Sara Lidia Girelli intende la pratica pittorica come un laboratorio alchemico, dove il rigore della sua impostazione scientifica incontra l’imprevedibilità della materia viva. Attraverso l’azione corrosiva del sale e la fluidità degli inchiostri, l’artista trasforma l’urgenza primitiva della rabbia in un rito di sedimentazione silenziosa e controllata. Il suo è un gesto radicale che sfida il sovraccarico visivo del contemporaneo, arrivando a nascondere la superficie a se stessa pur di preservare la purezza incontaminata del segno.

PRESENTAZIONE
-Allora… raccontaci un po’ da dove vieni, chi sei, quanti anni hai? -Di cosa ti occupi?
Mi chiamo Sara, sono nata nel 2004 e vengo da Brescia.
Ho frequentato un liceo scientifico a indirizzo artistico, una combinazione tra matematica, scienze e arti visive che ha segnato profondamente il mio modo di lavorare.
Oggi studio Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera con l’intenzione di proseguire anche per il biennio magistrale. Faccio la pendolare: due ore di treno all’andata e due al ritorno, un viaggio quotidiano che inevitabilmente incide sui miei ritmi.
Non amo definire in modo rigido la mia pittura, anche perché nei miei lavori è sempre presente un aspetto materico e scultoreo molto forte; sento che il confine tradizionale tra le diverse discipline si è ormai azzerato.
La mia è una ricerca quasi alchemica, incentrata sulle reazioni chimiche e fisiche tra gli inchiostri e il sale, che è l’elemento principale in quasi tutte le mie opere. Anche quando non lo uso direttamente, parlo sempre di sedimentazioni, di stratificazioni e di flussi. In base alla componente chimica degli inchiostri e alla quantità d’acqua che utilizzo, la materia si dilata e reagisce, virando verso tonalità inaspettate, come l’arancione o il viola. Diventa una costante negoziazione con il supporto.

INTERESSI
-Ti piace la musica? Hai un cantante, gruppo preferito? Qual’e’ il tuo brano preferito?
Sì, mi piace molto la musica e l’ascolto in base al periodo. Inizialmente durante la creazione dei miei lavori, ascoltavo molto Marilyn Manson, perché sentivo tanta rabbia interna che doveva uscire fuori. Ad oggi invece, i miei ascolti cambiano a seconda dell’energia del momento: passo da artisti della scena rap come Nitro, e Madman, fino a Caparezza, di cui ho in programma un concerto.
-Un film che secondo te tutti dovrebbero vedere?
L’attimo fuggente (Dead Poets Society). Trovo che sia un film davvero imprescindibile, una visione che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita.
– Se dovessi identificarti in un libro quale sarebbe?
Credo che sceglierei Siddhartha di Hermann Hesse. È una lettura recente che per me ha rappresentato una vera e propria guida introspettiva. È un viaggio intimo in cui, pagina dopo pagina, arrivi a risponderti a delle domande profonde; lo considero una bellissima indagine dell’io e della collettività.
-C’è qualche forma espressiva che preferisci: fotografia, pittura, scultura, performance, ecc.?
Principalmente la pittura e la scultura, anche se ormai non sento più il limite rigido che c’è tra le diverse discipline dell’arte. Ad esempio, lavoro molto anche con il carboncino su carta, esplorando la sedimentazione dell’immagine e del ricordo nella memoria, che nel tempo si trasforma in un segno astratto.

-C’è un artista contemporaneo che consideri assoluto o che sia una fonte d’ispirazione?
In realtà cerco il meno possibile di farmi influenzare dagli altri per evitare il rischio di copiare o di cadere nel già visto. Gli artisti storici che guardo sono spesso molto distanti dalla mia poetica, come Alighiero Boetti.
Tra i contemporanei, invece, apprezzo molto la ricerca artistica a tutto tondo di Marco Fusinato, per il modo in cui fa dialogare performance, suono, installazioni e video.
-C’è un momento della giornata che ti piace particolarmente?
La mattina presto. Sono una persona decisamente più attiva e produttiva nelle prime ore della giornata.
LAVORO
-Come nasce il tuo interesse per la ricerca artistica?
L’interesse per la ricerca plastica ha radici lontane. Mi ci ha avvicinato mia madre, che pratica per hobby, la ceramica e il découpage. Anche da bambina ha sempre preferito regalarmi al posto delle bambole l’argilla con cui mi sono sempre divertita a sperimentare.

-Da dove ti è venuta l’idea e come ci sei arrivata\o?
L’idea di sperimentare con il sale, è nata da un momento di profondo stallo e di crisi totale durante il mio primo anno in Accademia. Venivo da uno studio fortemente iperrealista e sentivo il bisogno di passare all’astrattismo: siamo sovraccaricati da troppe immagini, la realtà ne è satura. Inizialmente ho introdotto il sale legandolo a un’emozione di rabbia, a un bruciore interno che sentivo il bisogno di far uscire. Poi, quel processo è andato oltre, slegandosi da quel sentimento primordiale per aprirsi a nuovi interessi strutturali.
-Un’emozione che sapresti nominare mentre lavori?
Oggi, quando inizio un’opera, non sperimento una singola emozione: entro direttamente in un’altra dimensione. È uno stato mentale assorbente e totalizzante, in cui perdo la percezione della mia stessa componente fisica e dello spazio circostante. Se dovessi trovare una parola per descriverlo, la paragonerei alla calma assoluta, quasi a un sogno o a un mondo surreale.
-Che cosa sentivi necessario: fare qualcosa di diverso, oppure andare oltre? Avevi un’idea chiara di quello che bisognava fare?
Non avevo un’idea chiara. Sapevo di dover andare oltre la fisicità dell’immagine visibile. Anche nei lavori che realizzo a carboncino, ad esempio, indago la sedimentazione dell’immagine nella memoria, esplorando ciò che quel ricordo evoca a distanza di tempo, fino a diventare un segno astratto.

-Prima di cominciare a lavorare hai già chiara l’idea di come sarà il tuo lavoro? Oppure è quando cominci che hai un’idea di quello che farai?
So già all’incirca cosa voglio fare, ma l’evoluzione resta un punto interrogativo guidato dalla materia.
-Che ruolo svolgono i titoli per te? E quando li assegni? Di solito i titoli vengono prima o dopo che hai finito il tuo lavoro?
Per quanto riguarda i titoli, le opere realizzate con il sale non ne hanno: preferisco catalogarle semplicemente attraverso dei numeri, lasciandole libere. Credo invece che il titolo sia fondamentale nei lavori a carboncino; in quel caso nasce dopo, formalizzandosi in base al viaggio e al percorso che ha portato alla nascita dell’opera.
-Quand’è che senti che il lavoro è finito?
Lo percepisco quando si stabilisce un perfetto equilibrio tra le parti. Nel caso dei carboncini, ad esempio, quando si crea la giusta armonia tra l’intensità del nero e il bianco del foglio che emerge; in quel momento sento che il lavoro funziona.

-Ti capita di doverti fermare mentre stai lavorando, perché non hai in casa il tipo di pezzo o di materiale che ti serve, e di dover aspettare finchè non lo trovi?
Nel mio studio l’organizzazione è fondamentale: non potrei mai interrompere un lavoro a metà perché mi manca un materiale, poiché riprendere quel flusso in un secondo momento sarebbe molto difficile. Per questo faccio una lunghissima ricerca preventiva sulle carte e sugli inchiostri, preparo tutto il necessario per poter cominciare serenamente.
-Quale lavoro secondo te funziona di più rispetto agli altri?
Uno dei progetti che ha funzionato meglio è stata la monumentale opera su carta di 14 metri esposta alla Fabbrica del Vapore. L’ho realizzata in tre riprese e, mentre lavoravo, la arrotolavo progressivamente per non vedere ciò che avevo fatto nei passaggi precedenti. Volevo evitare che la consapevolezza del segno già tracciato influenzasse o contaminasse la spontaneità di quello successivo. È stato un lavoro intenso, capace di dialogare magnificamente con lo spazio circostante.

-Raccontaci come nasce un tuo lavoro. Parti da un’idea, una sensazione o che altro?
Il mio umore influenza molto le dimensioni della superficie o il tipo di inchiostro che scelgo, anche se cerco di non rendere l’emotività un fattore totalizzante.
-Hai fatto un percorso all’accademia di Belle Arti; come descriveresti questo viaggio, come ti sei trovata? Immaginiamo che questo percorso ti abbia lasciato qualcosa, degli strumenti di lavoro che utilizzi o delle influenze particolari.
L’esperienza a Brera è stata complicata all’inizio; il primo anno e mezzo è stato difficile e ha inciso molto sul mio stato d’animo. Nel tempo, però, l’Accademia mi ha dato tantissimo, soprattutto grazie a un bellissimo scambio con i docenti. Il mio professore di pittura mi ha formata molto, ed è grazie al nostro continuo confronto che ho imparato ad aprirmi e a mostrare il mio lavoro, coinvolgendomi anche in diverse opportunità espositive. Anche dal punto di vista umano, dopo una fase iniziale di chiusura, in questo terzo anno ho iniziato a stringere legami profondi.
-Qual è il tuo lavoro che finora è stato più apprezzato? E quale quello che tu preferisci?
Il lavoro più apprezzato è stato senza dubbio la carta di 14 metri esposta alla Fabbrica del Vapore, insieme a un’opera su carta intelaiata rotonda che ha generato molte domande e curiosità nel pubblico. Sono anche molto legata alla dimensione del libro d’artista. Per quanto riguarda le mie preferenze personali, al momento non sento ancora di avere un’opera a cui sono legata in modo assoluto rispetto alle altre.

INTERAZIONE CON IL MONDO ESTERNO
-I social sono ormai una piattaforma indispensabile per pubblicare i propri lavori ed essere conosciuti; tu come vivi questa dimensione, e soprattutto, quanto la reputi importante per ciò che fai?
Reputo i social network uno strumento importante per farsi conoscere, ma non fondamentale. Su Instagram c’è una quantità immensa di arte, ma si rischia spesso di perdersi nel già visto; bisognerebbe fare una grande scrematura. Io stessa non sono molto brava nella pubblicazione e nella gestione di questo aspetto, anche se riconosco che un profilo dedicato alla propria ricerca artistica andrebbe curato e strutturato con grande criterio.
-Sei stato a Milano, come ha influito su di te questa città? Il luogo in cui ti trovi ha un’influenza su di te e su ciò che produci?
Milano mi ha influenzata molto, mi ha permesso di entrare in modo più concreto nel mondo dell’arte contemporanea.
In questa città sento molto forte la dinamica della concorrenza: c’è tantissima gente che fa arte, chi più e chi meno bene. All’inizio questo sistema e le logiche del collezionismo milanese (spesso orientate sul concetto del “più è grande, meglio è”) mi creavano molta ansia. Oggi, invece, ho imparato a gestirla e non ci do più troppo peso.
-Quali sono i tuoi prossimi obbiettivi e progetti?
I miei prossimi obiettivi sono sicuramente la laurea e la conclusione di alcune mostre che ho in ballo, per poi aprirmi a nuove sperimentazioni.
-Quali sono i progetti che non sei ancora riuscito a realizzare?
Tra i sogni nel cassetto e i progetti non ancora realizzati c’è la volontà di spingermi verso interventi site-specific complessi, superando i limiti fisici che queste opere impongono. Vorrei realizzare una monumentale stele di sale che, partendo direttamente da terra, arrivi a toccare il soffitto, attraversando e trapassando completamente lo spazio architettonico.

-Cosa significa per te essere artisti oggi? portare un qualcosa di nuovo un punto di riflessione e lasciare qualcosa
Essere artisti oggi, per me, significa proprio questo: essere in grado di portare qualcosa di nuovo, aprire un punto di riflessione inedito e lasciare una traccia.
-Infine, ci indicheresti tre giovani artisti che stimi ed ammiri che frequentano/hanno frequentato l’Accademia di Brera?
Se dovessi indicare tre giovani artisti di Brera di cui stimo particolarmente la ricerca e il lavoro, farei i nomi di: Celeste Luna Sala, per la sua straordinaria e finissima capacità di dialogare e lavorare con la materia dei sassi; Francesco Luchena, del quale apprezzo profondamente l’intensità delle grandi opere e delle carte realizzate a carboncino; Myriam Giorgini, con cui condivido il percorso nell’ambito dell’incisione, per la delicatezza estrema e la poesia dei suoi acquerelli.
Ringraziamo Sara Lidia Girelli per aver risposto alle nostre domande, potete continuare a seguirla sul suo profilo Instagram.
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