La pratica artistica di Simone Brambilla si basa sull’osservazione del quotidiano e sullo stupore legato agli eventi. Le sue immagini sono sempre evocative di una realtà, che spesso viene ripresa anche nei titoli delle sue opere che vanno di pari passo con le forme a cui sono abbinati.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Sono Simone Brambilla, abito a Pioltello. Ho uno studio condiviso in zona Dateo a Milano. Vado per i 25 anni e mi sono appena laureato in scultura alla magistrale con Vittorio Corsini e Gianni Caravaggio.
-Di cosa ti occupi?
Insegno ceramica in un laboratorio in zona City Life e ho dei progetti di mostre.
Domenica 11 maggio ho inaugurato una mostra a Varese con Arianna Giorgi e Gloria Tamborini dello spazio di Ermanno Cristini. Sto anche producendo altre due mostre.

INTERESSI
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Prediligo l’installazione. Mi interesso anche di video e fotografia, mi piace viaggiare su questi ambiti.
Giro molto le mostre, mi piace vivere gli opening ma anche vederle in generale, non in senso mondano, guardo un po’ di tutto, ma sempre con occhio critico.
Felix Gonzalez Torres, è un must quando parlo d’arte ed è sempre centrale quando condivido e racconto i miei pensieri artistici. E’ uno dei pochi artisti che ha, secondo me, raggiunto l’assoluto tramite l’immagine. Lavora con l’installazione e la fotografia, ha una sensibilità rara per le immagini.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
Citando Torres mi piace il tramonto, le fasi della giornata rientrano anche nella mia pratica di osservazione del quotidiano, che anticipa e percorre l’opera d’arte.
Ci sono aspetti interessanti in tutta la giornata.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho sempre avuto un legame con l’arte, anche da piccolo, mia nonna mi faceva colorare per tenermi tranquillo.
Ho fatto il liceo artistico, ma ho avuto il primo approccio reale con l’arte contemporanea in Accademia. Mi sembra di aver colto bene gli insegnamenti dei miei professori che sono di alto livello e mi hanno ben indirizzato.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
Tanto fa l’osservazione del quotidiano, io penso che la mia pratica si basi sullo stupore legato a degli eventi, lavoro affinché si riduca al minimo il concetto di stile, quindi cerco di non avere una pratica rigida, costante e ripetitiva. Alcuni concetti o materiali ovviamente si ripetono nelle mie opere, per mio gusto personale e per un richiamo di sensibilità tra un’opera e l’altra .
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Lo stupore, concetto che mi è stato insegnato in questi anni. Il rapporto con lo stupore, un’emozione infantile rispetto agli eventi del quotidiano. Recentemente sto lavorando sullo stupore di quando c’è il sole e incomincia a piovere, sono piccole cose che stanno sempre intorno a noi e che per questo ogni tanto non notiamo. Lo stupore è al centro delle mie opere, è la chiave.

-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Non avevo un’idea chiara di quello che sarei andato a fare, erano tentativi e approcci con sempre dei soggetti in comune, ma erano acerbi, tuttora sono in una fase di crescita, quando ho iniziato non avevo un focus chiaro e definito. Però l’accademia e il rapporto con gli altri mi hanno aiutato a focalizzarmi.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
C’è una progettazione ferrea fatta da diversi step, il mio lavoro deriva da delle sensazioni che sviluppo in modelli 3d che mi aiutano ad immaginare in modo concreto le forme. Tanto fa anche il colloquio con gli artisti che mi stanno intorno, mi confronto con loro e mi metto costantemente in discussione. Si conclude con realizzazioni e modifiche successive.
Non la forma conclusa, ma quantomeno l’immagine. Io lavoro molto con l’immagine, di solito facendo in modo che sia evocativa di una realtà. Mi lego sempre ad una realtà anche quando parlo in termini virtuali.

-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Di solito assegno dei titoli dopo perché trovo che abbiano un ruolo fondamentale. Ultimamente, nella mia pratica, penso che non assegnare un titolo sia una mancanza di responsabilità nei confronti delle mie opere. I titoli sono evocativi, non sono una sottolineatura o una pura descrizione, ma partecipano e collaborano con l’opera e con la sua percezione. Anche il “Senza titolo” ha il suo valore, ma bisogna farlo con consapevolezza e coscienza.
-Quale sarebbe il loro significato?
Il titolo non deve spiegare, quello è un compito del foglio di sala o della storia dell’arte.
Il titolo è fondamentale perché non è un accessorio, per questo dico che anche non mettere i titoli è una responsabilità.
Le parole sono forti, possono distruggere o creare, non devono spiegare perché chi guarda l’opera deve essere partecipe dal punto di vista contemplativo. Titolo e forma vanno di pari passo e servono entrambi alla percezione, non colmano delle lacune. Le parole così come la forma sono evocative, quindi devono avere lo stesso rilievo.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
E’ finito nel momento in cui evoco l’immagine a cui ho pensato in origine. Partire con un’idea significa avere una forma astratta che va pulita e concretizzata. E’ giusto sospendere le opere finché non si sente che sono coerenti rispetto alla partenza e a quello che mi ero prefissato, anche a seguito di giuste riconsiderazioni.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Fortunatamente il mio studio è in una buona posizione per il rifornimento di materiali. Avendo una progettazione tendenzialmente schematica, so già che materiali andrò ad usare e nel caso uso dei materiali simili, ogni tanto non inizio a lavorare finchè non ho i materiali giusti. Ogni tanto sospendo quando non ho idea di che materiali utilizzare, allora costruisco la forma e la lascio depositare.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Ad oggi penso che ci siano due lavori che sento tanto vicini per motivi differenti.
“Primo Sguardo” un marmo rosa con una stampa dei miei occhi strizzati sulla superficie, lo prediligo perché è una sensazione che parte da un fenomeno reale (l’estrazione del marmo), ma assume un aspetto contemplativo. La sua installazione è sempre complessa perché predilige spazi che abbiano una loro storia. La luce è sempre parte dell’opera e ha sempre una relazione con il contesto da cui la luce proviene. L’altro lavoro è “Verso l’Ambra” è la manifestazione di una sorta di affetto che sento mancare negli ultimi anni. Un rametto di pino si appoggia sull’altro e sono fossilizzati nella resina dello stesso albero che, con i millenni, si impreziosisce diventando ambra. Il gesto affettuoso viene immortalato in una materia calda e luminosa, manifesta un tono romantico che sento assente.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovato? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Il mio percorso in accademia è stato molto pieno e fortunato. L’accademia è un luogo dove ci si può perdere con estrema facilità, però penso che uno dei grandi valori che mi ha lasciato è quello della condivisione con chi sta al mio fianco e con cui collaboro tuttora. Siamo stati considerati dai miei docenti come professionisti non solo come semplici studenti e studentesse.
E’ stato importante conoscere degli artisti, critici e storici dell’arte che effettivamente mi hanno fatto conoscere il mondo dell’arte in maniera più fisica che iconica, non come mitologie ma ponendo lo sguardo sulla realtà.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Nell’ultima mostra che ho tenuto a Varese è stato molto apprezzato il lavoro “Immagine-fruscio”. Sono delle installazioni fotografiche che mostrano degli alberi spogli invertiti cromaticamente che si trasformano percettivamente in elettricità modificando l’andamento rigido dei tondini di alluminio.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Io non penso, se non per alcuni casi specifici, che i social aiutino ad incrementare una fama. A me non servono per questo discorso. Utilizzo soprattutto instagram come portfolio, prima solo dei miei lavori, ora raccolgo le mostre dove espongo, nelle storie metto momenti personali della mia giornata che mi diverte pubblicare. Per fare delle mostre non sono mai stato contattato sui social.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Sicuramente Milano influisce sulla mia arte. Ho visto, quando ho fatto l’erasmus a Lione, che è un’altra dimensione socio-politica e ambientale, che il mio sguardo e il mio percepire sono mutati. I luoghi influenzano direttamente le pratiche di ciascun artista.
Comunque mi sento un po’ controcorrente rispetto alle tendenze e alle richieste milanesi, non mi sento fuori luogo, ma alcune tendenze oggi dominanti si discostano dalla mia pratica e osservazione.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Una piccola curatela per un open studio per la fine di maggio.
Parteciperò al progetto espositivo “La Giostra” che fa parte della Cremona Art Week nella sezione Faville e vorrei continuare “Open Studio”, un progetto espositivo avviato lo scorso novembre e che ha avuto un buon riscontro perchè è fuori dall’ambito istituzionale e si può portare in altri studi con forme differenti. Sto gestendo con dei prof di Brera uno spazio nelle aule di scultura per delle piccole mostre, si chiama “Interno46”.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Questa è di solito una domanda che propone Obrist basandosi sulle utopie. Non ho progetti irrealizzati, sto lavorando, quindi sto più o meno realizzando i miei progetti. Ho la fortuna di poter lavorare in modo costante nonostante i miei impegni.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?
E’ una domanda controversa, la responsabilità degli artisti, per quanto declinabile in modi sempre differenti, è quella di rinnovare lo sguardo, un’attenzione. E’ una risposta politica, ci sono scuole che pensano sia necessario fare un manifesto politico oppure altre che si pongono l’obiettivo di far cominciare una discussione sulla realtà. Essere artista non ha delle regole di pensiero predefinite, l’arte è efficace quando arricchisce chi la osserva.
Far sì che i lavori si mostrino, dare all’osservatore un’attenzione rinnovata. Succede anche nella storia dell’arte, ad esempio in “The Green River” di Olafur Eliasson, che colora il fiume di verde riattivare l’attenzione di coloro che vivono quotidianamente la città. Oppure le opere di Ettore Spalletti che mostrano i cieli che lui vede ogni giorno, ma vibrano in maniera da rinnovarsi ogni volta dentro allo sguardo di chi li osserva. Se l’artista riesce a rinnovare questa attenzione riesce ad avere un riscontro nella sensibilità e nella vita di chi osserva.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Itacira Galasso, Gloria Tamborini, Rita Lucchini.
Ringraziamo Simone Brambilla per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirlo sul suo profilo Instagram.
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