La produzione di Francesco Taverniti gioca con la fusione tra le arti e si rifà spesso agli aspetti concreti da cui si lascia ispirare. In particolare si interessa ai singoli luoghi che ognuno vive nel proprio quotidiano e che lui definisce “micro ambienti”.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Sono nato ad Ischia, il 7 giugno compio 23 anni. Ho sempre studiato arte fin da piccolo, con mio nonno facevo dei filmini in giro per casa con una videocamera, poi regolavo l’audio sperimentando con lo stereo.
Ho fatto il liceo artistico in Calabria, lì non era molto attrezzato per il mio indirizzo di grafica, quindi abbiamo lavorato un po’ da autodidatti. Abbiamo vinto un bando per una grafica di una banconota, vincemmo 2000 euro, chiedemmo una migliore istruzione, ma vennero destinati per la ristrutturazione della scuola.
Poi mi sono iscritto a Brera e ho fatto un anno di Grafica d’Arte, ma non mi sono trovato molto bene, allora ho iniziato Nuove Tecnologie dell’Arte.
Il mio nome d’arte è Ochiba, vuol dire “foglia che cade” in giapponese.
Quando vedi una foglia su un albero sai già che cadrà e quando cade è perennemente influenzata dal vento. “Fluttuo dove, nè si atterra nè si cade”, mi sento di vivere la vita in questa infinita variazione.
-Di cosa ti occupi?
Provo a fare l’artista, lo studente e il lavoratore; mantengo l’affitto facendo queste cose.
Frequento il terzo anno di Nuove Tecnologie dell’Arte e faccio parte di un collettivo che si chiama “Spazio Sintetico”, il nostro obiettivo è quello di fondere mostre ed esibizioni d’arte con eventi di musica techno sperimentale. Siamo attivi da un anno e qualche mese. Abbiamo appena concluso una mostra di Trasparente (Federico Montaresi), una personale durata una settimana.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Pino Daniele, vario tra il jazz, napoletano, un po’ di rap, mi piace molto Salmo, Mezzosangue, e anche artisti internazionali. Vario molto sulla musica, spesso i miei amici mi consigliano generi nuovi. A casa proviamo a fare qualche jam clandestina, io suono il sax, i miei coinquilini il piano, la batteria e la chitarra.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
The Act of Killing, è un documentario sui modi di uccidere.
Samsara (2011) un altro documentario girato in tutto il mondo che dura 5 anni.
Mi piacciono per il modo inusuale e sperimentale in cui sono girati.
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Mi piace la fusione tra le varie arti. Non andrei ad una mostra per vedere una sola forma d’arte e anche nella mia produzione gioco con l’unione tra le arti.
Arsenio Lupin, non è un artista e non è contemporaneo, ma mi ha influenzato moltissimo nell’affrontare il mondo dell’arte. Perché l’arte si fonda principalmente sull’illusione e lui è il padre dell’illusione, il suo mito mi ha ispirato molto.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
No.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Il mio interesse non ha avuto una vera e propria nascita, ma una costante immersione e alimentazione. Ho fatto tanti lavori in giro per l’Italia, ho sperimentato tanto anche in relazioni pubbliche, ma cercavo sempre un’alternativa, non c’era mai un percorso lineare in quello che facevo finché non ho iniziato ad acquisire consapevolezza nelle emozioni provate durante determinate azioni, stare dietro una videocamera comporre audio e installare opere, mi dà adrenalina.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Leggendo, discutendo con amici, colleghi e professori su quello che studiamo e vediamo, sulle notizie che riceviamo e sui viaggi che facciamo.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Eccitazione.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro?
Non ho sempre un’idea chiara, a volte ce l’ho, ma ho visto che quando si lavora ci sono sempre degli imprevisti che non si possono controllare e deviano la tua visione di lavoro, quindi bisogna trovare un compromesso tra i tuoi strumenti e il tuo pensiero.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Per me sono molto importanti, danno molta identità all’opera e a te come artista, si capisce la tua personalità. Di solito li do alla fine, ma se già all’inizio dell’opera c’è un elemento dominante tendo ad assegnare un titolo conforme a quell’ elemento.
-Quale sarebbe il loro significato?
Dipende dall’opera, non seguo uno schema per dare i titoli, li decido in modo molto istintivo.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
All’inizio avevo problemi nel capirlo, dopo un po’ si inizia a sentire che si avvicina. Non è un momento preciso, dipende tanto anche dalle inquadrature e dal tipo di montaggio.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finché non lo trovi?
Non mi manca l’ispirazione, una volta che strutturò il concetto e lo rapporto al concreto. Quindi se ho l’ispirazione non rallento, ma mi devo rapportare ai mezzi che ho, videocamera e computer.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Il mio lavoro a cui sono più legato è “Danza immobile” perché nasce da un periodo di svolta, un cambio di pensiero e di approccio nella mia vita.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Mi sono trovato molto bene, ho avuto fin da subito un bellissimo rapporto con alcuni colleghi. Quando la sede di Nuove Tecnologie si trovava in viale Marche mi veniva molto comoda, era abbastanza vicino a dove abito. Qui mi piace, ma mi spiace che non abbiamo lo spazio sufficiente. Spero che aprano in Scalo Farini. Mi ha lasciato tanto, soprattutto sono grato del rapporto che ho avuto con alcuni professori, non posso recriminare tanto se non per il problema del piano di studi a cui però mi sono adattato senza troppi problemi.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Non saprei dirti quello più apprezzato, forse sempre “Danza Immobile”.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Per me sono importanti per farmi conoscere e rimandare gli altri al drive dove possono vedere il mio portfolio con le opere. Uso reel e caroselli quasi in modo pubblicitario per il mio portfolio. Non mi va di pubblicare le mie opere sui social perchè credo che gli toglierebbe valore.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Il primo anno non mi trovavo molto perchè non conoscevo nessuno, ora vivo bene perché ho una rete di contatti e amici. Cerco di tornare a casa mia al mare il più possibile, ma tra il lavoro e l’obbligo di frequenza è un po’ difficile.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Ne ho molti. A ottobre andrò in Cina per il mio progetto di tesi, sicuramente mi accompagnerà il mio amico Xinye Lin.

-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Sto rifacendo un progetto che si chiama “DomAIn”, e un’altra installazione che si chiama “Loud Ong Zen” (significa bug zen) è un’installazione/ performance. Io e un mio collega abbiamo programmato un’ IA, vieni a provarla.
“DomAIn” si collega alla ricerca artistica sull’ informazione quantica, qualcosa che si riceve passivamente, senza che si decida consapevolmente di verificarla. In questo stato, l’informazione si perde in un gioco di “falsa verità”, “vera falsità” e “mediazione tra le due”, come nel detto “la verità sta nel mezzo”. Tuttavia, tutto rimane aperto: non essendoci un riferimento stabile, l’informazione non viene misurata. Come nella trasmissione orale, dove ogni passaggio modifica i dettagli pur mantenendo la storia generale, l’informazione subisce un’alterazione costante. Più questo filo che la lega al reale si assottiglia, più rischia di spezzarsi. Quando l’informazione arriva a te, sei di fronte a una scelta: puoi tesserne un altro per riannodarlo alla realtà pura, oppure puoi fermarti e accettare passivamente ciò che hai ricevuto.
In questo stato, la notizia diventa quantistica: esiste simultaneamente in più forme e infrange il principio del terzo escluso, poiché è sia vera che falsa. La sua struttura è fluida e si sviluppa in una combinazione di stati: dall’apparizione della notizia nelle sue diverse versioni fino a quella che attira la tua attenzione (come un annuncio pubblicitario), al suo peso socio-culturale e alla sua rilevanza rispetto ai tuoi interessi (che, generalizzando, possiamo suddividere in “mondano” e “politico”). Il grado di convincimento è cruciale: se la notizia viene approfondita, può essere misurata e quindi riportata nel principio del terzo escluso; se invece viene condivisa senza verifica, resta in uno stato quantico, sospesa tra molteplici possibilità.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Rocco Scorrano, Sara Caushaj, Lorena Santamaria.
Ringraziamo Francesco Taverniti per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.
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