Per Gloria Tamborini l’arte è sincerità. Le piace farsi stupire da linguaggi diversi da quelli a lei congeniali. Le sue opere nascono da una sensazione, da un incontro e si riflettono in un’ inziale ipotesi vaga che va a definirsi grazie ai materiali, allo spazio e alla luce che le suggeriscono la direzione da prendere.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai?
Mi chiamo Gloria Tamborini, ho 28 anni e vivo a Varese.
-Di cosa ti occupi?
Dopo il liceo artistico ho frequentato una triennale in psicomotricità ma terminato il percorso sentivo una “mancanza” a cui non sapevo dare forma o nome. Sono inciampata a Brera con l’idea di fare terapeutica o scenografia, ma una volta entrata in aula 45 non sono più riuscita ad andarmene. Ora sto scrivendo la tesi del biennio in Scultura e nel mentre insegno arte in una scuola media a Villa Guardia.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito?
Si, mi piace molto e per molti anni è stata una presenza importante nella mia quotidianità. Ora non sempre la cerco, ma quando arriva la accolgo. Non ho un riferimento preciso, spazio molto.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders
-Qual è la forma d’arte che preferisci? (da andare a vedere/ a cui assistere: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc..) C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
Potenzialmente tutto e niente, ciò che ricerco nelle opere è la sincerità. E mi piace tradirmi e lasciarmi stupire di fronte a linguaggi magari lontani dalla mia sensibilità o estetica.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina presto.

LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
Ho sempre costruito, fin da piccola. Passavo le giornate a costruire capanne, sempre diverse, sbriciolare sassi, fare ghirlande senza mai considerare tutto questo collocabile nel territorio dell’arte.
Fino a poco fa ti avrei risposto “penso di esserci inciampata”, ma ora credo si tratti di postura, una postura che ad un certo punto ho visto e riconosciuto.
-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
L’idea spesso non è un’idea. È un incontro o una sensazione. A volte sono immagini, altre volte tensioni o dettagli che tornano. Più che ideare accadono.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Sospensione e un pizzico di tensione.

Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Fare qualcosa di sincero, poi se questo riuscirà ad andare oltre si vedrà.
-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro?
Mmmh, quando mi capita di avere un’idea chiara quasi sempre resta un’idea o la abbandono, comunque mi perde.

Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
Esatto, è sempre un processo più che un progetto. Inizio con un’ipotesi vaga, poi sono i materiali, lo spazio, la luce a suggerire la direzione.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
I titoli sono parte integrante dell’opera, non vogliono spiegare ma aprire. A volte nascono all’inizio, guidando il processo creativo; altre volte emergono alla fine.

-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Quando non ha più bisogno di me.
-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Si, mi capita di interrompere il processo, e spesso è proprio da quella mancanza, -in quell’attesa -che accade l’imprevisto, la cosa giusta al momento giusto.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Non so quale lavoro funzioni più degli altri. Ogni opera ha un suo respiro. Alcune forse sono più disponibili ad accogliere lo sguardo.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Come dicevo prima, tutto nasce da una sensazione, da un incontro. Ad esempio, in “45°47’31.1”N 8°50’09.2”E e dai tuoi piedi qui 165 cm in su”, è nato un gesto istintivo. Di fronte a un paesaggio improvvisamente mutato, ho colato peltro fuso nelle buche lasciate dagli alberi sradicati. In quel momento, sentivo il bisogno urgente di riempire quel vuoto, di calcare ciò che era stato tolto. Solo in un secondo tempo ho deciso di installare quelle fusioni all’altezza del mio sguardo.
Altre volte, invece, il lavoro prende forma nello stare accanto al materiale in silenzio, nel prendermene cura. Come in Cava Madre, dove ho recuperato pezzi di marmo di Candoglia scartati per le loro imperfezioni. Passando più
e più volte la carta abrasiva, con un gesto simile a una carezza, per rimuovere i segni lasciati dalla lavorazione dell’uomo: buchi e tagli. Così, lentamente, mi sono ritrovata tra le mani tre fogli di marmo: sottilissimi,
fragili. Ho creato dei piccoli incastri ai lati, per riunirli. E in quella unione, fragile ma precisa, ho trovato il modo di farli stare in piedi.

-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
Il più grande insegnamento l’ho ricevuto dal mio prof di scultura, Vittorio Corsini, che un giorno durante una revisione mi ha detto “bene, è bella la tua sensibilità, ma ora abbi il coraggio di credere nel tuo cuore e di portare ciò che vedi e senti nel mondo”.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Il più apprezzato forse, non ha titolo, ma tutti ormai lo chiamano “il tronco”.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Sono uno strumento utile per generare curiosità, restare connessi. Ma l’arte poi vive nei corpi, nello spazio. Mi rendo conto di utilizzarli poco e male, ma proprio non ci riesco a ridurre tutto ad un post.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano è stata ed è importante, è una città che offre stimoli culturali continui. È una città veloce, densa, anche troppo ahahah. Certamente le sono grata per gli incontri che ha saputo e sa offrire, ma non ho una struttura compatibile alla sua per poterci vivere. Mi piace passarci. Per me cerco sempre spazi verdi, è lì che il mio sguardo è attratto. Il luogo in cui lavoro incide molto su quello che faccio.

-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
Continuare a costruire luoghi temporanei di attenzione. Da qualche tempo sto lavorando ad un nuovo progetto, il bosco mi fa da studio.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Al momento ne ho due che non riesco ad afferrare e restituire. Altri poi sono lì, in attesa, non ancora accaduti.

-Cosa significa per te essere artisti oggi?
Essere artisti oggi, per me, significa essere osservatori attenti della realtà. Significa proteggere un luogo fragile. Mantenere aperta una porta. Non per dire, ma per ascoltare.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Emma Dotti, Federica Balconi, Simone Brambilla.
Ringraziamo Gloria Tamborini per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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