso do dei titoli in greco perché la ritengo una lingua molto pia specifica e ricca rispetto all’italiano: alcune parole racchiudono al loro interno interi significati e permettono quasi di fare a meno di ulteriori spiegazioni o descrizioni oltre alla parola in sé. A me piace usare i titoli per dare una descrizione più specifica del lavoro, che in realtà potrebbe anche vivere benissimo senza di esso.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Semplicemente lo senti: spesso l’opera finita non è come tu l’avevi pensata all’inizio, quindi non puoi attenerti a quella. Quando lo guardi dici “ok, ci sono”.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in studio il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Sì, un sacco di volte. Come persona cerco sempre di evolvermi, anche nella mia pratica, e non ripeto mai una cosa in cui mi sento in comfort. Forse questo è un errore perché mi spinge a fare cose sempre diverse e più ambiziose: questo mi porta a dovermi fermare spesso a causa di difficoltà.

-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Ora vorrei concentrarmi sul fare delle performance dove la musica abbia un ruolo più centrale, insieme al feedback, e creare installazioni di luci con l’attrezzatura che mi serve per suonare. Queste performance musicali, che ho già proposto in Accademia, hanno ricevuto un ottimo riscontro e io stesso le reputo più mature di altri miei lavori, per cui penso di voler approfondire questa direzione in futuro.
-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Penso che il punto di partenza sia la ricerca interiore che io faccio su di me e che voglio condividere con il mondo. Vivo la mia vita, la analizzo e la sublimo cercando di creare esperienze estetiche: è il mio modo di affrontare la realtà e di elaborarla.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
In questo momento è difficile rispondere a questa domanda: devo dare gli ultimi esami del terzo anno e sono in un momento della mia vita in cui mi sento un po’ overwhelmed, quindi sto facendo un po’ di fatica a stare dietro a tutte le scadenze, sia accademiche che non. Non vedo l’ora che finisca quest’ultima sessione per potermi dedicare alla stesura della tesi, che penso che sia il momento più bello del percorso accademico, in cui ti concentri sulla tua ricerca e basta.
Sicuramente l’Accademia mi ha lasciato qualcosa, però allo stesso tempo sento che non è fondamentale frequentare un’istituzione del genere per essere un artista. Forse la cosa più positiva di questa esperienza è che mi ha permesso di conoscere tante persone che sono diventate importanti per me, tra cui gli amici con cui condivido lo studio.

-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Un lavoro molto apprezzato è stata sicuramente la prima performance di questo ciclo in tre atti che ho appena concluso: si intitola “ÀPOKALYPSIS ÈSCHATON” ed è dedicata alla prima parte del processo alchemico, cioè la morte/negredo. L’Apocalisse diventa quindi una morte collettiva ma anche la fine di un’era, che alla fine della performance lascia spazio ad un inizio di rinascita.
Un lavoro che piace molto a me è “EGO-DEATH”, la terza fase del medesimo ciclo in tre atti. Devo ancora interiorizzarlo perché ho messo in scena la performance per la prima volta da poco, però sono molto felice di essere riuscita a completare questa performance e di aver realizzato qualcosa che ha avuto un feedback positivo. Penso che sia molto indicativa della mia evoluzione del tempo.
INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Li reputo una dimensione importante perché non ho ancora una galleria che mi rappresenti o un’istituzione che mi sponsorizzi, quindi sono io ad occuparmi di questi aspetti proprio tramite i social.
Instagram mi ha permesso di trovare diversi lavori, ma allo stesso mi mette ansia: giusto stamattina l’algoritmo mi ha cancellato un post, dedicato al backstage di “EGO-DEATH”, perché erano visibili i miei capezzoli.
Queste regole su cosa postare, ma anche tutte quelle su quando postare per far sì che il proprio contenuto funzioni, mi mettono ansia perché sento di essere “costretto” da queste limitazioni. È però un’ottima vetrina: certamente ha dei pro e dei contro.

-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Sicuramente sì.
Appena sono arrivata a Milano mi sentivo come se avessi scoperto il mio posto nel mondo, avevo la sensazione di essere arrivata in un luogo che cercavo da tanto. Ho subito trovato molti contatti e molto spazio per esporre il mio lavoro e quindi crescere, una community di artisti che mi ha ispirato.
Qui ci sono molti più opening e gallerie ma anche un forte legame con la moda, che mi ha influenzato moltissimo e ha cambiato il modo in cui vedevo il mio lavoro: ho iniziato a lavorare con designer solo da quando sono a Milano, anche se già prima avevo iniziato la mia ricerca identitaria sul mio modo di vestire. Prima lavorare in questo mondo non era tra le mie priorità.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Voglio realizzare delle esposizioni all’estero e ho già delle richieste, ma non voglio dire altro per scaramanzia.
Mi piacerebbe anche trovare una galleria con cui lavorare, magari qui a Milano. Ho qualche mostra in programma per l’anno prossimo e qualche residenza per questa estate, però voglio concentrarmi molto sul portare a termine gli esami. Penso che sfrutterò le residenze come momento di ricerca più che di produzione di opere, perché sento di avere il bisogno di fare un po’ altro prima di lavorare a nuovi progetti.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Uno shooting in collaborazione con Etere, un brand emergente che realizza gioielli molto concettuali. Sarà ambientato in una chiesa brutalista ed è in sospeso da molto: spero di completarlo presto.
Sto lavorando ad una scultura per un esame che devo finire a breve: si chiama “Resurrection”, è in cera e sarà correlata da una parte sonora. Un altro lavoro che sto completando è la scultura “Kyrie Eleison”, un mio autoritratto.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Secondo me l’artista è colui che riesce ad avere uno sguardo ed una comprensione del tempo presente e a restituirlo tramite delle opere. Un artista “bravo” riesce a leggere e interpretare la realtà in una maniera potente e comunicativa.
Nel futuro le opere che stiamo producendo ora serviranno anche a documentare la cultura della nostra epoca, almeno quelle che hanno una dimensione che va oltre quella puramente decorativa ed estetica.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Di sicuro Giovanni Armando Romano Manzo, un mio compagno di corso che fa performance e videoarte molto sperimentale. Oltre a lui dire Romeo Belotti, la cui ricerca si concentra molto sulla parola e sulla poesia esplorando diversi media.
Ringraziamo Lux Aeterna per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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